I giudici dell’ottava sezione penale del tribunale di Milano hanno condannato il comandante del Ros, il generale Giampaolo Ganzer, a 14 anni di reclusione e a 65mila euro di multa. Il tribunale ha poi condannato Mauro Obinu, ex colonnello del Ros ora all’Aise, a sette anni e dieci mesi.

Quattordici anni di reclusione per aver guidato “un gruppo dedito alla commissione di una serie indeterminata di illecite importazioni, detenzioni e cessioni di ingenti quantitativi di cocaina, eroina e hashish e pasta di cocaina, utilizzando la struttura, i mezzi, le relazioni e l’organizzazione dell’Arma dei Carabinieri, abusando della propria qualità di pubblici ufficiali, avvalendosi in modo strumentale delle norme che regolano la consegna controllata, l’acquisto simulato, il ritardato sequestro ed arresto da parte degli operatori di polizia giudiziaria”. Per quella che è stata definita come una “banda in divisa” il Tribunale di Milano ha condannato oggi Giampaolo Ganzer, generale a capo dei Ros, alla condanna esemplare di, appunto, 14 anni di reclusione e 65.000 euro. L’ufficiale che da trent’anni è uomo dell’arma e delle istituzioni, che ha indagato contro il terrorismo e contro il crimine organizzato, a un certo punto della sua professione, per “carriera, visibilità, prestigio” avrebbe forzato le norme della legge, trasformando la caccia ai narcos in una partita dove tutto era lecito e dove in nome del risultato si potevano importare, raffinare, vendere chili e chili di droga, destinati a perdersi nel mercato sotterraneo gestito dai clan.

Altri 7 anni e 10 mesi sono stati invece inflitti ad un secondo generale, Mauro Obinu, anche lui ai vertici dei Ros prima di entrare nell’Aise. E condanne non meno pesanti sono andate ad altri 11 tra ex ufficiali e attuali ufficiali dell’Arma, condannati a pene che vanno dai 14 anni di Ganzer, appunto, a 1 anno e mezzo per Bruno Zanda. Il verdetto più pesante è stato inflitto però a Bouchaaya, il cosidetto “confidente trafficante” al quale i giudici hanno inflitto 18 anni di carcere e 80mila euro. Quattro sono invece le assoluzioni concesse a tre trafficanti e ad un carabinieri, Antonio Gallace.

Dopo quasi cinque anni di processo, 12 udienze di requisitoria e anni di indagini e di trasferimenti del fascicolo per mezza Italia, arriva dunque al termine uno dei procedimenti tra i più delicati degli ultimi tempi. Un procedimento nato a Brescia, poi trasferito per competenza a Milano, da qui spostato a Bologna e alla fine, per decisione della Cassazione, approdato definitivamente a Milano nel 2001, quando orami i termini erano scaduti e bisognava ‘stringere il cerchio’ velocemente. Ed è proprio la prescrizione ad aver limato le condanne per molti degli imputati, Ganzer compreso, ed aver fatto tirare una riga, ad esempio, su un “brutto episodio” di cessione di armi (119 Kalashnikov, 2 bazuka, 2 lanciamissili e una marea di proiettili, ndr) consegnati, per poi essere sequestrati, ad una cosca calabrese nel maggio del 1994, in piena guerra tra cosche. Il conteggio delle pene, poi, ha registrato la limatura di un’aggravante, l’uso delle armi, che i giudici hanno negato ritenendo probabilmente che il loro uso non è stato finalizzato alla commissione dei reati. Il “gruppo in divisa” inoltre, ha stabilito oggi il Tribunale di Milano, non era costituito in associazione a delinquere, accusa per la quale gli imputati sono stati tutti assolti. Tutti gli ex militari condannati, sembra dire il Tribunale, anche se la spiegazione arriverà in sentenza, si sono mossi illegalmente ma senza una regia unica, si sono fatti prendere la mano ma non all’interno di un sistema. Per il resto l’impianto dell’accusa esce “vincente” dal verdetto dell’ottava sezione penale.

Ed è la storia di un gruppo di militari che, hanno ricostruito gli inquirenti, comincia ad operare a Bergamo circa una ventina di anni fa, quando cominciano ad “instaurare contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia, ordinano quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro”. Non fanno tutto da soli. Possono contare, per le formalità più evidenti, sulla collaborazione di un magistrato, Mario Conte, sostituto procuratore prima a Bergamo, poi a Brescia, anche lui finito a giudizio ma in un procedimento stralciato per motivi di salute dell’imputato. Il suo ruolo nelle operazioni antidroga era fondamentale perché, con la sua firma, sostiene l’accusa, forniva ai Ros la copertura legale. Gestisce la collaborazione dei trafficanti, fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale.