In questa stagione cinematografica ci sono due luoghi in cui sarebbe bello passare una serata. Uno è il Motel Woodstock di Ang Lee, l’altro la Soul Kitchen di Fatih Akin. Due posti che sprigionano vitalità da tutti i pori, tratteggiati egregiamente in due lavori che, per entrambi i registi, sembrano un toccasana di leggerezza dopo i drammi che si lasciano (momentaneamente, c’è da scommetterci) alle spalle. Il taiwanese si rifugia nell’hotel degli hippies dopo due tragedie come Brokebck Mountain e Lussuria. E Akin, che ci aveva lasciato Ai confini del paradiso con un melodramma viscerale sul perdono, trova conforto nel coloratissimo mondo della “cucina dell’anima”. Come in Motel Woodstock, anche in Soul Kitchen si respira il piacere della scoperta e la possibilità di dare una svolta alla propria esistenza, indirizzandola su una strada più bella e più autentica.

Zinos (Adam Bousdoukos, co-sceneggiatore del film con Akin) ha un locale da rimettere in sesto. Un po’ come la sua vita. Il posto si chiama Soul Kitchen, anche se non sembra che Zinos abbia mai ragionato molto sul significato di quel nome. Nel ristorante si mangiano i piatti che si possono trovare in tante altre taverne di Amburgo, patatine e fritti di ogni genere. Alla gente piace. Ma nulla è eterno. Neppure i menù più consolidati. Così, complici i guai con l’ufficio delle tasse, un pessimo compagno di classe ritrovato (che ha messo gli occhi sul locale per fare speculazione), un fratello uscito dalla galera e una fidanzata non proprio innamorata, il nostro Zinos si troverà a dover rimescolare gli “ingredienti” della propria anima e guardare il proprio “nido” culinario da un’altra prospettiva. E come tutti i cambiamenti che si rispettino, la decostruzione parte in salita, arriva a un acme di euforia e si frena in quella che pare una definitiva catastrofe. Ma anche questo è solo un passo verso l’happy ending. Rivedere le proprie posizioni, i propri punti fermi (magari già morti) non può che far bene al cuore. Specialmente quando la “cucina” in cui abitiamo inizia a dare segni di cedimento. Sembra dirci questo, l’ottimo Fatih Akin, in questo film scanzonato, leggero e divertente. Ricco di trovate, talvolta volutamente eccessive (la scena della torta afrodisiaca che
induce gli avventori a una grande orgia è fantastica), Soul kitchen rasserena anche il cuore dello spettatore. Lieve e soave come le belle commedie dovrebbero essere, il film è girato benissimo e scritto anche meglio. I personaggi sono eccellenti. Dal vecchiaccio scorbutico che vive nel retrobottega al cuoco fanatico che cambia volto al ristorante, fino ai due amici ladri e alla band musicale: tutto è a tono. Le spalle comiche sono riuscite, tutti i personaggi, con i loro tic e le loro stramberie, danno vita a situazioni molto spassose, e c’è anche l’immancabile tormentone. Ovvero l’ernia al disco del protagonista, capace di generare scene surreali (quando Zinos viene preso dalla polizia perchè non riesce a fuggire, o la scena del “paramedico” turco).

Akin si diverte sul serio, e ci fa conoscere il suo talento per la commedia. Come non bastasse, il film (Premio speciale della giuria a Venezia) è ottimo anche per la messa in scena e la regia. Bella la scena madre della festa “orgiastica” con i grandangoli che ampliano le dimensioni del locale. Divertente l’uso degli zoom tipicamente anni ’70, in linea con gran parte della musica, passione del regista (Crossing the bridge), altra grande protagonista del racconto e altra assonanza tra Soul Kitchen e il film di Ang Lee. Piccola parte per il feticcio per eccellenza del cinema europeo, il mitico Udo Kier.

Voto: 8