PALERMO – ”Anche se arriverà l’assoluzione non avrò nulla di cui gioire, perché  mi hanno già distrutto la vita”. Marcello Dell’Utri si dice tranquillo mentre nella sua abitazione conta le ore che lo separano dal verdetto della corte d’appello di Palermo che stabilirà se da metà degli anni ’70 è  stato un attivo fiancheggiatore di Cosa nostra, oppure se le sue frequentazioni mafiose, condensate in anni di indagini, e testimoniate da una trentina di pentiti, sono un cumulo di ”minchiate”, come lui ama ripetere. In disparte, lontano dai clamori dell’aula bunker di Pagliarelli, il senatore del Pdl vuole mantenersi sereno, perché solo questo stato d’animo – dice – gli ha consentito ”di restare vivo”, dopo quello che gli hanno ”fatto patire”. Ed è per questo che ha preferito sfuggire ai riflettori (lui che non ha mai negato una battuta a nessuno), rinunciando  persino alle dichiarazioni spontanee che aveva detto di voler rendere nell’ultima udienza. Non solo. Se le voci che circolano saranno confermate, Dell’Utri non si farà vedere in aula neppure alla lettura della sentenza, che sarà emessa entro lunedì. Ma la seraficità del vecchio saggio non gli si addice. E così , pur sbandierando una assai filosofica indifferenza, ecco che il senatore non rinuncia al tagliente sarcasmo, indirizzato stavolta verso il suo accusatore, il pg Nino Gatto che ha chiesto la condanna a 11 anni di reclusione: ”E’ un replicante della procura di Palermo, un ventriloquo del procuratore aggiunto Ingroia”. E le accuse di aver consapevolmente rafforzato, con un apporto continuato nel corso degli anni, il sodalizio mafioso? Naturalmente solo ”tesi da fanatici” e  “teorie inesistenti”, oggi rilanciate dal neo-pentito Spatuzza, “spuntato all’improvviso, come il giovane Ciancimino“.

Ma cosa si aspetta il senatore dal collegio che lo sta giudicando?  Questo Dell’Utri non lo dice, anche se lascia intendere che il verdetto nei suoi confronti suonerà comunque  come una smentita o una conferma del lavoro della Procura. La seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, intanto, è alle prese con 140 faldoni, e l ‘unica indiscrezione trapelata da Pagliarelli riguarda uno dei due giudici a latere che ha annunciato la propria ”indisponibilità” a presenziare a una udienza fissata, per un altro procedimento, lunedì prossimo. Circostanza che autorizza a ipotizzare un possibile prolungamento della camera di consiglio fino all’inizio della prossima settimana. E i difensori? Non vogliono fare previsioni, ma sostengono che ”solo una piena assoluzione potrebbe restituire al senatore l’onorabilità calpestata da un processo fatto di accuse inesistenti”. Forse, però, brinderebbero anche nel caso di una salvifica prescrizione che, sul modello Andreotti (sentenza d’appello), potrebbe annullare la rilevanza penale di quella parte dei rapporti con il finto stalliere di Arcore, Vittorio Mangano e con il coimputato Gaetano Cinà (poi deceduto), risalenti a più di venti anni fa. Per i rapporti piu’ recenti, poi, si spera in un 530 comma 2, ovvero la vecchia insufficienza di prove: l’impossibilita’ per i giudici di provare l’effettivo contributo offerto da Dell’Utri al mantenimento e allo sviluppo delll’associazione mafiosa. E l’ ”amicizia pericolosa” con i boss Graviano, ritenuta provata in primo grado, e confermata in ultimo da Spatuzza? Il collaboratore definito da Fini ”la bomba atomica” non fa troppa paura a Dell’Utri, che lo ha liquidato come “Spatuzza-tura”, prima ancora che il Viminale gli negasse il programma di protezione. Ma in caso di condanna? Il Senatore torna serafico: ”Allora tutto andrà in Cassazione”. E se l’esito finale dovesse essere il carcere? “Beh, uno si adatta”. Se lo dice lui…

di Anronella Mascali e Sandra Rizza