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Ambiente & Veleni | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 6 luglio 2010

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Il giallo delle spadare: la Ue le vieta e finanzia
i pescatori italiani che continuano a usarle

E’ come se a un omicida colto in flagrante non venisse ritirato il porto d’armi. L’unica differenza è che in questo caso, a morire, non sono esseri umani ma capodogli, tartarughe, delfini, tonni e pesci spada. C’è qualcosa che non funziona nei mari italiani. E c’è qualcuno che non fa rispettare la legge. Al centro dell’attenzione ci sono le spadare, reti a maglia larga lunghe fino a 20 chilometri, usate con l’obiettivo di catturare il pesce spada ma al cui interno finiscono spesso specie in via d’estinzione. Si stima che nel solo Mediterraneo queste gigantesche trappole siano arrivate a uccidere fino a 10mila cetacei all’anno, tanto da essersi guadagnate il soprannome di “muri della morte”. Per questo motivo dal 2002 la Comunità europea ne ha bandito l’uso. Con l’obiettivo di dare una mano agli armatori e ai loro equipaggi, terrorizzati all’idea di perdere la propria fonte di reddito, è stato messo a punto un sistema di aiuti finanziari. Chi ha consegnato la licenza per pescare con la spadare ha ricevuto soldi pubblici. Secondo le stime di Ermete Realacci, deputato del Pd, i pescherecci italiani hanno intascato circa 200 milioni di euro dei contribuenti, per la metà provenienti da Bruxelles e per l’altra metà direttamente da Roma.

E’ successo in Italia come in tutti gli altri paesi dell’Unione, ma da noi la spesa è risultata particolarmente inutile. Il dato emerge da un rapporto redatto dal Comando generale delle capitanerie di porto italiane, un dossier mai reso pubblico, che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere. Il documento raccoglie i nomi di tutti i pescherecci che, dopo aver ricevuto i fondi per la riconversione delle spadare, dal 2005 al 2009 sono stati sanzionati perché colti a pescare con strumenti illegali. Dal rapporto emerge che delle 283 imbarcazioni sanzionate, 89 hanno ricevuto soldi pubblici, e di queste molte sono risultate recidive. Proprio qui emerge l’anomalia italiana. Oltre al sequestro del pescato e degli attrezzi illegali, la legge prevede il ritiro della licenza di pesca per tre mesi nel caso di prima infrazione, e per sei mesi nel caso di successive violazioni (articolo 3 del decreto ministeriale del 14 ottobre 1998).

Peccato che questa specifica pena non sia mai stata applicata. Per capirlo basta dare un’occhiata alle date contenute nel rapporto. Prendiamo ad esempio il peschereccio San Francesco Primo, attivo nella zona di Palermo e beneficiario di un contributo pubblico di 37mila euro nel 2004. Il proprietario, Alberto Argentino, negli ultimi anni è stato sanzionato 6 volte, la prima delle quali il 12 aprile del 2007. La legge dice che alla prima infrazione è previsto il ritiro della licenza per 3 mesi. Ma siccome il peschereccio è stato sanzionato anche l’11 maggio del 2007, e poi ancora il 10 luglio dello stesso anno, evidentemente questo non è accaduto. Di casi come quello del San Francesco Primo ce ne sono parecchi, e quasi tutti riguardano pescherecci registrati in porti calabresi, siciliani e campani. Il fatto che la legge non venga fatta rispettare comporta vantaggi non indifferenti per gli armatori. Vediamoli. Una sanzione può arrivare al massimo a 4mila euro. Aggiungiamo il valore del pesce sequestrato, che nelle serate più fortunate può arrivare a 5mila euro, e le ore di lavoro dei pescatori che quella notte vanno comunque pagati. Arriviamo in totale a circa 10mila euro, cifra che può essere recuperata in due-tre giorni di lavoro. Ben diversa sarebbe la situazione se al titolare del peschereccio venisse ritirata la licenza per tre o sei mesi: la perdita economica sarebbe molto più consistente e prima di tornare a pescare illegale ci penserebbe due volte. C’è poi la questione del sequestro della rete. Nel calcolo dei costi a carico dei pescatori bisognerebbe aggiungere anche quello, e sarebbe una voce importante visto che una spadara può arrivare a valere fino a 20mila euro. Ma anche qui c’è qualcosa di strano. Nel rapporto si legge: “Molti comandi si sono visti costretti, giocoforza, a lasciare in custodia gli attrezzi ai trasgressori”. In altre parole, per mancanza di spazio le reti illegali spesso non sono state sequestrate ma lasciate nelle mani dei pescatori. Che infatti vengono trovati a distanza di qualche giorno a commettere nuovamente il reato. Quando si prova a capire il perché di tutto questo la strada diventa difficile. Il comando generale dice che è responsabilità delle capitanerie locali. Delle cinque contattate (Catania, Ponza, Palermo, Milazzo e Mazara del Vallo), solo quest’ultima ha risposto sul punto. Perché non vengono ritirate le licenze? “Perché la legge parla di ferrettare usate in modo illegale, non di spadare, e noi facciamo quello che dice la legge”, dicono. Già, la legge parla di ferrettare, reti lunghe al massimo 2,5 chilometri con cui è comunque illegale pescare tonni o pescespada. La contraddizione è evidente: ci sono reti – le spadare – considerate illegali, ma chi viene trovato ad utilizzarle può di fatto continuare a pescare perché non esiste norma che preveda il ritiro della licenza. Quello che dalla capitaneria siciliana non dicono è che nell’elenco stilato dal comando generale compaiono quasi esclusivamente ferrettare. Proprio come il plurisanzionato San Francesco Primo. Una ferrettara che agiva come spadara. Anche in questi casi, però, la licenza non è stata ritirata. Con buona pace degli armatori italiani.

di Stefano Vergine

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