Chissà se oggi, da uomo libero, Gianni Guido risponderà alle domande sulla Strage di piazza della Loggia che alle 10 e 12 del 28 maggio 1974 provocò otto morti e oltre 100 feriti.

A unire il giallo del Circeo alla strage bresciana sarebbero le rivelazioni fatte da Ermanno Buzzi (neofascista bresciano condannato per la strage e poi ucciso in carcere nel 1981) allo stesso Gianni Guido quando entrambi erano reclusi nel carcere di San Gimignano (1977).

Era stato Angelo Izzo (altro autore del massacro del Circeo nel quale perse la vita Rosaria Lopez e riuscì a salvarsi, fingendosi morta, Donatella Colasanti) il 19 gennaio 1984 interrogato dal Procuratore della Repubblica di Firenze nell’ambito di un’indagine sugli attentati ferroviari avvenuti in Toscana, a parlare di quelle “confidenze”: ovvero che la strage era stata effettivamente compiuta da un gruppo di fascisti bresciani (in stretto collegamento operativo con un gruppo milanese) e di cui lo stesso Buzzi faceva parte.

Si apriva così un altro capitolo nel grande buco nero dello stragismo che ha insanguinato il nostro Paese con in controluce, costantemente, il ruolo dei cosiddetti servizi segreti ”deviati”.

Nella città lombarda il 25 novembre 2008 nel frattempo è iniziato il processo di primo grado della quinta istruttoria. E forse questa sarà l’ultima occasione per ricostruire i fatti, non solo di Brescia, ma dell’intero quinquennio 69-74 da piazza Fontana all’Italicus.

Cosa significhi oggi il processo? 1000 testimoni e 800 mila pagine di atti istruttori. Centotrentacinque i testi non ammessi relativi tra l’altro anche alla strage di Piazza Fontana. Un dibattimento che si svolge al ritmo di due udienze ogni settimana (martedì e giovedì) e la decisione del procuratore Roberto Di Martino e del sostituto Francesco Piantoni di non sentire testimoni “illustri” come Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Emilio Colombo e Arnaldo Forlani.

Da 35 anni, però, ci sono donne e uomini che aspettano di sapere, non tanto forse il perché, ma chi progettò la strage. Sono i familiari di Giulietta Banzi Bazoli ( 34 anni insegnante), Livia Bottardi Milani (32 anni insegnante), Alberto Trebeschi (marito di Clem 37 anni docente), Clementina Calzari Trebeschi (per tutti Clem 31 anni insegnante), Luigi Pinto (25 anni insegnante), Euplo Natali (69 anni pensionato), Bartolomeo Talenti (detto Bartolo 56 anni armaiolo) e Vittorio Zambarda (60 anni) quel giorno in piazza per manifestare.

“Un processo che avviene a 35 anni dai fatti è la dimostrazione di un fallimento. La giustizia ha senso se ha tempi rapidi. Qui siamo di fronte a qualcosa che è quasi una ricerca storica” sostiene Manlio Milani presidente dell’Associazione Familiari Vittime della Strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 che un anno fa aveva inviato una lettera al ministro degli esteri Franco Frattini chiedendo l’intervento del governo presso le autorità argentine per chiarire le circostanze in cui si sono perse le tracce di un importante documento nel fascicolo che riguardava proprio Gianni Guido e le rivelazioni fatte, come dicevamo, da Ermanno Buzzi.

La vicenda era riemersa in una puntata della trasmissione di Rai Tre ”Chi l’ha visto?” (16 giugno 2008) .

Ovvero: che l’allora giudice titolare dell’inchiesta Giampaolo Zorzi della Procura di Brescia, voleva interrogare Guido.

Tutto peraltro anche ricostruito nell’ordinanza del giudice istruttore di Milano Guido Salvini sull’ eversione di estrema destra che portò anche all’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana a Milano.

Nei documenti infatti emerge che quando venne reso noto il racconto di Angelo Izzo sulle rivelazioni fatte da Buzzi a Guido “il giudice istruttore di Brescia si era quindi subito attivato chiedendo alle autorità argentine mediante una rogatoria internazionale di poter interrogare personalmente Gianni Guido”.

Il giudice di Buenos Aires, incaricato dell’organizzazione della rogatoria, aveva comunicato all’ambasciata d’Italia di Buenos Aires che l’interrogatorio avrebbe potuto aver luogo l’11 marzo (1985) ma pochi giorni prima di tale data il ministero degli esteri argentino aveva chiesto di differire l’interrogatorio in quanto non meglio identificate autorità italiane avevano comunicato che i magistrati bresciani non avrebbero potuto essere presenti per tale data”.
L’interrogatorio fu fissato al 23 aprile, ma proprio pochi giorni prima, il 4 aprile, Guido riuscì a scappare dalla prigione, anzi dall’ospedale Rocca di Buenos Aires, dove si trovava per “circostanze mai chiarite” ha scritto ancora Salvini.

Nessuno è mai riuscito a risalire a chi avesse chiesto di spostare la data dell’interrogatorio (depistaggio?) nel frattempo però Guido riuscì a fare perdere le proprie tracce.

Sparito anche il documento che rinviava l’interrogatorio e l’intero fascicolo del caso.

Chissà se oggi, da uomo libero, Gianni Guido risponderà a quelle domande.