La satira è integralmente nostra (satura quidem tota nostra est) tuona con malcelato orgoglio Quintiliano. Marco Fabio Quintiliano nato nel 30 d.C. a Calagurris (Calahorra in Spagna) può essere considerato l’archetipo del professore di ruolo. Avendo raggiunto la celebrità in patria fu condotto a Roma da Galba (imperatore effimero nel 68 d.C.) e poi, entrato nelle grazie di Vespasiano, da quest’ultimo fu beneficato di uno “stipendio fisso”. Con Domiziano (per educare i due nipoti dell’imperatore) fu elevato persino al rango di console onorario. In Grecia i sofisti nel V secolo a.C. furono i primi a farsi pagare per il loro insegnamento, ma si trattava di compenso limitato alle lezioni non ad uno stipendium vita natural durante.
Quintiliano raggiunse anche a Roma una fama straordinaria con la sua professionalità. Marziale, il poeta epigrammatico, originario della Tarraconensis, dunque ispanico anche lui, con il suo modo beffardo saluta Quintiliamo chiamandolo “educatore senza eguali della gioventù volubile, gloria dell’eloquenza latina”. Della sua attività di docente possediamo una sola opera, miracolosamente scoperta nella sua integrità in un convento dal grande Poggio Bracciolini nel 1416, L’educazione dell’oratore (Institutio oratoria), in XII libri. Di quest’opera ponderosa, nell’ambito della nostra riflessione sulla satira, a noi interessa il libro X. Nella lunga premessa l’autore passa in rassegna gli autori greci e latini la cui conoscenza è indispensabile a un buon oratore, realizzando così una breve storia di due letterature, con autori classificati per generi letterari. Quando arriva alla satira troviamo l’esclamazione citata all’inizio: “La satira è tutta opera di noi romani”. Dice Quintiliano: “Nella poesia elegiaca abbiamo sfidato i greci; in questo genere il più elegante è Tibullo, anche se ci sono alcuni che preferiscono Properzio: rispetto a questi due Ovidio è certamente il più licenzioso, mentre Cornelio Gallo è il meno raffinato”.
Di invenzione romana – e non greca – prende il nome da piatti “saturi” di ingredienti (fegato, fichi, primizie). Da Orazio a Giovenale, fino a Seneca che trasformò l’imperatore Claudio in una zucca
Insomma, almeno c’è la satira che non dipende dai greci, la cui superiorità culturale era stata affermata da Orazio, poco meno di un secolo prima con la celebre sentenza: “La Grecia conquistata ha conquistato il rozzo vincitore e ha introdotto le arti nel Lazio contadino”. Ma cosa è la satira, qual è il suo significato? Anche in questo caso la parola viene dalla cucina, come il ficatum, il fegato (di maiale o di anatra) pieno di fichi, un piatto prelibato di origine greca. Satura lanx, invece, è il “piatto pieno” (questo è il significato letterale) saturo di vari tipi di cibo, primizie e altro. È facile comprendere come la parola satura (satira) sia passata a indicare un genere letterario che si avvale di pratiche diverse, come il piatto con la varietà di pietanze diverse.
Cominciò la parola a essere usata per indicare una pratica in auge presso i giovani che mescolavano canto, danza e soprattutto motteggi licenziosi e bersagli scherzosi contro personaggi pubblici. Un maestro di questo genere fu il poeta campano Lucilio che usò il verso per condannare la corruzione dei potenti. Orazio seguì questa pratica con le satire (anche se l’opera reca il titolo di Sermones, cioè ‘Discorsi’) in cui il filo conduttore è pur sempre la denuncia del malcostume con inserimenti di quadretti comici attinti alla commedia ateniese. Un cenno merita il poeta Persio, che si era imposto per le sue Satire nonostante la giovine età (muore a soli 28 anni). Di lui Vincenzo Monti ha detto che esecrava i vizi e che la sua condotta morale ne fa un maestro di virtù.
Ma un vero interprete, che per molti versi possiamo ritenere il migliore fustigatore dei comportamenti depravati dei potenti, è senza dubbio Decimo Giunio Giovenale, nato tre anni dopo la morte di Persio tra il 50 ed il 60 d.C. ad Aquino, nel Lazio. Dopo varie esperienze di viaggio, scelse di vivere a Roma dove ricoprì la carica di tribuno militare e poi esercitò l’avvocatura. Suoi bersagli favoriti sono le matrone romane con il loro comportamento lascivo e gli omosessuali. Si scagliò con violenza contro Messalina che, quando il marito, l’imperatore Claudio, si addormentava, trascorreva la notte nei bordelli di Roma. L’odio contro gli omosessuali, poi, gli dovette costare caro. Si sa solo che l’imperatore Adriano di cui era ben noto l’amore omoerotico per il giovinetto Antinoo, lo spedì in esilio in Egitto. Non si conoscono le cause della punizione ma forse fu l’esito dell’irritazione dell’imperatore. La satira aveva ormai imboccato una nuova strada, al punto che Giulio Cesare Scaligero nel XVI secolo così conclude: “Orazio irride, Giovenale sgozza con la sua violenza”. E che dire di Seneca (torniamo alla satira che irride) quando dopo la morte di Claudio scrisse un’operetta godibilissima nella quale immaginava che la divinizzazione dell’imperatore avvenisse con la sua trasformazione in un zucca.