“Angela, ancora un goccio di Syrah dell’Ontario?”. “Danke, nein Dimitri, continuo con il Riesling della British Columbia”. Intanto Barack tagliuzza il suo filet mignon dello “Spring Creek Ranch” dell’Alberta, e José Luis Rodríguez addenta un formaggino bleu di Saltspring Island. Un menu a chilometro zero quello del G20 (oddio, quanto può esserlo in un paese enorme come il Canada), dove spiccano i vini canadesi. E questa è la prima, forse l’unica, grande novità. Dei vini canadesi nessuno sospettava l’esistenza. Sì, ne aveva parlato in maggio Jancis Robinson, l’esperta di vini del Financial Times. Poi il silenzio.

Peccato, perché i vini delle regioni canadesi, che sfidano le intemperie e la concorrenza del “Cellared in Canada” (CIC), il Tavernello locale, saranno probabilmente tra le poche cose che i leader mondiali ricorderanno di questo G20. Un summit che ha promesso tanto, ma, al solito, ha mantenuto poco. La fotografia dei risultati finali ce la dà un comunicato che, nel contenuto, assomiglia a un oracolo. Sì, ci saranno nuove regole sul capitale delle banche, ma entreranno in vigore con calma. Non si può uccidere nella culla la “ripresina”. “L’ammontare di capitale richiesto alle banche sarà sensibilmente più elevato”, ma solo “quando tutte le riforme saranno state approvate e messe in atto”. D’altra parte però, gli standard per definire che cosa e come sarà considerato “capitale” non sono ancora stati definiti e l’appuntamento del 2012 non è più in agenda come “scadenza”, ma è stato declassato ad “obiettivo”.

Tutti d’accordo, invece, sul taglio dei deficit pubblici. Dovranno essere dimezzati, si dice, ma sempre con calma, entro il 2013. Mentre lo stock di debito pubblico dovrà essere stabilizzato entro il 2016. Il G20 sembra aver fatto proprie le preoccupazioni di Mario Draghi – suggerisce oggi il Financial Times – che, come presidente del Financial Stability Board, ha raccomandato ai leader del G20 di raggiungere “accordi di transizione che permettano di muoversi verso standard più robusti, senza però mettere a rischio la ripresa”. Il polpettone contenuto nel communiqué finale è una sintesi che cerca di non scontentare nessuno, senza però dire niente di nuovo. Tutti i paesi si sono dichiarati d’accordo sui principi di fondo: rigore fiscale e stimoli alla domanda. Poi però ognuno può decidere in quale modo e con quale urgenza intervenire. “C’è un rischio”, continua il comunicato, “che una stretta fiscale sincronizzata nelle maggiori economie del G20 possa avere un serio impatto negativo sulla ripresa”.

Meglio allora tornare a casa da Toronto in ordine sparso. Così come si era arrivati. Gli Stati Uniti, con una riforma del sistema finanziario che Obama è riuscito a far approvare alle cinque di mattina, dopo estenuanti trattative, prima di partire per il Canada. La Germania con una supermanovra da oltre 80 miliardi di euro in quattro anni, che promette tagli, soprattutto nel settore pubblico. L’Inghilterra con l’aumento dell’IVA e una stretta sul budget che non si vedeva da decenni. L’Italia con una manovrina da 24 miliardi che interviene sulla cassa e rimanda a data da destinarsi le riforme strutturali. L’Europa, in generale, con un’enfasi sul rigore fiscale. Gli Stati Uniti con il piede ancora sull’acceleratore degli stimoli all’economia.

Ognuno per la sua strada. Nemmeno un accenno alle proposte di coordinamento globale elaborate dalla Commissione ONU guidata dal premio nobel Joseph Stiglitz: dalla tassa globale sulle transazioni finanziarie alla creazione di una valuta di riserva sovranazionale per prevenire nuove tensioni monetarie. Niente di tutto questo. “E’ stato migliore di quanto mi aspettassi”, ha dichiarato Angela Merkel, forse riferendosi al Riesling della British Columbia. A proposito: il Fairmont Royal York Hotel, che ha ospitato il circo del G20, appena due mesi fa ha licenziato ventidue camerieri che avrebbero saccheggiato le cantine, portandosi a casa bottiglie di classe. “Non si sa se sia Amarone o Chianti, Chablis o Bollinger”, chiosa il giornale “Toronto Life”. Quello che è certo è che il vino da quelle parti sembra avere il suo perché. Difficile che i venti leader più potenti del mondo se ne dimentichino in fretta.

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