Se potessi scegliere un Paese al mondo dove esporre il tuo progetto d’arte, dove andresti? A noi quel Paese ci è piovuto tra le mani, temevamo che alla dogana ci arrestassero, ma siamo partiti lo stesso. Un anno e mezzo fa nel numero di Millennium “Non piove, governi ladri” è uscita un’immagine nella terza di copertina, firmata Papeschi ovviamente, che ritrae una boccetta d’acqua dal titolo “EAU DE EAU”, ha le fattezze di un profumo e il tappo è un globo dorato a forma di pianeta Terra. Il brand che marchia il vetro bluastro si chiama PLANÈTE TERRE, è francese. A maggio 2025 quella boccetta è stata esposta davanti a 600 persone. È cambiata leggermente la forma, ma la sostanza è sempre quella: in un futuro distopico dove l’acqua se la potranno permettere solo i ricchi, questa sarà venduta a peso d’oro, in un costosissimo flacone che pare quello di una fragranza di lusso.
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La possibilità di parlare a un pubblico più ampio ha bussato alla nostra porta, e a momenti non abbiamo fatto in tempo neanche ad aprirla. Siamo stati invitati negli Stati Uniti per fare di EAU DE EAU un tour americano, portando la mostra d’arte nelle città più importanti del Paese. E così, nel giro di tre settimane, ci siamo ritrovati a dover organizzare un itinerario di un mese dalla California alla costa opposta, 6000 chilometri in macchina, l’allestimento da montare e smontare a ogni tappa, le delicatissime opere di vetro da spedire in aereo e la ciliegina sulla torta, la nostra nuova grandiosa idea per alzare l’asticella delle difficoltà a un livello quasi impossibile, filmare un documentario indipendente sulla crisi idrica, vista attraverso gli occhi degli americani.
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Arriviamo a Las Vegas molto prevenuti, fra Tacos in offerta e bibitoni 0% frutta. Ma il sistema idrico è fra i più efficienti di sempre. L’acqua usata torna nella diga Hoover come nuova
In quelle tre settimane non abbiamo dormito, abbiamo lavorato incessantemente per riuscire a partire e per mettere insieme una mini troupe di altre due persone che ci seguissero per filmare il progetto. Non abbiamo fatto in tempo neanche a scrivere una battuta né tantomeno a informarci adeguatamente sui luoghi che avremmo visitato. Potevamo goderci una romantica vacanza in America, ma abbiamo deciso di andare in bancarotta, volevamo fare il grande cinema con un budget totale che non si avvicinava neanche al costo di una puntata di Peppa Pig. E alla fine, come i nostri bisnonni prima di noi salpavano dalle sponde del Mediterraneo verso la Grande mela, con le tasche vuote ma i cuori pieni, siamo partiti.
Il nostro viaggio ha avuto inizio a San Francisco, patria dei burritos, delle big tech, dei diritti LGBTQIA+ e dei palazzi con i mattoni a vista. Questa prima tappa l’abbiamo vissuta un po’ come un terreno di prova, le prime riprese, le prime sperimentazioni e le prime incazzature. È anche la città che ha ospitato la primissima mostra di EAU DE EAU in America, presso l’istituto italiano di cultura che ha sposato il progetto. Tutto ha avuto inizio là, letteralmente. Ci attendeva poi la tappa successiva e, dopo una vera attività ricreativa american style ovvero la fila all’autonoleggio, ci siamo diretti verso Los Angeles. Entrare a Hollywood con una serata che porta il tuo nome e alloggiare nell’hotel dove hanno girato una scena di Pretty Woman non è male come premessa. Peccato che il tempo per goderselo non c’è stato, avendo trascorso ogni momento a tentare di mettere insieme una storia che non sembrasse un vlog delle nostre vacanze di coppia.
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Intervistiamo la comunità navajo fuori da un supermercato: nelle loro case non ci sono i rubinetti
Buffo pensare che proprio prima di partire ci siamo riguardati tutto BoJack Horseman, per poi ritrovarci neanche un mese dopo all’Osservatorio Griffith a filmare la vista sulla city, sperando in un epilogo meno tragico della serie. Ci siamo detti “Los Angeles ci regalerà il pepe che ci serve a non far sbadigliare gli spettatori”, ma non ci immaginavamo a tal punto. L.A. accoglie una tale densità di personaggi pittoreschi da sembrare un mix tra una partita a Fortnite e un film di Terry Gilliam. Novelli sposini coreani che si fotografano davanti alla scritta “Hollywood”, culturisti lampadati che sembrano usciti da una puntata di Beverly Hills e bikers rivestiti di lucine natalizie che si ritrovano ogni domenica per sfilare lungo Venice Beach.
Che cosa c’entra l’acqua in tutto questo direte voi? Assolutamente niente, ma anche tutto. Abbiamo sfilato sul blue carpet, abbiamo beffato gli ospiti ancora una volta con un profumo che non esiste e abbiamo riempito il secondo hard disk con qualche tera di riprese. Potevamo scegliere se continuare il viaggio verso un lago o un fiume famoso per approfondire l’aspetto meno ludico del documentario e abbiamo fatto la scelta più ovvia di tutte, siamo andati a Las Vegas. Per capire davvero Las Vegas devi prima farti corrompere, un po’ come Orfeo che entra negli inferi, ma non sa se ne uscirà vivo per poter raccontare delle storie pazzesche. Potremmo paragonarla a una Disneyland per adulti in cui il concetto di spazio e tempo, così come lo conosciamo, cessa di esistere. Le ore sono scandite dal suono delle slot machine e dai picchi glicemici tra un’offerta lampo di Taco Bell e una bibita XXL, 100% aroma 0% frutta. Crediamo di aver sentito una voce nell’aria cantare “Cause I can’t help falling in love with you”, forse era il fantasma di Elvis, ma più probabilmente lo scompenso di dopamina.
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Siamo arrivati molto prevenuti e giudicanti, pronti a demolire le fontane del Bellagio che ogni mezz’ora si innalzano a circa 140 metri da terra sputando in faccia alla sete nel mondo. Per poi scoprire, con non poco stupore, che Las Vegas ha uno dei sistemi di riciclo delle acque più efficienti di sempre. La prende dalla diga di Hoover, la utilizza per i suoi discutibili scopi, la tratta e la reimmette nella diga in condizioni perfette. Ci sarebbe poi da fare un bilancio di quanta energia venga impiegata per questa e altre attività, ma non cerchiamo per forza il pelo nell’uovo.
Ci siamo poi lasciati le tentazioni alle spalle per dirigerci verso la Monument Valley, affamati di paesaggi western con Morricone a palla nello stereo. Abbiamo intervistato la comunità Navajo, fuori da un supermercato, l’unico luogo dove ci hanno dato udienza. Sono molto schivi e non nascondono il disprezzo verso gli europei, come non capirli del resto. Quelle poche persone che si sono concesse ci hanno dipinto un quadro davvero diverso dalla nostra quotidianità.
Dove non esistono rubinetti che ti portano l’acqua in casa pronta all’uso, la pasta la si cuoce con l’acqua delle bottigliette di plastica e la si riusa fino all’ultima goccia, per piante, docce e animali domestici. Passare dalla piscina luccicante del Caesars Palace a un’arida terra senza acquedotto fa un certo effetto. Il profilo delle montagne rocciose al tramonto lo conosciamo a memoria, lo abbiamo visto nelle sparatorie di Ombre Rosse e nella corsa di Forrest Gump. Per rendere tutto più magico abbiamo soggiornato in una capanna di fango a conduzione locale, non ci saremmo persi l’alba sulla Monument nemmeno per un pugno di dollari.
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Sembra ieri che eravamo nel bel mezzo dell’Arizona con la sabbia fin sopra i capelli a cercare di spantanare un camper bloccato in mezzo alla strada, l’unica strada. Intorno a noi soltanto il buio del deserto e l’ululato dei coyote. La signora che guidava il camper aveva chiuso l’unico accesso al nostro hotel, e incuranti del pericolo siamo scesi dalla macchina per aiutarla. Sembrava fuori di sé, un po’ troppo. Dopo qualche ora di tentativi falliti e l’intervento dei nativi per risolvere la situazione, ci ha offerto una pipa di crack per ringraziarci, abbiamo declinato e siamo andati a letto.
Poi è iniziata la parte più difficile, quella delle interminabili ore di macchina per raggiungere Washington DC in tempo. Fortunatamente non abbiamo guidato noi, ma l’irriducibile Sebastiano D’Augusta, amico che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, nonché gioielliere a cui abbiamo commissionato il tappo di EAU DE EAU. Abbiamo attraversato in quattro giorni lo Utah, il New Mexico, il Texas, l’Oklahoma, l’Arkansas, il Tennessee e la Virginia, nomi che fanno curriculum anche solo a pronunciarli al telefono con gli amici dall’Italia. Abbiamo visto la desolazione, il junk food più estremo e un tasso di obesità fuori controllo. In alberghi a zero stelle dove a colazione ti danno l’impasto prefabbricato per i waffles, ma non provare a prendere la frutta, c’è un minaccioso cartello sopra il cesto delle arance che recita “massimo una a testa”, che poi più che arance sembravano pietre.
Poi le strade si sono fatte man mano più ordinate, l’erba più verde, le case più chic. E abbiamo intuito che la capitale fosse prossima. Washington è una meta sottovalutata. Chi potendo scegliere una sola città da visitare negli Usa, sceglierebbe proprio Washington? Nessuno, e forse neanche noi, prima di averla esplorata. Come spesso accade, quando si parte con poche aspettative ci si entusiasma maggiormente. La città è raffinata e la sua gente molto garbata. La statua di Lincoln è una delle più belle mai viste, il Campidoglio è imponente ed il cimitero militare sobrio ed elegante. Perfino il centro più formale d’America per si trasforma in qualcosa di estremo nel weekend del 31 ottobre, quando le strade si riempiono di zucche e le persone spendono una follia per il più bel costume di Halloween. Abbiamo intervistato chiunque, Pinocchio, Spiderman, Joker, Cappuccetto rosso e perfino il Papa. Erano incredibilmente sul pezzo, a parte Biancaneve. Biancaneve aveva bevuto troppo e quando le abbiamo chiesto se era al corrente che in vent’anni l’acqua non sarebbe bastata a tutti, ci ha dato le spalle e ha vomitato su una panchina.
La mostra è andata bene, anche se al terzo giro si è meno stupiti e sempre più stanchi. Abbiamo sbaraccato e siamo ripartiti, verso l’ultima grande meta. Non si dovrebbe mai fare una gara tra destinazioni per diciamocelo, New York è New York. Poter dire “abbiamo fatto una mostra a Park Avenue, Manhattan” non è roba da tutti i giorni. Dopo un mese di fatiche raggiungerla rappresentava la chiusura del cerchio dell’ambizioso e folle American tour. C’era soltanto un piccolo inconveniente, le previsioni meteo.
Arriviamo a New York, c’è la maratona. Che culo? Anche no. Strade deviate, traffico inespugnabile, attrazioni chiuse… e concorrenti che sull’acqua ci rispondono: “I need to drink”
Ora, al mondo ci sono due tipi di persone, quelle che si scoraggiano e quelle che non si scoraggiano. Noi siamo del terzo tipo, quelle che non avevano scelta. Dopotutto di acqua si parla, perciò che acqua sia, ci siamo detti. Improvvisando giorno per giorno, senza un copione o una sceneggiatura, chi diamine si era preoccupato del “gran finale”, che a malapena c’era “l’inizio”. Eppure proprio dall’allerta maltempo ci è venuta l’idea, sgangherata e pretenziosa, un po’ come tutto il documentario. Così abbiamo preso il più brutto ombrello che Walmart proponesse tra i suoi articoli e ci siamo diretti a Central Park. Il cameraman, Giulio Dallera, eroe vero, ha comprato una borsa di plastica per coprire alla bell’e meglio la videocamera, forandola con le forbici per far passare l’obiettivo e foderandola con lo scotch per i pacchi. E mentre veniva giù il diluvio, esondavano i tombini e si allagavano i seminterrati, noi cantavamo Singin’ in the rain con lo skyline di Manhattan alle spalle. Normalmente non avremmo potuto spoilerare questa scena, ma per i lettori di Millennium questo e altro!
Siamo passati dall’arida California alla piovosa East Coast, anche questo fa parte del gioco. Nel weekend è tornato il sole, l’ultima mostra si è conclusa con successo, ma mancavano ancora le riprese più importanti, quelle del ponte di Brooklyn e alla Statua della Libertà. Ironia della sorte, quello non era un weekend qualunque, ma proprio in quei giorni cadeva la maratona di New York, e mica vorremmo chiudere con una cosuccia da niente? Probabilmente da fuori potrebbe sembrare che abbiamo avuto un culo pazzesco, ma considerando le strade deviate, il traffico inespugnabile e le attrazioni chiuse… direi, anche no.
Le ultime giornate di riprese sono state una maratona per davvero. Non potevamo permetterci errori, non c’era più tempo e modo di rimediare. Ci reggevamo in piedi a stento, troppa pressione, troppe responsabilità e troppa improvvisazione. Siamo rimbalzati da Wall Street alla 50th Ave, dalla Grand Central Terminal a Bryant Park. Abbiamo fermato gli atleti con il loro cappottino arancione griffato “New York Marathon” e le medaglie al collo per chiedergli cosa ne pensassero della crisi idrica, una signora ci ha detto “sorry, I need to drink”, assolutamente in tema.
E poi siamo tornati in Italia, è stato tutto così veloce che a momenti non ci sembra neanche di essere partiti. Il sogno americano lo abbiamo vissuto per davvero, fugace, ineffabile e imperfetto. Fatto di preconcetti, speranze, falsi miti e fatica. C’è chi direbbe che il senso della vita è proprio questo, vedere il mondo, documentarlo, raccontare storie di altri attraverso la propria e magari già che ci siamo fare anche qualcosa di utile per il pianeta. Secondo noi è esattamente così, ma soprattutto, sbattere in faccia alla prof di italiano del liceo questo articolo, quella che non credeva in voi e vi dava sempre la sufficienza. Queste sono le vere soddisfazioni.