Non è un mistero quel che io penso della situazione dell’informazione in Italia, l’ho detto in tutte le sedi in cui è stato possibile, articoli, convegni, aule parlamentari. E lo ripeto: è un’autentica emergenza democratica.
È nota pure l’opinione che ho maturato intorno all’atteggiamento della politica rispetto ai problemi che compromettono, minacciano e ledono la credibilità e la libertà di informazione. Ripeto anche questo: al Parlamento, tranne qualche eccezione, della libertà di stampa e della corretta informazione non frega sostanzialmente nulla.

Provo a spiegare i perché.
Quando dico che siamo di fronte a un’emergenza democratica – sempre se condividiamo l’importanza della stampa come strumento di tutela della democrazia e del pluralismo (il famoso “cane da guardia”) – penso per cominciare alla circostanza che scredita in origine l’intero sistema come un irrimediabile peccato originale: i conflitti di interesse negli assetti proprietari degli organi di informazione. Conflitti di interesse economici, perché la gran parte di essi è detenuta da editori, imprese, gruppi industriali, finanziari, che hanno interessi preponderanti in altri settori economici, soggetti che non si fanno scrupolo di servirsi degli organi di informazione per alimentare i loro business fregandosene della corretta informazione (“In Italia è impossibile fare affari se non si possiede un giornale”, disse un celebre imprenditore).
Poi ci sono i conflitti di interesse politici, alimentati da editori che fanno più o meno direttamente politica: il caso Berlusconi ha fatto storia (e purtroppo anche epigoni), con le conseguenze che ancora scontiamo. Questo nel settore privato, perché nel servizio pubblico (Rai) il conflitto di interesse è ancora più devastante, con partiti che lottizzano e nominano dirigenti e giornalisti di sicura fede, arrivando a pretendere di dettare le scalette di programmi e telegiornali.
Certo, abbiamo anche qualche eccezione che sfugge all’andazzo, giornali gestiti da editori puri, gente, come al Fatto Quotidiano ma non solo, che fa solamente editoria e perciò attenta alla qualità dell’informazione e alla propria indipendenza perché ad esse sono legate vendite e introiti pubblicitari, cioè le entrate che determinano sopravvivenza e fortune dell’impresa.
E certamente abbiamo ancora direttori e cronisti che cercano di fare correttamente il proprio mestiere anche nei contesti più difficili e con gli editori più problematici, ma quante volte ci riescono?
Così stanno le cose in un sistema inquinato che impedisce a buona parte del giornalismo italiano di essere in linea con le condizioni necessarie per rispettare la regola prima della propria mission: pubblicare correttamente e con completezza tutte le notizie di interesse pubblico. Ed è questa l’emergenza di cui parlavo, anche se i conflitti di interesse sono solo uno degli aspetti che impediscono il buon funzionamento del sistema compromettendo la sua affidabilità. Le altre criticità? La mancata tutela delle fonti, per cominciare, vitale per il giornalismo d’inchiesta. In questo caso la falla si nasconde dietro il cosiddetto segreto professionale. Per i giornalisti esiste, ma solo sulla carta, visto che il magistrato può obbligare in determinati casi il cronista a rivelare l’identità del suo informatore, pena la falsa testimonianza e la galera, può sequestrare computer, agende telefoniche, intercettare. E voi capite: perché una persona normale dovrebbe raccontare a un cronista le malefatte di un potente sapendo che la sua identità potrebbe domani essere rivelata? E capite pure come in questa situazione al giornalista viene impedito di acquisire notizie importanti per i cittadini e vitali per la vita democratica.
