Un mese fa, quando sono partito per 15 giorni di vacanza all’estero, mi sono detto: finalmente due settimane senza televisione italiana. Invece, appena arrivato, ho scoperto con raccapriccio che nel villaggio turistico arrivavano Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Italia1, TgLa7. Ogni tanto ci davo un’occhiata, per tenermi aggiornato sull’Italia: a parte la notizia che faceva caldo (ovviamente record, come ogni anno a memoria d’uomo) e la gente andava in vacanza – fenomeni inediti, soprattutto d’estate – e quella che Berlusconi garantiva una brillante uscita dalla crisi e una pronta entrata degli abruzzesi nelle case che sta costruendo con le sue mani, per non parlare dell’ennesimo colpo a vuoto del Superenalotto, non ho saputo altro. Mi è persino venuta un po’ di nostalgia per i giornali italiani, almeno finchè in paese non ne ho trovato uno, vecchio di tre giorni: poi è passata. Me lo sono portato in spiaggia, circondato dall’invidia di altri italiani in astinenza, e sfogliandolo ho appreso che in Italia faceva caldo, che gli italiani erano in vacanza e che presto l’Italia sarebbe uscita dalla crisi e gli abruzzesi sarebbero rientrati nelle case eccetera. Niente da fare, invece, per il Superenalotto.

Dopo qualche giorno di black out totale, sono rientrato in Italia e all’aeroporto ho subito fatto incetta di quotidiani: caldo record, esodo dei vacanzieri, prossima uscita dalla crisi ed entrata nelle case, Superenalotto. L’altra sera riaccendo un tg dopo tre settimane: il Tg1, per la precisione. Fuffa politichese con le solite figurine che esternano a turno per pochi secondi ciascuna, visibilmente abbronzate e circondate da scenari turistici (a parte Capezzone, sempre pallidissimo col Transatlantico sullo sfondo e le piaghe da decubito, a far la guardia al bidone). Poi gli esteri (credo, gli short di Michelle Obama e, più di fretta, qualche carrettata di morti in Iraq e Afghanistan). Poi l’inutilmente ridanciano Attilio Romita annunciava nell’ordine (non sto scherzando): “Nuovo colpo di scena nel giallo della ragazza rom uccisa da un’auto pirata”; primo collegamento con i Monopoli di Stato per l’estrazione del Superenalotto; “tutti i rischi per i cercatori di funghi” (con preziosi consigli dell’esperto, tipo “portare calzature idonee” e “se vi perdete, cercate di orientarvi”); “caldo record, allarme in nove città”; secondo collegamento con Superenalotto; le vacanze di Madonna a Portofino; il nuovo trend delle spiagge attrezzate per cani; terzo collegamento con il Superenalotto; sigla.

Intanto, sulla Stampa, un circostanziato articolo di Maurizio Molinari con varie frasi virgolettate di analisti e uomini del Dipartimento di Stato rivelava che l’amministrazione Obama è furibonda per l’asse Berlusconi-Putin-Erdogan sul gas e a Washington si ipotizzano (sempre fra virgolette) “interessi particolari di Berlusconi nell’aumentare i legami energetici con la Russia”. Dove “particolari” sta per “personali”: insomma, secondo gli americani, Al Pappone si starebbe facendo – tanto per cambiare – gli affari suoi. La notizia ovviamente, a parte i lettori della Stampa, non l’ha saputa nessuno. Il Tg1, per dirla col suo direttore Scodinzolini, “non fa gossip”. E gli altri nemmeno (infatti sono scatenati appresso alle voci su George Clooney gay). Ma Al Pappone la notizia l’ha notata eccome, infatti ha fatto sparare dai suoi sgherri contro il direttore della Stampa, Mario Calabresi, con una volgarità finora sconosciuta financo ai suoi sgherri, il che è tutto dire.

E’ accaduto che un distratto redattore del quotidiano torinese abbia pubblicato la foto di una prima pagina dell’Avvenire tratta da internet, senz’accorgersi che il titolo del giornale dei vescovi era un fotomontaggio beffardo come i tanti che girano in rete (“Il Papa a sorpresa: Silvio, ora basta”). Appena scoperto lo svarione, La Stampa s’è scusata con i lettori e con l’Avvenire. Cose che capitano. Ma l’house organ berlusconiano, che di falsi d’autore se ne intende visto che ne fabbrica da anni in quantità industriali, ha sparacchiato la cosa addirittura in prima pagina, attribuendola a una scelta dolosa, a un complotto del giornale di casa Agnelli, notoriamente comunista. Titoli: “Così si fabbrica un falso scoop anti Cavaliere”; “L’odio in redazione”; “La Stampa crea un falso per attaccare il premier”; “Copia, incolla e tarocca: il bersaglio è sempre il Cav”. Elegante la chiusa dell’editoriale di Paolo Granzotto: “Lascia un po’ disorientati che un esempio così palese del sonno della ragione, del gioco sporco, della mascalzonaggine intellettuale venga da un giornale diretto da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi. Egli, difatti, dovrebbe ben sapere quale ne sia la caratura etica e dove conducono le orchestrate campagne d’odio che procedono per isterismi, per rabbiosi luoghi comuni, per falsi teatrali e carte truccate nel mazzo. Egli più di ogni altro”. Qualcuno potrebbe pensare che questa sconcezza sia uscita per volontà di Mario Giordano: Invece no: lo Jervolino di casa Berlusconi è stato appena giubilato per fare, anzi per rifare posto a Vittorio Feltri. Qualcun altro potrebbe dunque pensare che quella sconcezza sia stata commissionata da Vittorio Feltri. Invece no: il popolare Littorio s’insedierà al Giornale soltanto domani. La verità è che quella sconcezza è il frutto spontaneo della gara al servo più servo che è in corso negli house organ alpapponici. Perché al bulimico padrone non basta più nemmeno la piaggeria di un Giordano nè l’obbedienza di un Belpietro (anch’egli trasmigrato a Libero, dopo la promessa non mantenuta del Tg1): ora Al Pappone pretende, se possibile, di più. E Granzotto ha voluto dimostrare che tutto è possibile: anche superare in servilismo Mariolino Linguadivelluto. La stessa gara è in corso alla Rai: non per nulla hanno nominato i direttori che sappiamo; non per nulla nessun tg, nemmeno il Tg3, ha mai osato intervistare la signora Patrizia D’Addario, notissima e popolarissima in tutte le tv del mondo fuorchè in quelle italiane.

Dimenticavo: nel giro di un solo mese, gli abbonati a Il Fatto Quotidiano sono già 20 mila. Chissà perché. Forse non è stata una cattiva idea, fare un giornale.