Da ministro Maroni pubblicizza la difesa della legalità. In veste leghista inneggia alla razza padana e alle ronde

Bobo Maroni è il leghista bifronte. Gli piace mostrarsi ragionevole ed equilibrato, quando indossa i panni ministeriali. Coraggioso, quando fa il ministro dell’Interno che lotta contro la mafia. Perfino simpatico e divertente, quando infila gli occhiali scuri e suona l’organo Hammond nel gruppo soul Distretto 51. Del resto, uno degli slogan gridati a Milano nel 1994, alla manifestazione del 25 aprile, era: “Maroni, Maroni, arresta Berlusconi!”. Ma quando deve fare i fatti, quando deve parlare alla pancia della Lega, si trasforma.

Sa che cosa piace alla sua gente. Ricorda bene che la prima volta che andò a Pontida, non lo fecero nemmeno salire sul palco del raduno leghista: “Nella prima edizione il servizio d’ordine mi bloccò perché non ero ancora papabile per diventare un dirigente. Poi è cambiata la vita”. Sì, Bobo l’ex militante di Democrazia proletaria è diventato il leghista che sa fare la faccia feroce. Tanto da non lasciarsi scavalcare neppure da un Gianfranco Miglio ancora ideologo del secessionismo. Quando Miglio, nell’aprile 1994, proclama: “Avremo una nuova Costituzione federale entro settembre”, Maroni subito rilancia: “A me sembra un po’ troppo in là”.

Nel 1996 indossa i panni del portavoce del Clp (Comitato di liberazione della Padania), annuncia la costituzione delle Camicie Verdi e lancia la disobbedienza civile a Roma: “La strategia della Lega è quella di ottenere l’indipendenza della Padania”. Poi spiega la differenza tra Camicie Verdi e Guardia Nazionale Padana: “La Guardia Nazionale Padana fa capo al governo della Padania insediato a Mantova, mentre le Camicie Verdi dipendono dal Comitato di liberazione della Padania“.

Per il suo ruolo in queste organizzazioni, Maroni viene indagato, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, dal procuratore veronese Guido Papalia. Le accuse sono attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di strutture paramilitari fuorilegge. L’unico a patire le conseguenze di questa azione penale è però Papalia, oggetto di una feroce campagna leghista. Quando poi il magistrato manda la polizia a perquisire la sede della Lega in via Bellerio a Milano, un gruppo di militanti, tra cui Maroni, è coinvolto in uno scontro con gli agenti. Bobo finisce con il naso rotto, ma non prima di aver tentato di mordere la caviglia a un poliziotto: il gesto gli costa una condanna definitiva a 4 mesi e 20 giorni di reclusione.

Ha fama di moderato, eppure è un anticipatore del “clima d’odio” imputato agli avversari, delle parole indicate come acconti di pallottole. Nel 2002 se la prende infatti con il segretario della Cgil Sergio Cofferati, colpevole di aver criticato la politica sociale del governo di centrodestra, dicendo: “Bisogna fermarli, hanno fatto un patto scellerato”. Maroni, allora ministro del Welfare, reagisce con durezza: “I proclami di Cofferati sono pericolosi. Di pallottole ne ho ricevute un paio, inviate per posta, e non mi sono impressionato. Le minacce sono invece quelle pubblicate sui giornali. In particolare, mi riferisco alle parole di Cofferati. Dopo queste, ho ricevuto segnalazioni preoccupate dalle autorità preposte alla mia sicurezza”.

Nel 2005 se la prende con l’Europa. Dopo un vertice Ue deludente, dichiara: “L’Europa ha chiuso per fallimento”. Propone allora di tornare alla lira. Poco importa che anche i suoi alleati del centrodestra bollino la sua proposta come “una provocazione bizzarra”. Bobo non molla e annuncia il ricorso al popolo: “Il 19 giugno, a Pontida, la Lega inizierà la raccolta delle firme per una consultazione popolare”. Poi minaccia: “Siamo solo all’inizio; aspettate Pontida e ne vedrete delle belle…”.

Sull’immigrazione, poi, non le manda a dire. “La sinistra italiana ci rompe le palle”. Così urla a Pontida, tra gli appalusi, nel 2008, difendendo l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina. “Sulla sicurezza vengono raccontate solo balle…La tolleranza zero è il nostro obiettivo e vi assicuro che lo raggiungeremo. Ci accusano di essere diventato un paese razzista e xenofobo: sono palle di chi non vuole accettare il fatto che con noi al governo la musica è cambiata”.

Nell’edizione 2009 di Pontida, da ministro dell’Interno lancia ai presidenti di seggio dell’imminente referendum elettorale un avvertimento che è quasi un’intimidazione: “Non facciano i furbi: devono spiegare ai cittadini la possibilità di non ritirare la scheda”. Poi difende le ronde: “Ebbene sì, vogliamo le ronde: ci hanno accusato di voler far tornare le camicie nere, ma noi guardiamo alla sostanza, non alle chiacchiere”. Parole. Ma a cui seguono i fatti: i prefetti costretti a fare le valige lo sanno.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre