Da Kafka alla Silicon Valley: la ribellione di noi minori
Opinioni

Da Kafka alla Silicon Valley: la ribellione di noi minori

L’autore statunitense di origine vietnamita premio Pulitzer e le sue “lezioni americane” ad Harvard. Questioni di numero e di potere: cosa significa “stare a tavola o stare in una buca” negli Usa razzisti, multietnici, liberal e imperialisti

di Viet Thanh Nguyen

Io sono americano: non proprio di nascita, è vero, ma allevato in massima parte in questo paese, cresciuto nella Silicon Valley dove il futuro risplende sempre luminoso, un destino per molti aspetti maggiore, come dire che è roba grossa, come devono essere tutte le cose americane. Ma per quanto maggiore sia il mio stato come cittadino, appartengo anche a una minoranza, o così mi classifica il mio governo nei suoi censimenti. Essere “minori” ha delle connotazioni per lo più negative: gli atleti dei campionati minori, le opere minori di un artista, i sentimenti minori di una minoranza.

Essere minori è essere irrilevanti, trascurati e scaricati. Essere minori significa anche essere inferiori di numero rispetto a una popolazione più grande, cioè appartenere a una minoranza: ma a volte una maggioranza può avere meno potere di una minoranza, come quando piccole bande di stranieri bene armati colonizzarono grandi popolazioni di nativi. A volte un altro esempio viene dal patriarcato, come negli Stati Uniti, dove vivono più donne – di poco, il 50,4 per cento – che uomini, ma le donne potrebbero ancora essere considerate minori, visto che guadagnano 82 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, mentre sono l’85 per cento delle vittime di violenza familiare.

Essere minori è una questione in parte di numeri e in parte di potere. Il punto d’incontro determina la nostra percezione di chi sia minore e di che cosa significhi questo. Anche coloro che se ne stanno comodamente nella maggioranza, o per il numero o per il potere, possono sentirsi minori se i loro privilegi vengono contestati. La maggioranza, comunque sia definita, reagisce con veemenza, un po’ per il timore che la minoranza cerchi di prendere il suo posto, facendo in pratica quello che la maggioranza potrebbe avere fatto agli altri per diventare “maggiore”. Tale timore si estende anche alla cultura, dove si manifesta una guerra simbolica nella battaglia su quali storie – sulle storie di chi – vadano raccontate e pubblicate.

Il senso di far parte di una minoranza mi ha accompagnato fin da alcuni dei miei primi ricordi legati agli Stati Uniti. All’inizio dei miei sogni letterari aspiravo a essere un maggiore pur apprezzando parecchio i piaceri minori, dai fumetti alla fantascienza, alla fantasy, ai gialli. Sapevo che questa narrativa non appartiene al genere che rifiuta di definirsi un genere, ma riserva a sé stesso il nome di letteratura, e così nell’adolescenza mi curai di erudirmi con la lettura di Austen, Dickens, Thackeray, Dumas, Twain, Hardy, le Brontë, Hemingway, Fitzgerald e Steinbeck. Leggere tutto, dal minore al maggiore, mi ha illuminato e tolto un peso: non solo dando luce alla mia mente, ma rendendomi leggero, facile da trasportare, come sparato con un razzo in mondi lontani.

Insieme alla mia autodidattica venne la mia istruzione formale, che fu cattolica e culminò in quattro anni di scuola maschile dai gesuiti propedeutica al college. Succedeva negli anni Ottanta, mentre in El Salvador gli squadroni della morte assassinavano i preti cattolici e le suore cattoliche. I killer erano stati addestrati nella School of the Americas di Fort Benning, in Georgia, dove il mio futuro suocero, a me ancora sconosciuto, nella segregazione degli anni Cinquanta aveva compiuto l’addestramento di paracadutista insieme ad altri sudvietnamiti. Il mio futuro suocero e i suoi commilitoni venivano addestrati a difendere la libertà e la democrazia, mentre alcuni dei religiosi martirizzati praticavano la teologia della liberazione, l’unica dottrina cattolica che mi attraesse.

Negli anni trascorsi dai gesuiti il mio percorso scolastico prevedeva la Bibbia (a proposito di maggiore) insieme a molti esempi della parola umana come L’urlo e il furore, Ulisse, il Manifesto del partito comunista, La campana di vetro e Il colore viola. Gli autori di quei libri sotto qualche aspetto potrebbero essere considerati minori: William Faulkner, uno scrittore regionale del Sud americano; James Joyce, un esule – che alla fine diventò cieco – dall’Irlanda colonizzata; Karl Marx e Friedrich Engels, due guerriglieri intellettuali; Sylvia Plath, una donna bianca; Alice Walker, una donna nera queer. Ciascuno di loro ha avuto un tale successo nell’appropriarsi di una lingua maggiore che ha reso difficile cogliere le note minori delle loro biografie, almeno come vengono insegnate nelle scuole.

Ma se posso citare Faulkner, Marx e Joyce soltanto per cognome, riconoscendo così che si sono elevati al genere che non si chiama genere, Plath e Walker rimanevano esempi di generi che vengono chiamati generi: letteratura femminile, letteratura nera, letteratura femminile nera? Il minore è in sé un genere, mentre il maggiore no, a meno che non venga contestato. (…) Approdato al college, intuivo la distinzione tra maggiore e minore e avevo acquisito il gusto di un adolescente bianco isolato e angosciato con tendenze artistiche, come confermò L’attimo fuggente, uscito l’anno in cui ero matricola. Protagonisti del film sono un gruppo di adolescenti bianchi isolati e angosciati, e il loro insegnante di lettere ispiratore e anticonformista. A un certo punto i ragazzi si scambiano citazioni di poesie d’amore, e la prima la riconobbi al volo (il Sonetto 18 di Shakespeare Devo paragonarti a un giorno d’estate?), avendolo imparato a memoria anni prima; poi indovinai la seconda, che pure sapevo a memoria (Lei cammina nella bellezza di Lord Byron).

La parte di me che voleva essere maggiore credeva fervidamente nei Grandi Nomi, nelle Grandi Opere, nei Grandi Libri, perché io credevo nelle Grandi Parole come Arte, Civiltà, Umanesimo, e nel Canone: “il meglio dei pensieri pensati e delle parole dette nel mondo” come lo definisce Matthew Arnold in Cultura e anarchia. Da giovanissimo aspiravo all’immortalità pur non avendo la cognizione emotiva della morte. Ma è stata proprio la cognizione emotiva della morte, scaturita dalle esperienze dei popoli minorizzati e colonizzati, ad aprirmi a una cognizione di minore diversa da quella in cui la minorità connotava il fallimento, la mancanza di importanza o lo stato infantile: tutte caratteristiche usate dalla maggioranza per limitare, svalutare e dominare una minoranza, come quando Saul Bellow si chiedeva: “Chi è il Tolstoj degli zulu? Il Proust dei papua?”. In contrasto con quella provocazione – uno scrittore ebreo americano che si allea al canone occidentale, scagliato contro gli africani e gli isolani del Pacifico – essere minore può essere anche una scelta, una forma di autorialità opposta all’autorità.

In questo spirito, i filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno scritto un libro intitolato Kafka. Per una letteratura minore, in cui tirano Franz Kafka giù dal suo piedistallo di gigante letterario del Ventesimo secolo riportandolo sullo stesso giaciglio dove Gregor Samsa risvegliandosi si scopre insetto. Kafka era un ebreo che scriveva in tedesco nella Praga della prima metà del Novecento; e forse la metamorfosi di Samsa in insetto prefigurava il destino degli ebrei d’Europa. Se leggiamo l’opera di Kafka semplicemente come letteratura universale, o anche come letteratura minore legata alla situazione storica e concreta di Kafka, ecco che kafkiano può significare alienazione e assurdità, sia individuali che collettive.

La minorità come fallimento è nella provocazione di Saul Bellow: “Chi è il Tolstoj Zulu?”. Ma esserlo può rappresentare anche una scelta opposta all’autorità

Sebbene Kafka sia interessante come artista canonizzato, è altrettanto coinvolgente come lo scrittore che morì quasi sconosciuto, altrettanto minore, che fu John Keats, il quale chiese di scrivere sulla sua lapide qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua, o Emily Dickinson che non pubblicò quasi nulla in vita. Una delle sue poesie è pertinente oggi come lo era nel Massachusetts del Diciannovesimo secolo:

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!
Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare – come una rana
che gracida il tuo nome – tutto giugno –
ad un pantano in estasi di lei!

Una poesia sull’anonimato, scritta nell’anonimato, incarna il minore. Ma Kafka, Keats e Dickinson oggi sono maggiori, e in contrasto con loro esistono tutti quegli autori minori che tali sono rimasti. Ma a Deleuze e Guattari non interessa tanto la fama, quanto la minorità come modalità oppositiva. Per i due filosofi, il minore è sempre politico. Un classico esempio di questo dissenso sulla minorità e il suo rapporto con la politica e la letteratura si trova nella critica di James Baldwin a quello che lui definisce il “romanzo di protesta”. Gli esempi di Baldwin sono La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe e Paura di Richard Wright. Per Baldwin il romanzo di protesta, pur essendo “un aspetto accettato ed encomiabile della scena americana” ha la colpa di essere benintenzionato e mal scritto. La capanna dello zio Tom sarà anche stato un grandioso bestseller del Diciannovesimo secolo che ha dato voce alla causa antischiavista, ma si è lasciato alle spalle il retaggio dello zio Tom stesso, in quanto scostante emblema della subordinazione e del sacrificio di sé.

Non meno problematico per Baldwin è il protagonista di Paura: Bigger Thomas, un giovane nero povero del ghetto di Chicago, che si macchia di stupro e di omicidio. Baldwin scrive che

Bigger è il discendente di zio Tom… un ritratto così perfettamente antitetico che… sembra che il romanziere nero contemporaneo e la defunta donna del New England siano avvinghiati in una battaglia mortale, senza tempo… il bianco e il nero possono solo colpire e rispondere al colpo… scendono nella buca insieme… la tragedia di Bigger non è che abbia freddo o fame, o che sia nero, e nemmeno che sia un nero americano; ma che abbia accettato una teologia che gli nega la vita, che lui ammetta la possibilità di essere subumano e quindi si senta costretto a combattere per la sua umanità…

Io concordo con quasi tutte le affermazioni di Baldwin; io e molti altri, a giudicare da un sondaggio trovato nei profili degli autori della New York Times Book Review. Una domanda classica: “Stai organizzando una cena letteraria. Quali tre scrittori – defunti o viventi – inviti?”. In realtà questi sondaggi rappresentano un termometro non trascurabile del posto in cui il pubblico colloca gli autori sulla scala da maggiore a minore. I due scrittori con il maggior numero di inviti a queste serate sono William Shakespeare e James Baldwin, alla pari con trentadue. Emily Dickinson ne totalizza dodici, Toni Morrison diciotto. Pare che Richard Wright non abbia ricevuto alcun invito (e nemmeno il povero Keats; ma almeno Kafka è stato scelto da Salman Rushdie).

Wright resta noto soprattutto per Bigger Thomas e lo stile schietto e feroce di Paura. Il che viola quella che potrebbe essere la prima regola di una cena: non mettere nessuno a disagio. I maggiori possono permettersi di non creare scompiglio. Possono essere raffinati, tolleranti, apolitici, perché la politica del normale, del normativo, del paradigmatico è la causa prediletta dai maggiori: in altre parole, una politica invisibile, che non è tenuta a riconoscere la propria natura politica. Ai potenti, il lusso e la sembianza dell’apoliticità non costano nulla, mentre per il minore essere apolitico consolida uno statu quo che lo svantaggia. Baldwin e Morrison sono decisamente politici, ma esprimono il loro impegno con eleganza letteraria. Ciò gli permette di essere minori, in quanto scrivono sempre e comunque di esperienze nere, ma anche maggiori, a cui è stato letteralmente accordato un posto a tavola.

Benché Baldwin e Morrison abbiano ragione nella loro intransigenza sul dover essere umani, Wright sceglie un approccio diverso, meno garbato, con Bigger Thomas – che tuttora si merita un posto tra i rappresentanti letterari delle esperienze dei neri e di altri umani – non presentato come personaggio unico, ma come uno tra gli altri. Wright spiega incisivamente l’estetica provocatoria di Paura nel suo saggio How “Bigger” Was Born, introducendo la sua convinzione che “Bigger Thomas non era sempre nero; era anche bianco, e come lui ce n’erano letteralmente milioni, ovunque”. B

aldwin ha dubitato della forza profetica di Paura, ma la spiegazione di Wright del perché nel 1940 alcuni neri americani fossero attratti dallo spettacolo della potenza imperiale giapponese e da Hitler, Mussolini e Stalin sembra importante ancora oggi, laddove Wright parla del “desiderio selvaggio e formidabile… di appartenere, di essere identificati, di sentirsi vivi come le altre persone, di essere coinvolti – dimentichi ed esultanti – nel corso degli eventi, di sentire la limpida, profonda, organica soddisfazione di fare un lavoro in comune con gli altri”. Questa solidarietà populista, ammaliata dalla violenza collettiva, non è qualcosa che ci siamo lasciati alle spalle; esiste come ombra della solidarietà espansiva. Mentre la solidarietà espansiva reclama la liberazione collettiva, la solidarietà populista reclama la libertà selettiva, conseguita alle spese degli altri demonizzati (…).

Nella seconda metà degli anni Sessanta, con la guerra del Vietnam all’acme e gli assassinii di Malcolm X, Medgar Evers e Martin Luther King, Baldwin paragonava la repressione delle Pantere Nere alla controrivoluzione americana contro il Vietnam. La realtà delle Pantere e dei Vietcong era complessa, ma è vero che nei loro momenti più eroici minacciarono l’esercizio egemonico della violenza americana, sul piano interno e internazionale. Tuttavia, nel 1987, quando Baldwin morì in Francia, la rinascita dell’impero americano contro quello che Ronald Reagan chiamava “l’Impero del Male” dell’Unione Sovietica era visibilissima, sebbene gli USA non siano un impero territoriale come quelli britannico e francese, ma piuttosto una costellazione di basi militari intorno al mondo.

Un impero che non si definisce impero, come gli Usa, vuole una maggioranza dal cui sfondo spiccano numerose minoranze per essere oggetto di aggressioni o di (limitate) concessioni

Un impero che non si definisce impero, come è il caso degli Stati Uniti, desidera una letteratura che non si identifichi come genere, ma bensì aspiri a un’universalità invisibile, non marcata: una maggioranza che fornisce lo sfondo da cui spiccano numerose minoranze per essere oggetto di aggressioni o di (limitate) concessioni. E finisco con due poeti che potrebbero un giorno essere maggiori, ma attualmente ritengo minori, per condizione e forse per scelta. Due poeti che si cimentano con l’ineluttabilità della violenza derivante dall’essere sudditi minori di un impero. Nel suo libro Whereas, Layli Long Soldier risponde alla Risoluzione di scuse del Congresso ai nativi americani approvata nel 2009 durante la presidenza di Barack Obama:

Nessun capo tribale, nessun rappresentante ufficiale è stato invitato ad assistere, né tantomeno a ricevere la Risoluzione nei confronti delle nazioni tribali… La mia replica è diretta alla presentazione delle scuse, ma anche alla lingua, alla formulazione e alla redazione del documento scritto. Sono una cittadina degli Stati Uniti, e un membro iscritto della Tribù Sioux Oglala: dunque sono una cittadina della Nazione Oglala Lakota; e nella qualità di questa doppia cittadinanza devo lavorare, mangiare, essere artista, madre e amica; devo ascoltare, osservare, devo costantemente vivere.

Mi torna in mente l’affermazione di Deleuze e Guattari per cui “l’aggettivo ‘minore’ non qualifica più certe letterature ma le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura all’interno di quell’altra letteratura che prende il nome di grande (o stabilita). I due filosofi pongono anche questa domanda:

Quante persone vivono ancor oggi in una lingua che non è la loro? Oppure non conoscono neppure più la loro, e conoscono male la lingua maggiore di cui sono costretti a servirsi? È il problema degli immigrati, e soprattutto dei loro figli. È il problema delle minoranze. Problema d’una letteratura minore e tuttavia anche nostro, di noi tutti; come strappare la propria lingua a una letteratura minore, capace di scavare il linguaggio e di farlo filare lungo una sobria linea rivoluzionaria? Come diventare il nomade, l’immigrato e lo zingaro della propria lingua?

In un certo senso, Long Soldier risponde a Deleuze e Guattari con una serie di componimenti che iniziano con Whereas (“premesso che”), la parola che introduce le premesse ai documenti e ai trattati del governo; molti dei quali gli Stati Uniti stipularono con le nazioni native, per poi tradirli. La poetessa evoca le conseguenze a lungo termine del genocidio, attaccando il “legalese” senz’anima che caratterizza quelle frasi introdotte da whereas, come in questo estratto:

PREMESSO CHE mi stanco. Del mio impegno di accordarmi con l’impegno della dichiarazione: “Premesso che i Popoli Nativi e i coloni non-Nativi si scontrarono in numerosi conflitti armati nei quali, sfortunatamente, sia l’una sia l’altra parte tolsero la vita a degli innocenti, tra cui donne e bambini”. Mi stanco di scontrarmi in numerosi conflitti armati, mi stanco della parola sia l’una sia l’altra. Sia come donna sia come figlia di quel Premesso che. Sia delle parole sia dei giochi di parole, curva sui dizionari. Mi stanco di capire sfinita, le forze prosciugate nel lavoro fisico. Stufa.

Quanto vale il “testimone”: la “pioggia gialla” sganciata in Vietnam di cui parla la minoranza Hmong diventa per i ricercatori di Harvard e Yale “feci di api”

Long Soldier rivela che la simmetria presente nella premessa governativa del “Premesso che” è una rappresentazione menzognera di una violenza pari tra coloni e popoli indigeni. Il linguaggio dall’apparenza neutra e riconciliatoria del sia/sia, che di fatto favorisce il colonizzatore, mi ricorda la dichiarazione del 1977 del presidente Carter, per cui durante la guerra americana del Vietnam “la distruzione è stata reciproca” (…).

Gli imperi e le macchine belliche impiegano il linguaggio della neutralità, della burocrazia e della simmetria per nascondere l’impatto dell’asimmetria delle loro politiche e delle loro armi. I bombardieri invisibili richiedono un linguaggio invisibile, evanescente. Lo dimostra la poetessa Solmaz Sharif in Look, una raccolta di poesia infiammata da un gergo tratto dal Dictionary of Military and Associated Terms del ministero della Difesa degli Stati Uniti. Sharif dissemina quei termini in tutto il libro e a essi replica, come in questo componimento:

RESIDUI CONTAMINATI lavarsi le mani prima di andare a letto lasciare la stanza degli interrogatori prima di rispondere al cell insegnare alla bocca a dire tesoro quando entrate in cucina

AREA DANNEGGIATA non include le vampate notturne o i conati alla vista del barbecue

SPAZIO MORTO celle frigorifere piene dopo l’esplosione l’ospedale depone i pezzi dei corpi fuori sul retro dove la gente cerca di identificare quelli che non rispondono al telefono da un bulbo oculare la manica di una camicia preferita un orologio fermo

Per contro, la lingua del poeta minore, rispetto a quella maggiore del dizionario militare, ci mostra la realtà umana ed empirica dell’impero. Un’altra scrittrice che reagisce in forma poetica alle razionalizzazioni dell’impero e dei suoi documenti è Mai Der Vang. Che, nel suo libro Yellow Rain, scrive: “Sono figlia di rifugiati hmong; mia madre e mio padre erano tra i fuggiaschi, il che mi rende una dei fuggiaschi”. Durante la guerra del Vietnam numerosi hmong combatterono insieme agli americani, quando la Cia e l’aviazione degli Stati Uniti condussero la cosiddetta “guerra segreta” nel Laos. Decine di migliaia di hmong morirono, ma alla fine della guerra gli Usa abbandonarono gran parte dei loro alleati hmong, molti dei quali diventarono rifugiati.

Ricordano di essere stati attaccati dai loro nemici con un’arma chimica sganciata da aeroplani ed elicotteri, che chiamarono “pioggia gialla”. Le vittime della pioggia gialla potrebbero essere calcolate nel numero di seimila, o ventimila, o quarantamila. Non dando credito agli hmong come fonte esatta sui propri morti, le autorità americane indagarono sugli episodi di pioggia gialla, ma non riuscirono a concludere se si fosse trattato o no di guerra chimica. Di fronte all’imprecisione dei dati sui morti e allo scetticismo dei ricercatori occidentali, Vang raccoglie una messe formidabile di documenti che seziona e ricompone, commenta e mescola con le sue poesie: cablogrammi dell’ambasciata americana, mappe, fotografie e referti di laboratorio sui campioni di sangue e di urina prelevati agli hmong sopravvissuti, alcuni dei quali, secondo un rapporto del 1984, “ARRIVATI IN CONDIZIONI DEPLOREVOLI”.

Un referto di laboratorio dell’anno successivo dichiara che “questi campioni si possono distruggere”. Vang include anche testimonianze di hmong sopravvissuti, ma non essendo questi né occidentali, né bianchi, agli occhi delle autorità occidentali e bianche le loro prove non valgono abbastanza. La più famigerata di queste ricerche fu condotta da uno scienziato di Harvard e da un suo collega di Yale, i quali decisero che con ogni probabilità la pioggia gialla erano feci di api. Scrive Vang: “Fecero apparire noi hmong come mentecatti, incapaci di distinguere quello che la terra dà da quello che l’uomo fa, la differenza tra la merda e la morte”.

Per Long Soldier, Sharif e Vang, la lingua maggiore che essi abitano e sovvertono è offuscante sia per mezzo della precisione sia per mezzo della vaghezza. Le scuse formulate con cautela, il gergo efficientista, l’oggettività scientifica: tutto allestisce un arsenale simbolico, smantellabile nell’ambito di una poesia minore che a qualcuno potrebbe non sembrare letteratura, dato il suo incorporamento nel non-letterario. (Casomai qualcuno possa pensare che essere chiamati minori sia offensivo, preferisco considerare anche me stesso un minore, e alcuni critici mi hanno definito un “ultraminore”, che forse come minore è un po’ troppo.) La domanda è: perché aspirare a essere maggiori? Per gli scrittori, essere consacrati come maggiori è forse meglio da morti (qui ho il sospetto che alcuni scrittori dissentano), quando la carne e la fama si sono decomposte lasciando solo le ossa dell’arte.

Aspirare coscientemente a essere maggiore da vivi può portare a un’arte maggiore, ma anche a collaborare con i gusti dominanti del tempo, nel mio caso dettati dalla politica di un impero che rifiuta di chiamarsi impero. Gli imperi possono intossicarsi con i fumi del loro potere, mentre a loro volta gli artisti possono farsi sedurre dall’illusione di voler essere maggiori, come dalla convinzione che si possa padroneggiare la scrittura. È possibile tale padronanza, oppure nella nostra arte c’è sempre qualcosa che ci sfugge? Io vedo la mia arte come la vocazione che mi permette di creare, dunque di avvicinarmi a qualcosa come il divino, che non può essere padroneggiato.

In senso meno metafisico: se da una parte la letteratura resta a volte una forma di arte maggiore, che può ottenere rispetto perfino nelle società più capitaliste, essa è anche minore al livello della popolarità rispetto ai colossi artistici e commerciali del cinema e dei videogame. Lavorare a una forma artistica che per me è maggiore, ma per molti è minore, mi lascia con un senso di umiltà di fronte alla mia vocazione, che è padrona di me più di quanto io non padroneggi lei. Ammetto, tuttavia, di essere umano. Molto umano. Anche a me piacciono gli inviti alle cene letterarie, o almeno l’idea dell’invito. Meglio invitato che non invitato, forse: ma il pensiero di un aldilà trascorso in un’interminabile cena, circondato dalle celebrità letterarie e dai padroni dell’universo che si congratulano per essere i migliori e i più intelligenti di tutti, gettando qualche sguardo in giù, ai poveracci nella buca, mi terrorizza. Di sotto fa più caldo, e magari – con le luci basse – ci si diverte molto di più.

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