Fare il vignettista satirico è uno sporco lavoro. La cosa più difficile però non è avere a che fare con le shitstorm sui social, affrontare le querele, la censura dei direttori (Travaglio terribile censore: una volta mi ha rimproverato perchè ho scritto “stronzo” a Renzi tre volte nella stessa vignetta) o energumeni che vengono in redazione per menarti (mi è successo anche questo). E non è nemmeno provare a inventarsi qualcosa di vagamente più divertente delle cazzate che i politici stessi dicono ogni giorno. No: la cosa più difficile per un vignettista satirico è dover rispondere sempre alla stessa domanda: “quali sono i limiti della satira?”. I più arguti, poi, aggiungono con sguardo furbetto: “Se esistono”. Ecco, a me loro fanno proprio andare via l’anima. Come quei laureandi che nei ringraziamenti della tesi scrivono: “grazie a tutti gli amici che mi hanno supportato. E sopportato”.

Fidatevi, oppure fateci caso da oggi in poi: non esisterà incontro pubblico, tavola rotonda, trasmissione tv, happening in terrazza, neanche pizzata tra amici alla quale quale presenzi un autore satirico, in cui a un certo punto uno degli astanti – animato da vera e sincera preoccupazione democratica – non si sentirà in obbligo di fare quella domanda. Che non è una vera domanda, perché chi la pone non si aspetta una risposta: è una formulazione vocale che ormai vive di vita propria nell’etere e ogni tanto ricade sulla testa di noi poveri satiri quando ci azzardiamo a uscire dal comfort delle nostre case: “Quali sono i limiti della satira?”.
La domanda “QUALI SONO I LIMITI DELLA SATIRA?” va pronunciata proprio così, in maiuscolo. Da ragazzo, confesso, mi crucciavo di non avere una risposta efficace. Pensavo di essere troppo giovane per capire davvero quali fossero e mi raccontavo che con la maturità ne sarei venuto a capo. Oppure, fingendo furore giacobino, rispondevo che la satira non ha limiti. Poi l’età più matura è arrivata, senza purtroppo portare con sé la risposta che è diventata un paraculissimo “i limiti sono quelli che ciascun autore si dà”.
Quando me lo chiedono alzo gli occhi al cielo fin quasi a rovesciarli nelle orbite, se l’interlocutore è al telefono vado con “Gesucristo” e generalmente a quel punto desiste
Adesso, sono uno step oltre: quando arriva la domanda (sempre), alzo gli occhi al cielo fin quasi a rovesciarli nelle orbite in quello che nel linguaggio dei meme si chiama Eye Roll. Se l’interlocutore è al telefono, visto che l’Eye Roll non si vede, mi faccio sfuggire uno studiato ma udibile “gesùcristo” seguito da uno sbuffo. Questo in genere scoraggia l’interlocutore dal proseguire. C’è davvero qualcuno a cui interessa questo argomento? Perché a me non m’è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello. Sono stupido io? Cioè, sì, sono stupido. Ma sono stupido anche per questo?
A volte sogno di fare un altro lavoro solo per non dover rispondere dei limiti di quel lavoro. Tu, chessò, commercialista che mi leggi: ti chiedono mai “Quali sono i limiti della contabilità?”. Tu, ingegnere edile: ti fermano ai convegni per chiederti se esistono limiti morali nel cemento armato?

“Contro il potere” e mostri sacri
Altra domanda, questa davvero escatologica, venuta fuori su su fino a noi dal più profondo girone dell’inferno: “Quella tale cosa X è satira?”. Anche questa, ovviamente, non è una vera domanda e non chiede una vera risposta. Ma te la faranno sempre, anche in buonissima fede. Signora, mi scusi il tono acceso, ma io cosa cazzo ne so?
Ogni volta che scoppia una polemica c’è chi dice che la satira deve avere dei limiti (in genere, senza farsi troppo pregare, passa a elencarli e sono i più disparati: non si scherza sui morti, le tragedie, le malattie, le violenze, le razze, le religioni, le donne, gli orientamenti sessuali, l’aspetto fisico, i difetti di pronuncia, i guardrail delle autostrade) e poi c’è chi chiede se quella cosa lì “È davvero satira?”.
“La satira, per definizione, è contro il potere”: l’ha scritto Daniele Luttazzi, autore che rispetto moltissimo e Dio ce lo preservi, però io lo prenderei a selciate (con rispetto, cito Verdone) per aver scritto questa cosa. Perchè diventa una mazza usata da chiunque voglia bastonare qualunque autore satirico azzardi una vignetta su qualcuno che, nella scala gerarchica del potere, sia appena un gradino sotto il presidente del Consiglio.
Altro nome che viene spesso tirato in ballo è il Nobel Dario Fo, con la storia della satira del giullare che prende in giro il re. Ma vogliamo dirlo che l’idea che la satira debba per forza “punch up” – colpire in alto, i potenti – è una cagata pazzesca? (con rispetto, cito Villaggio).
Siamo nel terzo millennio e la metafora del “giullare che di mestiere prende in giro il sovrano” ha rotto. Con tutto il rispetto per Luttazzi e Fo, nella nostra multiforme, stratificata, multievoluta società occidentale non viviamo più a corte da un pezzo. Ridurre la satira a “giullari contro re” è limitativo, castrante e si presta a fraintendimenti. Senza contare che già i greci (quelli classici, non quelli di adesso) facevano satira sulla gente normale, su eventi luttuosi, sulla morte, sugli stupri, sulle guerre, gli orfani, le vedove. L’umorismo non è un lusso da gente annoiata e viziata: è uno strumento altissimo per elaborare conflitti sociali, e volerlo ridotto al solo “punch up!” è una mordacchia. È infatti lo stesso Luttazzi ad aver scritto anche che “Censurare la satira in nome del cattivo gusto o di altri princìpi volatili e capziosi è censurare le opinioni. È fascismo. Chi si attarda in disquisizioni sul buon gusto è un censore. Punto. L’unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione, calunnia. La satira è arte: o è totalmente LIBERA, o non è satira”. Quindi, via: liberi tutti!
Schiacciare l’umorismo sotto il comandamento “Colpisci i potenti!” è una mordacchia (poi certo ci sono il Pd, il M5S, le Meloni…)
“Perché non chiedete quale sarà l’ultima bomba?”
Io personalmente sono stato invitato moltissime volte a darmi dei limiti, in genere sempre da politici che non amavano essere presi in giro. Ho fatto vignette su Berlusconi, Monti, Gentiloni, Letta, Renzi, Conte, Draghi e ora Meloni: ho avuto più ex premier che ex fidanzate e in ogni epoca qualcuno mi ha invitato a darmi dei limiti. La fase peggiore è stata quella del Pd renziano: lì il limite era semplicemente che niente del Pd poteva essere toccato o criticato. In un articolo di Vice, sito giustamente fallito, un tale mi annoverava come uno dei principali esponenti della satira di destra. Perché prendevo per il culo il Pd (il Pd di Renzi!). Poi sono arrivati i grillini: se facevi loro una vignetta allora eri un reazionario e ti piaceva la mafia. Oggi, con Meloni al potere, io sono diventato un vignettista rosso e i limiti della satira li decide la sensibilità quotidiana della premier. O di sua sorella.
Mi viene in mente quel comico egiziano, Bassem Youssef, che esasperato dalla gente che gli chiede “qual è il limite della satira?” risponde: “Perchè chiedete sempre ai comici di darsi un limite e non lo chiedete mai ai politici? Perchè non gli chiedete quale sarà l’ultima bomba, l’ultimo caso di corruzione?”.
Ecco qui, sono finito a parlare dei limiti della satira anche io. Scusatemi.
Giuro che non volevo.
Quindi, la prossima volta che ci vediamo a un dibattito, a un forum o a un incontro, vi prego: non fatelo. Non chiedetemelo. Qualcuno metta dei limiti a chi chiede quali sono i limiti della satira.
