La destra cavalca l’aggressione e il “clima di violenza” 

Davvero l’aggressione a Silvio Berlusconi è avvenuta dentro un “clima d’odio” che ha preparato e generato l’attacco di Massimo Tartaglia?
No, risponde Emma Bonino, vicepresidente del Senato: “Non credo che il gesto di un mitomane si possa attribuire a un clima di violenza. Di mitomani è piena la storia, ma quel che più importa è capire come funziona la sicurezza del premier”. Non lo crede neppure Rosy Bindi, che a caldo aveva dichiarato che “tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, il quale non può sentirsi solo una vittima”. 
Qualche giornale e qualche tv hanno raccontato l’Italia come un paese attraversato da un vento d’odio. E hanno dipinto una Milano in preda alla violenza (“Due giorni di scontri”, ha titolato perfino il Corriere della Sera, evocando i “weekend di trent’anni fa”).
Orbene, trent’anni fa a Milano c’erano ricorrenti disordini di piazza, scontri con la polizia, ore e ore di guerriglia urbana. E c’erano i gruppi armati che compivano frequenti azioni terroristiche. Oggi niente di tutto ciò. Sabato 12 dicembre c’è stato qualche piccolo tafferuglio in piazza Fontana, risolto in una decina di minuti, dopo che era stato deciso, per la prima volta in città, di far svolgere una manifestazione in una piazza chiusa, in un recinto transennato in cui era stato impedito l’ingresso ai manifestanti.
Niente di paragonabile con l’Italia anni Settanta, ma neppure con le tensioni urbane e gli scontri di piazza oggi in altri paesi d’Europa, in Grecia, in Germania, nella Parigi delle banlieue
Il giorno dopo, il gesto di Tartaglia. Indifendibile. Ma azione individuale, frutto del disagio mentale, non dell’opposizione politica.
Eppure il ministro della Giustizia Angelino Alfano ribadisce che “ciò che è successo a Milano al presidente del Consiglio non può essere derubricato al gesto di un folle, è una questione più complessa”. Così anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che nega ci siano stati errori nel servizio d’ordine, benché la scorta dapprima non sia riuscita a evitare l’aggressione e poi, invece di portare via di gran carriera “la personalità” (come impone ogni manuale di sicurezza), abbia permesso al ferito di restare sul luogo.
“L’episodio gravissimo di Milano”, ha commentato Maroni, “trae le sue cause nel clima di contrapposizione violenta e nelle parole dettate dalla dialettica politica”.
Sulla stessa lunghezza d’onda tutti gli esponenti della maggioranza. Per il sociologo Guido Martinotti, docente al Sum di Firenze, il gesto di Tartaglia non è invece frutto dell’odio politico, ma semmai della competizione in una società mediatica: “A Berlusconi non ha gridato ‘fascista’ e neppure ‘buffone’, ma ha detto: ‘Io sono meglio di te’. Una reazione malata, dunque, alla visibilità mediatica, non un gesto politico. I re e le rockstar sono esposti a chi è fuori di testa. Io sono sinceramente dispiaciuto di aver visto la faccia insanguinata di Berlusconi, non ho provato alcun piacere. Ma nel caso specifico non c’entra lo scontro politico e neppure la tensione sociale: lo tsunami della crisi da noi arriverà tra qualche mese, e sarà fortissimo”.
“Se poi qualcuno evoca il clima d’odio – argomenta Martinotti – allora dobbiamo ricordare che da quindici anni il centrodestra dice ‘Non faremo prigionieri’ e bolla tutti gli oppositori come ‘comunisti’. È un meccanismo di violenza verbale che negli Usa conoscono bene e che sperimentò anche il presidente Roosevelt: si chiama red baiting, agitare un drappo rosso sotto il naso, per eccitare l’opinione pubblica conservatrice. Clima d’odio è la violenza verbale di certi ministri che danno consigli su come usare il tricolore; clima d’odio è stato, ieri, la tv di Vittorio Sgarbi che dava dell’assassino ai giudici ed è, oggi, la prosa di Vittorio Feltri che spara dossier sui ‘nemici’ del premier, usa toni da Curva Sud e termini che in Italia sono usati, con altri fini, solo dal Vernacoliere“.  
Un altro ministro, Renato Brunetta, ha nel settembre scorso definito la sinistra “un’élite di merda”, lanciando poi il suo sinistro augurio: “Vadano a morire ammazzati”. Ma è lo stesso Berlusconi ad alimentare la “macchina dell’odio” con dichiarazioni a catena che contrappongono la legittimazione popolare di chi “ha avuto i voti” alle istituzioni democratiche, alla magistratura, alla Corte costituzionale, alla presidenza della Repubblica…Il 26 novembre è il premier che dà dei golpisti ai magistrati: “Si respira un clima da guerra civile, i pm vogliono farmi cadere”.
Di fronte a ciò, poco può fare chi tenta di raffreddare i toni, come il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: “Io non sono né uno psicologo, né un esperto di sicurezza, e non mi piace che si parli in astratto di questo famoso clima: lasciamolo al vertice di Copenhagen”. Quello che non è possibile accettare, come cerca di spiegare Luigi De Magistris, dell’Idv, è che dal fermo rifiuto della violenza   venga imposto di passare allo smantellamento dell’opposizione: “Il rifiuto della violenza non significa rinunciare a un’opposizione decisa alle politiche di Berlusconi e del suo governo. E anche alla denuncia di quel clima di scontro alimentato anche dalle dichiarazioni di Berlusconi che quotidianamente scalfisce la democrazia e lo Stato di diritto”.