Poi c’è il capitolo delle intimidazioni, per non dire ricatti, che pesano sulla libertà di stampa a causa delle liti temerarie, potenti e potentati che citano editori e cronisti chiedendo risarcimenti spesso milionari e senza valido motivo. Parliamo di querele che finiscono quasi sempre archiviate, ma che hanno come unico obiettivo quello di intimidire, spingere direttori e giornalisti a sospendere l’inchiesta. Si tratta di una grave limitazione al diritto all’informazione per la quale anche importanti organismi internazionali hanno richiamato l’Italia. Limitazione che sommata alle altre ha progressivamente ridotto in molti casi il mitico cane da guardia in servizievole adulatore del padrone di turno. Con i giornalisti incapaci di produrre una qualsiasi iniziativa per fronteggiare questi problemi, anche perché la gran parte, i famosi “schiavi in redazione”, privi di qualsiasi garanzia e pagati anche 10-15 euro ad articolo, vivono e lavorano sotto costante ricatto occupazionale.
Che credibilità può avere un sistema informativo ridotto in queste condizioni? Poca e da qui la necessità di un intervento del legislatore. Per cui, provate a immaginare con quanta convinzione, eletto senatore, nel marzo 2018 sono approdato in Parlamento. Con la mia determinazione e il peso parlamentare del partito nel quale sono stato eletto (M5s), mi son detto, possiamo risolvere tutti i problemi. Per ciascuna delle criticità elencate ho depositato perciò proposte di legge (pdl) studiate con esperti, associazioni di categoria, costituzionalisti.
Per gli assetti proprietari e i conflitti d’interesse economici ho presentato una pdl che progressivamente limitava ad un tetto massimo del 10 per cento le partecipazioni azionarie in aziende editoriali di soggetti con interessi rilevanti in altri settori dell’economia. Per le commistioni e le invadenze politiche nel servizio pubblico (Rai) un’altra proposta, sul modello anglosassone, per rendere l’azienda indipendente dai partiti. Per la tutela delle fonti una pdl per il riconoscimento pieno del segreto professionale dei giornalisti. Contro lo sfruttamento del lavoro giornalistico una legge per fissare compensi decorosi e maggiori tutele. Per limitare il fenomeno delle intimidazioni legali un’altra pdl che contemplava un risarcimento economico al giornalista proporzionato alla richiesta temeraria del querelante. Dosando e scaglionando queste proposte e spiegandole alle forze politiche avendo avuto nel frattempo la possibilità di verificare anche direttamente quanto il giornalismo indipendente fosse visto in Parlamento come fumo negli occhi.
La legge doveva essere approvata quella mattina, ma un deputato renziano gridò: “Le liti temerarie te le scordi”. E non se ne fece nulla
Bilancio? La vicenda delle querele temerarie è emblematica: la pdl è stata esaminata in commissione al Senato e alla fine approvata dopo una mediazione e un accordo tra i partiti della maggioranza Conte-2 davanti al ministro della Giustizia Bonafede. Era stata anche calendarizzata in aula per la seduta del 16 gennaio 2020. Essendoci i numeri si trattava solo di approvarla definitivamente, ma quella mattina la conferenza dei capigruppo ha deciso di depennarla e “differirla ad altra data”. Cos’era successo? Alcuni partiti, a cominciare da Italia viva, avevano cambiato idea disconoscendo l’accordo siglato davanti al ministro. “Le liti temerarie te le scordi”, gridò un esponente del partito di Renzi tra gli applausi di leghisti e forzisti, i partiti che allineano forse il maggior numero di querelatori seriali contro i giornalisti, “così come la riforma della Rai”. E infatti anche questa, nonostante fossi riuscito a portarla all’esame in commissione, si è alla fine arenata grazie ai soliti renziani, forzisti e leghisti alleati nella nuova maggioranza dell’esecutivo Draghi. Quanto alle pdl sul segreto professionale e l’equo trattamento economico dei giornalisti precari non sono mai decollate, i vari capigruppo non hanno voluto sentirne parlare.
Ecco perché dico che al Parlamento non importa nulla della libertà di stampa, nonostante le promesse, le proteste e i sit-in che a turno e secondo le stagioni politiche fanno i partiti. Quello che direttamente ho visto e constatato è che alla prova dei fatti essi preferiscono mantenere lo status quo, nel quale evidentemente riescono al meglio a fare i propri comodi. Con tanti saluti alle tutele costituzionali dell’informazione e ai diritti dei cittadini.