Alla fine di dicembre oltre cento membri dei Democratic socialist of America (Dsa) si sono riuniti a New Orleans nella seconda conferenza nazionale “How We Win”: come vinciamo. Un evento simile era stato organizzato già nel 2023, ma questa volta la sua riedizione è diventata l’occasione per cogliere più direttamente una novità della politica statunitense. Non certamente la nascita di un terzo partito a fianco del Partito democratico e di quella repubblicano, ma l’esistenza di un’area politica del dissenso di sinistra che dopo la stagione fondativa rappresentata da Bernie Sanders e dalle sue due campagne per le primarie democratiche, si rappresenta oggi con una serie di volti e di occasioni di “vittoria” la più nitida delle quali è quella di Zhoran Mamdani a New York.
Ma non c’è più solo New York. Come racconta il resoconto di quella conferenza pubblicato dalla rivista socialista Jacobin Magazine, “tra coloro che si sono accalcati nella sala da ballo St. Charles dell’Hilton Riverside Hotel c’erano rappresentanti eletti provenienti dagli stati montuosi, dal Midwest, dal New England, dal Pacifico nord-occidentale e persino, in particolare, dal Sud, non esattamente una regione tradizionalmente favorevole ai socialisti”.
Tre eletti dei Dsa sono giunti anche dal conservatorissimo Texas: “Mike Siegel di Austin, eletto nel 2024; Sylvia Campos di Corpus Christi, rieletta l’anno scorso; e il neoeletto Ric Galvan di San Antonio”. Si tratta della conferma di una mappa politica molto più variegata del passato e che ha il pregio di dinamizzare la scena politica progressista in cui la presa dell’élite democratica è certamente salda – come dimostrano le voci della possibile ricandidatura nel 2028 di Kamala Harris – ma non più scontata. Un riconoscimento a questa tendenza, del resto, è stato dato direttamente da Donald Trump e dal fatto di aver ricevuto Zhoran Mamdani alla Casa Bianca, prima dipinto come un “comunista” pericoloso e poi trattato come un futuro buon sindaco, ammissione forzata della forza di quest’ultimo e dell’insidia che potrebbe rappresentare lo spostamento di quote del voto popolare e working class da destra a sinistra.

Katie Wilson e l’impronta Riders Union
Segnali della nuova ondata vengono anche dall’altra elezione sorprendente, successiva a quella di Mamdani a New York. Katie Wilson, infatti, attivista e fondatrice della Transit Riders Union, pur non facendo parte dei Dsa è la nuova sindaca socialista di Seattle, eletta appena una settimana dopo Mamdani (non è invece di area socialista Eileen Higgins, appena eletta sindaca di Miami, di tradizione dem, ma che comunque, sconfiggendo i repubblicani nel feudo di Trump, la Florida, dimostra la fase spumeggiante dell’opposizione). Seattle è certamente un bastione dei democratici, ma la svolta socialista dimostra appunto che all’interno del campo progressista si è aperta una nuova contesa.
Wilson viene dalla Transit Riders Union, “un’organizzazione democratica di lavoratori e poveri, tra cui studenti, anziani e persone con disabilità, che prendono in mano la propria vita e costruiscono il potere di cui hanno bisogno per cambiare la società”. Quindi la classica figura di cerniera tra società e politica, in questo proveniente dall’impegno per un trasporto pubblico sicuro, conveniente e affidabile. “La mia elezione è stata alimentata da migliaia di persone provenienti da ogni angolo di Seattle” ha salutato lei la vittoria, “unite da una visione condivisa: è tempo di qualcosa di nuovo, qualcosa di più promettente, più giusto e più equo. Una visione che ci permette di affrontare grandi sfide e realizzare progetti ambiziosi. Che possiamo affrontare la crisi dell’accessibilità economica, far entrare le persone e rendere la nostra città un luogo ideale in cui vivere, lavorare e crescere una famiglia”.
Anche nel suo caso si incontra il linguaggio concreto, ma non per forza riduttivo, che ha permesso a Mamdani di vincere le elezioni newyorkesi. Del resto, i socialisti statunitensi rivendicano un’antica tradizione di governo, il “sewer socialism”, il “socialismo delle fogne”, basato sulla capacità di risolvere i problemi quotidiani, di far funzionare le infrastrutture della loro città. E, intervenendo alla conferenza di New Orleans, Bernie Sanders ha dato un consiglio molto semplice e diretto agli eletti ed elette socialiste: “Volete dare il segnale giusto della vostra vittoria? Fate bene il vostro lavoro”.
Wilson e Mamdani, così, portano una ventata di pragmatismo – si veda la capacità del sindaco di New York di reggere anche l’incontro alla Casa Bianca con Donald Trump – in un’area che finora aveva visto brillare stelle politiche nazionali. Come appunto Bernie Sanders, che resta il “padre” politico di questa ondata e che avrà sempre il merito di aver sdoganato il socialismo nel terzo millennio. Ma anche la sua erede designata, Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York, la prima ad aver sconfitto nel suo collegio l’establishment democratico ed essere poi divenuta una figura di leader nazionale tanto che di lei si parla come di una possibile pretendente alla candidatura delle presidenziali del 2008 (se non sceglierà, prima, di correre per il Senato). Ocasio-Cortez ha accompagnato Sanders nel tour “Fighting Oligarchy” tenutosi subito dopo la vittoria di Trump e che finora ha rappresentato la prova sul campo più tonica dell’opposizione democratica al neo-presidente.
Figura nazionale è anche un’altra socialista particolare, la deputata Rashida Tlaib, la prima musulmana a entrare in Congresso e dalle posizioni molto radicali. Nel corso del massacro di Gaza, Tlaib ha presentato una risoluzione per riconoscere il brutale attacco di Israele alla Striscia come un genocidio, attirandosi critiche e dissensi anche all’interno del Partito democratico.
Georgia, Ohio, Oregon: una mappa
Ma, come la conferenza citata all’inizio, il socialismo statunitense punta a radicarsi anche localmente con figure che iniziano ad avere un rilievo più complessivo. Come la consigliera di Atlanta, in Georgia, Kelsea Bond , i consiglieri della Carolina del Nord, Danny Nowell, eletto nel consiglio comunale di Carrboro, quelli del Kentucky, come JP Lyninger, primo consigliere comunale socialista di Louisville. A Toledo, in Ohio, il Dsa Nick Komives è il membro più vecchio del consiglio comunale mentre a St. Louis, Megan Green è presidente del consiglio comunale cittadino dal 2022.
Il Wisconsin ha visto il primo socialista eletto al Consiglio comunale di Milwaukee dal 1948 , che in ossequio alle tradizioni socialiste della città, si è impegnato a ripristinare il “sewer socialism” di inizio secolo. A Portland, invece, in Oregon, anche qui antica tradizione progressista, i socialisti hanno conquistato un terzo dei seggi del consiglio comunale (anche grazie a un sistema elettorale, di tipo irlandese, che permette una maggiore scelta agli elettori). Non sono vittorie simboliche, a Portland questa avanzata ha permesso di approvare un blocco parziale dei prezzi e si sta lavorando per promulgare la Carta dei Diritti degli Affittuari.
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Sanders e Ocasio-Cortez sono ancora riferimenti. Agli “Stati generali” di New Orleans parole d’ordine: pragmatismo e figure emergenti
I tre giorni socialisti a New Orleans hanno dimostrato così, agli stessi eletti socialisti, la crescente maturità di questo movimento politico ampiamente sottovalutato dall’establishment e che invece si presenta molto serio e unito “concentrato sulla conquista del potere statale e municipale”. Ma l’effervescenza politica statunitense non si rappresenta solo attraverso il fenomeno socialista. C’è una ampia realtà sociale – come è nella tradizione della politica Usa basata sui movimenti per i diritti – che con la presidenza Trump sta cercando di darsi una fisionomia e una organizzazione nazionali.
Nel giugno del 2025 e poi ancora a ottobre milioni di persone hanno manifestato in tutte le città degli Stati Uniti, anche le più piccole, al grido di “No Kings”. Una chiara allusione allo strapotere esercitato da Trump e alla necessità di contrastarlo sia pure senza prefigurare, per ora, una chiara alternativa politica. Queste manifestazioni sono state promosse in primo luogo da una miriade di associazioni della società civile, ma tra loro spicca in particolare “Indivisible” che conta centinaia di uffici locali sparsi negli Usa e che è stata fondata ed è diretta da un giovane attivista, Ezra Levin che nel 2019 è stato inserito da Time nella lista delle 100 persone più influenti e che Politico ha inserito tra i 50 principali pensatori e visionari “che stanno trasformando la politica americana”.
Levin frequenta la società ma anche la politica. Prima di fondare “Indivisible”, è stato co-direttore delle Politiche Federali per “Prosperity Now”, un’organizzazione nazionale no-profit contro la povertà. In precedenza, è stato vicedirettore per il deputato Lloyd Doggett. Commentatore per numerose testate Levin con la sua associazione aveva già colto la necessità di una mobilitazione più robusta contro Trump all’epoca del primo mandato. “The Indivisible Guide”, infatti, fu redatta nel 2016 come una lista di strategie per contrastare la presidenza (una modalità mutuata sull’esempio del Tea Party contro Obama nei primi due anni della sua presidenza). Una pratica molto concreta e soprattutto unitaria, in un movimento che non sostiene la necessità di posizioni ultra-radicali quanto la possibilità che moderati e figure più estreme si ritrovano insieme.
Alle manifestazioni “No Kings” è intervenuto anche il giovanissimo deputato della Florida Maxwell Frost, eletto nel 2022 col supporto di Sanders, ma anche Al Green, deputato afroamericano texano, recentemente espulso dall’aula del Congresso per avere contestato Trump. E sempre in tema di contestazione del presidente nel corso del 2025 si è distinto il senatore democratico Cory Booker che ha battuto il record del discorso più lungo al Senato, pronunciandosi contro le politiche di Donald Trump per oltre 24 ore e 20 minuti. Un discorso “maratona” fatto senza pause per esigenze naturali o la possibilità di sedersi, come richiesto dalle regole del Senato degli Stati Uniti. E tra coloro che hanno lodato Booker – indicandolo come alternativa ai senatori democratici, come il leader della minoranza Chuck Schumer, che hanno votato insieme ai repubblicani sullo shutdown – c’è proprio Levin che ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di più Cory Booker e di meno Chuck Schumer”.
Ezra Levin guida “Indivisible”, associazione cardine di “No Kings”. Al Senato Cory Booker ha parlato 24 ore di fila contro Trump, il discorso più lungo di sempre

Salari, assistenza sanitaria, pensioni, limiti all’orario di lavoro
Infine, c’è un altro versante in cui il dissenso americano e la lotta politica a fianco della working class sta creando una nuova polarizzazione. Si tratta del sindacato e in particolare della figura di Shawn Fain, presidente del sindacato metalmeccanico Uaw che ha ottenuto importanti conquiste salariali nelle grandi corporation dell’auto e che ha conquistato la guida del sindacato dopo aver spazzato via, tramite un democratico congresso, la vecchia leadership corrotta. Shawn si è distinto, in particolare, per una proposta che in Europa sarebbe bizzarra: realizzare uno sciopero generale nel… 2028. Il suo sindacato ha iniziato a lavorarci consapevole che la pratica dello sciopero generale è inesistente negli Usa e che per mobilitare sul serio un paese di 330 milioni di abitanti occorre tempo.
Per arrivare a quella scadenza e contribuire in ogni caso alla mobilitazione della società americana Fain punta su quattro priorità: salari, assistenza sanitaria, pensione e riconquista da parte dei lavoratori del controllo del tempo limitando gli orari di lavoro. Fain non intende candidarsi a elezioni politiche, ma propone che ci siano sempre più persone proveniente dalla working class a farlo, come ad esempio il candidato indipendente al Senato, Dan Osborn nel Nebraska, meccanico e leader dello sciopero della Kellogg’s del 2021, o come il candidato democratico al Senato Graham Platner nel Maine, allevatore di ostriche.
In ambito sindacale è molto chiara la situazione di una classe che non ha avuto problemi a votare per Trump nonostante il suo programma di sostegno alla fascia più ricca della società. Si tratta di portare quei voti in un campo alternativo, ma questo campo dovrebbe connettersi seriamente alle ragioni del lavoro. Non si tratta, nelle intenzioni del leader sindacale, di formare un nuovo partito del lavoro, il sistema politico statunitense non lo permetterebbe. “Anche se penso che sarebbe un’ottima idea – ha dichiarato recentemente – e mi piacerebbe molto realizzarla, ma credo che se diciamo solo ‘partito laburista’, molti equiparano il movimento laburista a ‘una questione sindacale’”. “Abbiamo bisogno di più di un partito”, ha aggiunto Fain. “Abbiamo bisogno di un movimento per il sogno americano per tutti”.
La working class candida figure come l’ex meccanico Dan Osborn e Graham Platner, allevatore di ostriche. Il midterm a novembre . L’occasione per sfidare Trump. E l’establishment democratico

Il nodo del meccanismo elettorale
Quello che oggi probabilmente manca nella politica di sinistra, laburista o socialista degli Stati Uniti è un quadro unitario che permetta a tutte queste istanze di dialogare e di relazionarsi l’una all’altra. Il meccanismo elettorale è in realtà molto frammentato, dominano le primarie nei vari collegi per scegliere i candidati al Congresso e poi a livello federale le primarie più importanti di tutte, quelle per la presidenza. Per questo la candidatura di Bernie Sanders nel 2016 e nel 2020 è stata così importante, perché ha rappresentato un canale unitario e di rappresentanza generale e, candidandosi all’interno delle primarie democratiche, ha permesso di saldare la radicalità con l’efficacia della proposta. Se avesse vinto avrebbe potuto sfidare egli stesso Donald Trump.
È probabile quindi che la politica dei “rossi” d’America attenda un altro effetto catalizzatore simile a quello e quindi si vedrà dopo le elezioni di Midterm, che si terranno a novembre 2026, quale sarà la dinamica in campo. Ma quelle stesse elezioni costituiranno un banco di prova per saggiare, a livello territoriale, nei vari collegi e anche in diversi stati nelle elezioni per il Senato, quanto davvero i neo-socialisti e i dissidenti radicali degli Stati Uniti possono giocare una partita, impensierire davvero Trump e, forse soprattutto, impensierire l’establishment del Partito democratico. Mamdani lo ha fatto fino in fondo a New York, ora occorre guardare al resto d’America.