Per due giorni abbiamo atteso smentite alle indiscrezioni pubblicate l’altroieri dal Pompiere della Sera sul presunto “patto BerlusconiFini“: il “processo breve” approvato al Senato verrà congelato alla Camera fino al 25 febbraio, quando è prevista la sentenza della Cassazione su David Mills; se la Cassazione annullerà la condanna a Mills per essere stato corrotto da Berlusconi, il processo a Berlusconi per avere corrotto Mills sarà virtualmente morto e dunque non sarà più necessario ammazzarlo per legge.

Così la legge si inabisserà a Montecitorio e lì riposerà in pace per sempre, mentre a bloccare gli altri processi al premier provvederà l’immunità per le alte cariche (lodo Alfano costituzionale turbodiesel a trazione integrale) o per tutto il Parlamento (lodo Chiaromonte-Violante, dal nome degli astuti piddini che si danno un gran daffare per regalare l’impunità a B.).

Se invece la Cassazione dovesse condannare definitivamente Mills, segnando così il destino di B., il processo breve sarà approvato a tappe forzate, devastando definitivamente quel che resta della Giustizia.
Né Berlusconi né Fini hanno smentito questa ricostruzione, anzi ieri Angelino Jolie l’ha indirettamente confermata: fino a qualche ora prima giurava sull’irrinunciabilità del processo breve (“ce lo chiede l’Europa”, “danneggerebbe appena l’un per cento dei processi”); ora ripete tutto giulivo, nella certezza di non poter perdere la reputazione essendosela già giocata da tempo, che “il processo breve non è il Vangelo”.

Se dunque le cose stanno così, siamo di fronte a un plateale ricatto del governo alla Cassazione: o salva Berlusconi dal suo processo, o non si salva più nessun processo. Un’estorsione istituzionale in piena regola, a cui gli stessi magistrati della Cassazione dovrebbero ribellarsi con uno sciopero e una richiesta di intervento del capo dello Stato e del presidente della Camera (quello del Senato è quello che è). Mai si era visto nulla del genere, nemmeno nel quindicennius horribilis del berlusconismo. Perché se la Cassazione dovesse assolvere Mills (e dunque indirettamente B.), qualcuno potrebbe sospettare che abbia ceduto al ricatto.

Tanto più che è ancora in piedi l’ipotesi, contenuta in un emendamento alla Finanziaria poi decaduto ma infilabile in qualsiasi decreto omnibus, di prolungare da 75 a 78 anni l’età pensionabile dei magistrati, venendo incontro alle aspettative del presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, prossimo alla scadenza.

E’ in questo clima ricattatorio che anche nella magistratura si notano segni di cedimento. Due storici esponenti di Magistratura democratica, Vittorio Borraccetti (procuratore di Venezia candidato a guidare quella di Milano) e Nello Rossi (procuratore aggiunto di Roma), lanciano strane aperture su due controriforme berlusconiane. Il primo sull’immunità parlamentare, il secondo sull’abolizione dell’appello del pm contro le sentenze di assoluzione o di proscioglimento per prescrizione (una follia già contenuta nella legge Pecorella e già bocciata dalla Consulta; oltretutto Rossi è lo stesso che, vistasi bocciare dal Riesame la perquisizione contro Gioacchino Genchi, l’ha appellata in Cassazione, facendo esattamente l’opposto di quanto ora va predicando).

Insomma tira una pessima aria di appeasement, in nome di quello che il solito Sergio Romano, sul solito Pompiere, chiama “il male minore”: siccome B. minaccia la guerra atomica pur di sfuggire ai processi, tanto vale accontentarlo purché non faccia sfracelli. Si diceva la stessa cosa quando il Quirinale e il Pd digerirono il lodo Alfano per scongiurare il “male peggiore” di una legge che bloccava 100 mila processi.

Ora ci risiamo. Così, di racket in racket, B. vince sempre: incassa il pizzo e tutti lo chiamano “dialogo”. Lo diceva già Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni in un paese di servi?”.

da il Fatto Quotidiano del 24 gennaio