Stand-up, gli Usa e noi. Una Nba di scorrettissimi miliardari. Satira, chi dove come quando
Inchieste pop

Stand-up, gli Usa e noi. Una Nba di scorrettissimi miliardari. Satira, chi dove come quando

La corrosiva scena americana si è stufata di bersagliare Trump, splende ancora, ma pure Chapelle va a far ridere Bin Salman (non gratis) sorvolando sui diritti. Il paradosso dei ribelli su Netflix con contratti da 60 milioni. L'Europa invece si è rintanata

di Tommaso Rodano

Diciannove settembre 2017. Dieci mesi prima il mondo si era svegliato con il ciuffo arancione di Donald Trump che sventolava come una bandiera sul pinnacolo della Casa Bianca. Dave Chappelle era già uno dei comici più amati, famosi e ricchi degli Stati Uniti e del mondo. Quella sera passeggia sul palco del Warner Theatre di Washington con la classica andatura ciondolante, è in stato di grazia, svapa, conduce con precisione chirurgica un’esibizione che diventerà uno speciale Netflix. Chappelle racconta la sua esperienza alle urne, l’anno prima. Lui, nero, milionario, un’icona di riscatto afroamericano, si ritrova in fila con una massa di bianchi poveri, arrabbiati, pronti a votare per il miliardario conservatore. “Devo dirvi che non ho mai avuto un problema con i bianchi in vita mia. Però, a essere del tutto sincero, i bianchi poveri sono i miei meno preferiti. Li ho guardati dritto in faccia, in quelle facce fredde e sbavate. E con mia sorpresa, sapete cosa non ho visto? Non ho visto una sola faccia ‘deplorevole’ in quel gruppo”.

Questione di classe e “cancel culture”

Chappelle porta agli estremi il fenomeno Trump: “I bianchi dicono che Donald combatte per loro? Che idioti, lui combatte per me: nero. E stra-ricco”

All’inizio sembra volerli deridere e umiliare, ma è il contrario. Chappelle detesta la boria liberal sui “deplorables”, il termine con cui Hillary Clinton aveva definito gli elettori trumpiani. In fondo riconosce nei loro occhi lo stesso sguardo della comunità in cui è cresciuto: il senso di abbandono, la rabbia di chi è stato dimenticato dal sistema. “Sembravano persone perbene. Davvero. Anzi, non sto mentendo e non ero fatto, ma mi hanno fatto pena. Adesso ho capito come funziona. So che i bianchi ricchi chiamano i bianchi poveri ‘spazzatura’. E lo so solo perché l’anno scorso ho fatto un sacco di soldi. I bianchi ricchi me l’hanno detto: lo dicono ai cocktail party”.

È un paradosso, un gioco di specchi: Chappelle rivede i “suoi” poveri neri nei nuovi poveri bianchi trumpiani, solo che ora lui è dall’altra parte: il suo status è lo stesso di un milionario caucasico. Così arriva alla punch line: “Sono rimasto in fila con loro, come tutti gli americani devono fare in una democrazia. E li ho ascoltati. Li ho ascoltati dire cose ingenue da bianchi poveri. ‘Amico, Donald Trump andrà a Washington e combatterà per noi’. E io sto lì a pensare: ma che cazzo dici, idiota. Tu sei povero. Lui sta combattendo per me”. Questo passaggio rimane uno degli apici della comicità di Chappelle e uno dei manifesti della stand-up americana contemporanea. Non è satira politica. Prende per il culo il potere, ma ancora di più chi lo subisce. Il comico americano non denuncia proprio niente: riempie i teatri, affabula, racconta la sua versione della realtà e poi fattura. Fattura tanto.

Portiamo il nastro avanti di otto anni. Lo scorso autunno il milionario Chappelle si esibisce in Arabia Saudita. È in ottima compagnia: tra settembre e ottobre 2025 sul palco del Riyadh Comedy Festival salgono mostri sacri e talenti riconosciuti come Louis C. K., Bill Burr, Jimmy Carr, Aziz Ansari, Pete Davidson. Molti di loro, in patria, hanno combattuto a petto nudo, per anni, il politicamente corretto e il “mostro woke”. Ora incassano assegni tra i 350mila e 1,6 milioni di dollari per esibirsi alla corte dei sauditi. La libertà d’espressione è sacra, ma il suo confine coincide con le clausole contrattuali: in Arabia erano vietate battute sulla monarchia, sulla religione e sul sistema legale. Chappelle però non si accontenta del cachet milionario, ci aggiunge una provocazione: “È più facile parlare qui che in America”. Una sfida alla cancel culture alla corte di Bin Salman, l’uomo che ha fatto cancellare Jamal Khashoggi – letteralmente – e si ripulisce la reputazione internazionale comprando tutto e tutti, dalle risate allo sport. La stand-up a Riyadh è un altro tassello del rinascimento saudita. Intanto l’America si spacca. Il comico David Cross è il più brutale con i suoi colleghi: fanno i paladini del primo emendamento e poi accettano “soldi sporchi di sangue”. Se indossi la museruola del Sultano per un milione di dollari, come puoi pretendere di essere “scomodo” quando torni su Netflix?

