Ci sono almeno 64 immobili nelle condizioni della Casa dello Studente de L’Aquila caduta come un castello di carte il 6 aprile di un anno fa per l’effetto congiunto di tre sciagure: il terremoto, i grossolani errori di progettazione e i pessimi materiali usati per la costruzione.
L’elenco è stato stilato da Legambiente e riguarda in particolare quattro regioni: Sicilia, Calabria, Molise e Veneto. Dentro c’è un po’ di tutto: ponti, strade, ospedali, scuole, porti, centri commerciali, aeroporti, commissariati, chiese.

Si tratta di una lista sicuramente approssimata per difetto, redatta tenendo conto solo delle indagini avviate dalla magistratura sull’uso del calcestruzzo depotenziato, espressione eufemistica per indicare un prodotto taroccato, truffaldino, scadente, con più sabbia che cemento.
Per non creare allarmismi non sono state inserite nell’elenco strutture pubbliche e private all’apparenza solide, ma su cui gravano mille voci e sospetti.
"Soprattutto negli anni Settanta e Ottanta in Italia hanno costruito una porcata dietro l’altra" spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente.

La commissione. Tra gli addetti ai lavori la faccenda è come un segreto di Pulcinella, la conoscono tutti e sanno che è diffusa, anche se poi tutti stanno zitti.
Per capire come stanno veramente le cose e considerando che di mezzo c’è l’incolumità di tanta gente, un gruppo di parlamentari Pd (alla Camera primo firmatario Angelo Capodicasa, al Senato Benedetto Adragna) ha proposto l’istituzione di una commissione d’inchiesta.
Il testo è stato presentato prima delle vacanze di fine anno, ma rischia di nascere morto in un Parlamento dove vanno avanti solo le proposte del governo e in un momento in cui i leader dei partiti sembrano calamitati da altre preoccupazioni. Come sempre succede per faccende di questo tipo, l’argomento viene tirato fuori in fretta dai cassetti solo quando incombe la tragedia.
La richiesta di una commissione d’inchiesta si basa su due considerazioni. La prima è che se spetta alla magistratura accertare le responsabilità penali individuali, in base all’articolo 82 della Costituzione sarebbe compito del Parlamento riuscire a capire quale sia la dimensione vera del fenomeno e perché, dove e come si sono verificate così tante violazioni amministrative e contrattuali nella realizzazione di molte opere pubbliche.
Seconda considerazione: sulla carta le norme per prevenire gli abusi già esistono, ma evidentemente o non sono sufficienti o sono facilmente aggirabili. Le opere che si sono sbriciolate alla prima onda d’urto del terremoto o quelle che secondo la magistratura sono a rischio crollo risultano sempre accompagnate da impeccabili certificati rilasciati dai laboratori ufficiali in seguito ad altrettante verifiche all’apparenza inattaccabili su campioni di calcestruzzo.
E’ chiaro che qualcosa, anzi, molto non funziona, soprattutto nel rapporto tra amministrazioni pubbliche e aziende costruttrici.

I materiali. Soprattutto in Sicilia l’uso di materiali scadenti per la costruzione di opere pubbliche è quasi una tradizione e la regola nel business delle costruzioni.
Così come è una regola che la maggior parte delle ditte fornitrici di calcestruzzo sia in mano alla mafia, dalla Messina Calcestruzzi dei fratelli Pellegrino, sequestrata dalla Direzione investigativa antimafia il 24 giugno 2009, alla Calcestruzzi Mazara, a lungo ritenuta un quartier generale di Cosa Nostra, dai cinque impianti controllati da Benny Valenza nella Sicilia occidentale e confiscati dai carabinieri di Monreale su ordine della Direzione antimafia di Palermo alla Calcestruzzi Spa, un’azienda controllata dal grande gruppo Italcementi e quindi in grado di piazzare calcestruzzo scadente in quantità ingenti anche molto lontano dall’isola.
Per esempio nel vicentino, dove gli inquirenti ritengono che i lotti 9 e 14 dell’A31 Valdastico siano stati costruiti con materiale truccato e per questo li hanno messi sotto sequestro anche se non hanno interdetto l’uso dell’autostrada.
Ad Agrigento si accorsero che del nuovissimo ospedale San Giovanni di Dio c’era da aver paura ancor prima dell’inaugurazione ufficiale, sei anni fa. Sui muri e nei pavimenti cominciarono ad aprirsi crepe minacciose, ma era costato una quarantina di milioni di euro e i lavori stavano andando avanti da vent’anni e quindi decisero di aprirlo ugualmente.
Qualche tempo dopo un pentito, Carlo Alberto Ferrauto, raccontò agli inquirenti che l’ospedale era stato tirato su con calcestruzzo fasullo fornito dalla mafia e le verifiche tecniche e i carotaggi confermarono le rivelazioni. Per precauzione 5 mesi fa la struttura fu considerata inagibile, ma siccome per motivi sanitari e di ordine pubblico non si potevano lasciare per strada 400 degenti poi è stata riaperta con una specie di compromesso: sulla stabilità vigila la protezione civile, anche se è del tutto evidente che restano inalterati i pericoli derivanti dai vizi di costruzione non sanati.

La mafia. A Castelvetrano, in provincia di Trapani, la mafia ha messo lo zampino perfino nella realizzazione del commissariato di polizia fornendo calcestruzzo depotenziato e la faccenda suona doppiamente beffarda se si pensa che l’opera si trova proprio su un’area confiscata a Cosa Nostra.
"Qui costruiremo una cittadella della legalità" affermò fiducioso il sindaco nel discorso durante la cerimonia d’apertura del cantiere, un anno e mezzo fa, quando ancora le magagne non erano evidenti.
E’ lungo l’elenco delle opere siciliane a rischio su cui indaga la magistratura: la galleria Cozzo-Minneria dell’autostrada Palermo-Messina, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi, lo svincolo di Castelbuono-Pollina, l’ospedale Cervello di Palermo, il nuovo padiglione dell’ospedale di Caltanisetta, il padiglione 6 del Piemonte di Messina, il Civico di Partinico e 30 capannoni dell’area industriale, il centro commerciale di Contesse e l’approdo di Tremestieri, gli aeroporti di Palermo e Trapani, il Palazzo di Giustizia e il porto-diga foranea di Gela, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo.
In Calabria la galleria Palizzi della statale 106 è franata prima dell’apertura al traffico il 3 dicembre 2007 e le indagini hanno subito accertato che la società Condotte a cui l’Anas aveva affidato la costruzione stava usando calcestruzzo di pessima qualità.
In Molise per sanare i vizi di costruzione della variante di Venafro causati dall’uso di calcestruzzo scadente l’Anas ha dovuto sostituire più di metà dei pali in cemento. Costo aggiuntivo, 2 milioni di euro.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio