Per chi ha visitato New York dopo gli anni Novanta è difficile immaginare che in Bowery Street, già di primissimo mattino, si assiepavano centinaia di homeless, uno accanto all’altro. Ci si passava con grande indifferenza, evitando bottiglie e cartoni, alla ricerca delle piccole gallerie, numerosissime, che trovavano nel quartiere spazi, più o meno fatiscenti a bassissimo prezzo.
Oggi sembra impossibile da credere. Cosa stava succedendo? Giro la domanda a Edo Bertoglio, svizzero italianizzato, ha vissuto a New York dal 1976 a 1990. «Quando mi sono trasferito la città era, letteralmente, appena fallita; trovare un loft, uno spazio per una galleria o semplicemente per viverci era facilissimo».

“La città era fallita, trovare un loft era facilissimo”
Per coprire le spese crescenti, la città continuava ad aumentare le tasse. Questo comportò la fuga di migliaia di piccoli artigiani, fabbriche, gente della piccola e media borghesia. Nel 1972 la Pepsi e la Shell lasciarono New York per trasferirsi in California. Tra il 1970 e il 1977 la città perse – secondo una stima prudente – almeno 400 mila posti di lavoro mentre la popolazione diminuiva del 10%.
Ma la Grande Mela non appariva per niente depressa. «Nonostante tutto era un periodo stupendo» continua Bertoglio. «I soggetti delle mie foto li incontravo nei locali, nei bar, nei piccoli club dove suonavano artisti che sarebbero diventati famosi». Lo Studio 54? «Qualche volta ci andavo, ma era un posto frequentato da gente che non mi piaceva. Ci potevi trovare Andy Warhol o Rod Stewart, ma la maggioranza degli avventori apparteneva a quella categoria di ricchi e nuovi ricchi emergenti». Posso immaginare. In Il Falò delle Vanità di Tom Wolfe, ambientato nel 1984, l’autore, un signore sempre elegantissimo vestito di bianco, fustigatore di quella borghesia colta e agiata che battezzò radical chic, descrive una New York dove il protagonista, un “padrone dell’Universo” che fa fatica a tirare avanti con il suo milione di dollari l’anno guadagnato a Wall Street, si confronta con una città miserabile, contraddittoria, dilaniata da un razzismo a catena, non tanto bianchi contro neri, non solo. Un tutto contro tutti tra Wasp, italiani, ebrei, polacchi, portoricani, afroamericani, indiani, cinesi, coreani…
Chiedo a Bertoglio quali fossero i suoi locali preferiti. «Andavo al Dom o, meglio ancora, al Mudd dove incontrai e diventai amico di Jean-Michel Basquiat. Erano luoghi senza nessun glamour preconfezionato, magari un po’ sfasciati, ma erano i posti dove si incontrava la vera New York».
“Allo Studio 54 potevi incontrare Andy Wharol, ma era frequentato da gente che non mi piaceva, da ricchi e da nuovi ricchi emergenti”
![]()
Basquiat – morto a 28 anni per overdose, nel 2017 una sua opera sarebbe stata venduta per 110 milioni di dollari – era allora un ragazzo di Harlem che, come moltissimi altri, aveva trovato il suo sbocco grazie alle bombolette. Come si vede nelle foto, girava con un cappottaccio e uno spray in mano dipingendo dovunque trovasse una superficie libera. Apparteneva a una generazione, che si era affermata a metà degli anni Settanta, dedita a marcare le proprie zone firmando muri: i cosiddetti writers.

Lui fu uno dei primi a passare dalla semplice firma, la Tag, a dipinti più complessi e ambiziosi. Con Keith Haring – anch’egli morto giovanissimo – portò la street art ai più alti livelli. Con loro c’erano centinaia di altri giovani, prevalentemente di colore, che si esprimevano con le bombolette. Basti ricordare, tra i molti altri, Phase 2 (che esportò la tecnica a Milano), Lady Pink, Shepard Fairey, più noto con il nickname di Obey, che firmò la campagna vincente di Barak Obama. È l’affermarsi dello stile hip-hop reso popolare anche dai rapper e da quei virtuosissimi ballerini che si esibivano a Harlem accompagnati da enormi radioregistratori.
![]()
“Una mia foto di Madonna del 1983 era stata scelta per la copertina del suo album, ma poi i produttori ne preferirono un’altra”
Allora era veramente il tempio del sesso, droga e rock ’n roll? «Rock, post punk, new wave, c’era tantissimo. Alcune volte risistemando l’archivio trovo immagini di giovani cantanti o gruppi che magari hanno pure scalato le hit-parade dell’epoca, ma oggi devo fare uno sforzo per ricordarne il nome. Lavoravo molto con le case discografiche. La foto di Madonna, del 1983, era stata scelta per la copertina di un suo album, ma alla fine i produttori ne preferirono un’altra. Ma ho lavorato anche con i Plastics, Evan e John Lurie dei Lizards, Jim Jarmusch, Debbie Harry, più nota come Blondie, e altri».
Il sesso? «Se ne faceva molto», dice Bertoglio sorridendo, ma con amarezza aggiunge «almeno fino al 1985, quando l’Aids cominciò a falciare giovani e meno giovani e non soltanto tra tossici e gay».
![]()
Quanto alla droga, all’inizio soprattutto cocaina, ne circolava moltissima. Mi ricordo che era veramente raro che a una serata un po’ modaiola non ti offrissero una pista». Ne parla un altro libro ambientato nel 1984, Le mille luci di New York, dell’allora giovanissimo Jay McInernay. Un romanzo, che oggi si potrebbe definire iperrealista, dove a notti stroboscopiche, fatte di sesso, incontri deliranti e cocaina, succedono risvegli da incubo.
«Già, all’inizio soprattutto cocaina, ma sempre più frequentemente arrivava l’eroina introdotta da molti reduci del Vietnam e diffusa dai quartieri più disagiati, il Bronx, Harlem… ma era tutta la città davvero intossicata. Anche le ragazze, i volti…».
Bertoglio realizzò un film con immagini girate a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, presentato al Festival di Locarno del 2005, dal titolo Face Addicted. E anche lui… Ne vuoi parlare?
«Sì, l’ho già fatto tante volte. È purtroppo come nei luoghi più comuni, come nei tanti libri, spesso scritti male, usciti negli anni successivi. Il successo, il denaro, gli amici celebri, una vera gioventù dorata, spensierata, fino a quando non ti vendi tutto, le foto, le cose che hai raccolto e amato per farti un buco. Fino a quando un’amica non ti salva la vita scaraventandoti su un aereo per la Svizzera. E anche lì fu dura, due anni durissimi».

E pensare che era anche la città dove si erano affermati e tuttora operavano attivamente i movimenti femministi, gay, il black power, l’allora nascente scena queer…
Oltre alle immagini di Bertoglio di questo frangente ci restano anche le foto di Nan Goldin. «Stupende. Ha vissuto e frequentato questa realtà. Ed è stata eccezionale nel saperla riprodurre con bellezza e crudezza».

E tanta verità aggiungo. Intanto a poco più di due miglia da Washington Square, sulla Fifth Avenue, il 30 novembre del 1983, si inaugurava la Trump Tower, lo stupendo grattacielo disegnato da Der Scutt, 72 piani di puro lusso. Vero simbolo della nuova New York. E simbolo soprattutto dell’astro nascente del suo proprietario, Donald Trump.