Le mille identità e la crisi dei “Late show” in tv

Francesco De Carlo appartiene alla generazione che ha cambiato il linguaggio della comicità in Italia negli ultimi 15 anni, innovando una tradizione di straordinari monologhisti – da Dario Fo a Gaber, fino a Daniele Luttazzi – e introducendo temi e linguaggi della stand-up americana. È stato il primo italiano a esibirsi al Comedy Cellar di New York, una delle mecche della comicità mondiale, e quando parliamo sta preparando l’ultima parte del suo tour statunitense. De Carlo sostiene che l’omaggio di Chappelle ai sauditi non vada preso troppo sul serio: «È un paradosso, è il suo stile provocatorio, anche se è vero che in Occidente è un periodo buio e siamo immersi, tutti, in un sistema di compromessi da cui nessuno esce con la coscienza immacolata. Nemmeno trasmettere i propri spettacoli su determinate piattaforme ti mette al riparo dalle contraddizioni: in questo mondo nessuno è campione di diritti. Anzi, noi comici siamo tra le categorie più immorali in assoluto».

De Carlo è la nostra guida per capire come ride l’America sotto il secondo regno Trump. «Anche qui, come in Italia con Berlusconi, dopo decenni di battute su di lui i comici si sono stufati, la satira guarda più alla società che alla politica in senso stretto. Ed è una società divisa per etnie, ognuna con un forte senso di identità: il racconto della stand-up assorbe queste differenze tra una comunità e l’altra». È vero che i grandi comici americani hanno venduto l’anima al diavolo? «Girano moltissimi soldi, è un business incomparabile con il resto del mondo. Ma questi artisti riempiono il Madison Square Garden, fanno numeri enormi e hanno un impatto reale sulla società. Qui il denaro è fondamentale, va bene, ma la vivacità di questa scena culturale è impareggiabile». Mentre i late show televisivi – Stephen Colbert, Jimmy Fallon, Jimmy Kimmel – perdono ascolti e rilevanza, si scoprono improvvisamente vecchi, superati da un mondo che produce formati e contenuti a velocità iperboliche, la stand-up fiorisce nel mondo. «Qui è l’Nba della comicità – dice De Carlo –. Hanno comedy club in tutto il Paese, si può salire su un palco ogni giorno, più volte al giorno. In queste settimane ho visto comici fare 6 o 7 esibizioni in 24 ore. In Italia, per spazi e numeri, è impossibile arrivare a questo livello: è proprio un altro campionato. Producono talenti su talenti».

In Italia Berlusconi è stato “misura” di ogni cosa. Ora tutto è “esploso”. Comanda l’algoritmo. Ferrario: “Ma io non ci sto, non produco comicità che dura quattro strappi di carta igienica”

Gervais, il woke e il licantropo mangiatutto

L’egemonia della comicità americana è chiara anche in Europa. Il Regno Unito, per esempio, ha una tradizione forte e una scena gigantesca, ma il baricentro si è spostato. Ricky Gervais è una star planetaria, simbolo perfetto di questa mutazione: star globale grazie a Netflix, cachet milionari, speciali che diventano eventi mondiali. Come altri grandi della stand-up, da Chappelle a Burr, anche Gervais negli ultimi anni ha indossato l’armatura del gladiatore anti-woke, difensore a oltranza della libertà d’espressione sotto assedio. Le sue battute su identità di genere e minoranze sono inneschi perfetti di polemiche pubbliche ormai esauste. Ma c’è un paradosso: il “ribelle” parla dalla piattaforma più potente del mondo, con un pubblico planetario e contratti a nove zeri. Un paradosso in cui il connazionale Stewart Lee, altra colonna della satira britannica, ha infilato mani e piedi. Nel suo spettacolo Lee porta sul palco un Man-Wulf, un licantropo: un alter ego cinico e spietato che rappresenta Gervais e la generazione di star delle piattaforme streaming. “In pratica per uno speciale Netflix di stand-up – recita Lee in un passaggio fondamentale – devi raccogliere tutte le cose che non puoi dire a causa della follia del politicamente corretto e della brigata woke. Poi le metti tutte insieme, le dici, e scopri che in realtà puoi dirle, con la piena approvazione di tutti gli inserzionisti, avvocati e azionisti di Netflix, per un compenso da 60 milioni di dollari e un Grammy Award. E il fatto di essere trasmessi in tutto il mondo e di ricevere 60 milioni di dollari e un Grammy Award, questo lo chiamano essere ‘cancellati’”.

Il riflusso post-Charlie Hebdo

Anche in Francia le forme della satira sono mutate radicalmente negli ultimi dieci anni. I punti di rottura hanno nomi precisi: Dieudonné e Charlie Hebdo. Da un lato Dieudonné: la “quenelle”, gli spettacoli, le condanne. La provocazione antisistema si intreccia con accuse di antisemitismo e con una risposta giudiziaria sempre più sistematica dello Stato. La satira entra in tribunale e non ne uscirà più davvero. Dall’altro gennaio 2015 e l’attentato contro Charlie Hebdo: in quel momento la caricatura smette di essere solo una pratica editoriale e diventa un simbolo geopolitico, l’emblema della République e della sua laicità. “Je suis Charlie” consacra la vignetta a baluardo della libertà d’espressione. Ma nello stesso gesto la irrigidisce: la satira non è più solo contro il potere, è dentro un conflitto identitario globale. Da allora il baricentro si è spostato di nuovo. La stand-up francese è diventata più introspettiva, più personale, meno legata alla vignetta militante. Blanche Gardin scava nella vergogna individuale, nella sessualità, nel fallimento, trasformando l’autobiografia in critica sociale indiretta. Non fa crociate repubblicane: mette alla berlina la macchina dell’infelicità del capitalismo contemporaneo dall’interno. Accanto a lei, figure come Guillaume Meurice mantengono un legame più diretto con l’attualità politica. La Francia resta un laboratorio dove libertà d’espressione e sensibilità identitaria si scontrano frontalmente, ma la satira non è più soltanto blasfemia contro il sacro o contro il potere: è un’analisi nevrotica delle contraddizioni della modernità.

Prog militante e destra

In Germania la frattura è ancora più esplicita. Da una parte Jan Böhmermann, volto di ZDF Magazin Royale, epigono di una satira progressista, giornalistica, quasi militante. Dall’altra Dieter Nuhr, cabarettista mainstream che si è intestato la casella del nemico del politicamente corretto. Una faglia che coincide con quella politica. Nuhr non è un uomo dell’estrema destra, ma è diventato un punto di riferimento per un pubblico che si sente soffocato dal linguaggio inclusivo e da un progressismo di carta. Sullo sfondo cresce l’Alternative für Deutschland, che non ha bisogno di comici ufficiali ma prospera in un clima di polarizzazione culturale.

Casa nostra e la sindrome corsa sul posto

In Italia invece i primi vagiti della stand-up “all’americana” sono arrivati nel 2009 con il collettivo Satiriasi, fondato da Filippo Giardina, Giorgio Montanini e Saverio Raimondo. Oggi la nuova leva è cresciuta – il già citato De Carlo, Edoardo Ferrario, Luca Ravenna, Francesco Fanucchi, Daniele Tinti, Stefano Rapone, Michela Giraud –, riempie teatri e si muove su piattaforme mainstream. La vecchia satira resiste nelle fasce demografiche più mature e in pochi feudi televisivi o cinematografici (su tutti Maurizio Crozza, l’ultimo grande imitatore).

«La satira è un linguaggio, è naturale che si muova insieme ai cambiamenti della società», dice Ferrario, 38enne romano, uno dei volti più brillanti della nuova comicità italiana. Lo spartiacque è sempre Silvio Berlusconi. Troppo a lungo ha congelato tutto: il potere, l’anti potere e pure la risata. «Per vent’anni – dice Ferrario – la satira politica è stata un sottogenere dell’antiberlusconismo. Programmi interi sono prosperati sulle sue imitazioni e su quelle dei suoi ministri. Ci sono stati anche esempi altissimi, come Corrado Guzzanti, ma nel complesso era una comicità stanca, che ‘corre sul posto’: parli solo al tuo pubblico, già dalla tua parte; lo fai ridere, ma non sposti nulla. Un mondo che non c’è più». «Oggi la società è esplosa, frammentata. L’individuo è il centro di tutto, narra la propria vita e si rende personaggio pubblico. È normale che la satira parli di questo». Il vero nemico, dice Ferrario, non è il politicamente corretto, ma la dittatura dell’algoritmo. Quanto è frustrante competere in un mercato dell’attenzione feroce, dove chiunque può trasformarsi in comico per il tempo di una clip virale di un minuto e mezzo? «È una battaglia nella quale non voglio nemmeno scendere in campo – risponde –. Non mi riguarda. Non posso competere con ragazzini che hanno 20 anni, molto più bravi di me a fare quella cosa. Quel genere di contenuti – ride – viene fruito da persone che stanno cacando la mattina sul cesso. Non è il mio obiettivo produrre comicità che dura il tempo di cinque strappi di carta igienica, spero di realizzare qualcosa che duri un po’ più delle fibre che abbiamo digerito».

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