Economia

Tassa sulle grandi ricchezze, coro di consensi a livello internazionale. La petizione de ilfattoquotidiano.it a 75mila firme: obiettivo 100mila!

Ocse, Fmi, Banca Mondiale, Università, economisti, editorialisti. Si moltiplicano a livello internazionale le voci a sostegno di un'imposta sulle grandi ricchezze come strumento per aiutare Stati e popolazioni a superare la pandemia. Diversi paesi sono al lavoro per introdurre un prelievo di questo tipo. In Italia, per ora, niente da fare. Continua la raccolta firme del Fattoquotidiano.it, obiettivo 100 mila

FIRMA LA PETIZIONE DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT – Contro la crisi Covid sì a un contributo del 2% per ricchezze superiori a 50 milioni

L’ultima in ordine di tempo è stata la Corte dei Conti, con il suo presidente che Guido Carlino che ha definito “auspicabile” l’introduzione di una tassa patrimoniale. Semaforo verde lo aveva acceso a inizio gennaio anche la Banca d’Italia. Ma è a livello internazionale che si sta verificando una grande convergenza verso questo tipo di imposizione Ocse, Fondo monetario internazionale e, da ultimo, anche figure di primo piano della Banca mondiale. C’è ormai una sorta di “Washington consensus” a favore di un prelievo sulle grandi ricchezze. Di recente Bloomberg ha diffuso una dettagliata analisi sul tema intitolata “Wealth Tax is going global”, la tassa sulla ricchezza sta diventando un tema globale. Studi di prestigiose università e “think tank” ne sottolineano l’utilità, soprattutto mentre le finanze dei governi sono sotto pressione a causa delle spese per sostenere l’economia e le popolazioni colpite dalla pandemia. Più in generale l’imposta sulle ricchezze è vista come un rimedio per arginare l’esplosione delle diseguaglianze, definita ormai “fuori controllo” dalla Banca mondiale, ed ulteriormente esasperata dall’emergenza sanitaria.

Prendendo spunto dalle proposte degli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez, lo scorso novembre il Fattoqutidiano.it ha condotto una simulazione sul gettito che potrebbe produrre un prelievo del 2% sulle ricchezze di oltre 50 milioni di euro. Il prelievo interesserebbe meno di 3mila contribuenti italiani e potrebbe fruttare fino a 10 miliardi di euro. Soldi che potrebbero essere usati per aiutare le fasce di popolazione più in difficoltà. Non significherebbe impoverire i ricchi, visto che questi patrimoni solitamente fruttano molto di più di un 2% annuo. L’effetto sarebbe solo quello di rallentare la crescita delle ricchezze ed operare una qualche azione redistributiva. A sostegno di questa misura abbiamo lanciato una petizione che ha già raccolto quasi 75mile firme. L’obiettivo è quello di raggiungere a breve almeno la soglia delle 100 mila sottoscrizioni.

Già nel 2018 l’Ocse aveva suggerito a paesi come l’Italia dove ci sono basse tasse di successione e imposte relativamente ridotte sui redditi da capitale a valutare la possibilità di un’imposta patrimoniale. Come in tutto il mondo anche nel nostro paese la diseguaglianza è in crescita, l’Italia è al 10mo posto sui 35paesi Ocse per grado di disparità. Negli ultimi mesi il Fondo monetario internazionale ha ripetuto in più occasione l’opportunità di ricorrere a questo tipo di imposta per alleviare il peso dei debiti pubblici e sostenere gli sforzi contro la pandemia. L’economista della banca mondiale Jim Brumby ha spiegato come una tassa sul patrimonio consentirebbe di affrontare cinque grandi squilibri dell’economia globale, dalla distribuzione delle ricchezze alla sostenibilità dei debiti pubblici.

Nel 1995 15 paesi dell’Ocse avevano un prelievo di questo tipo. Oggi lo hanno mantenuto solo in quattro: Svizzera, Belgio, Norvegia e Spagna. Una dinamica che è utilizzati dai critici per sottolineare le difficoltà pratiche nel far funzionare davvero un prelievo di questo genere. Ma come ricorda Brumby nel suo post sul blog della Banca mondiale, oggi la situazione è profondamente cambiata quanto a scambio di informazioni tra paesi sulle ricchezze degli individui, rendendo più semplice ottenere fotografie accurate dei patrimoni personali.

Ridurre la tasse ai ricchi non aiuta l’economia – Dagli anni 80 le tasse che gravano sui ceti più abbienti hanno intrapreso una ripida discesa. Al punto di arrivare a situazioni paradossali, come negli Stati Uniti, in cui il carico fiscale che grava su un operaio o un impiegato è più alto di quello sopportato da miliardari come il patron di Amazon Jeff Bezos o dal neo uomo più ricco del mondo Elon Musk. Se un operaio americano versasse in proporzione la stesa quota dei suoi proventi, pagherebbe al fisco circa 10 dollari. All’anno.

Si è arrivati a questo punto sposando una teoria che non ha mai ricevuto conferme empiriche, quella secondo cui ridurre le tasse ai ricchi favorisce tutta l’economia e quindi alla fine anche i più poveri. Un recente studio della prestigiosa London School of Economics ha analizzato quanto accaduto in 50 paesi. Il risultato è che basse tasse per i ricchi non hanno nessun effetto positivo sulla crescita economica. Contemporaneamente una commissione di economisti ha indicato l’imposta sulle ricchezze come il metodo più equo ed efficiente per fare i conti con la pandemia. Arun Advani, dell’Università di Warwick e uno degli autori dello studio, ha affermato: “Ci viene sempre detto che l’unico modo per aumentare in modo significativo il gettito è alzare l’imposta sui redditi dei lavoratori o l’Iva sui consumi. Ma non è vero come mostrano le cifre dello studio. Decidere dove prendere i soldi è quindi una scelta politica”. Dalle indagini condotte tra i loro lettori dai quotidiani britannici Times e Financial Times, emerge un diffuso supporto tra la popolazione britannica a sostegno di un prelievo di questo genere.

Sempre più paesi valutano l’ipotesi – Paesi come la Spagna o l’Argentina sono passate dalle parole ai fatti introducendo qualche forma di prelievo sulle grandi ricchezze per sostenere la lotta alla pandemia. Altri, come Cile, Perù, gli stati Usa di Washington e della California, stanno cercando di farlo. A New York, per sostenere il bilancio, si ragione di un prelievo dello 0,5% per chi in città possiede seconde case che valgano almeno 5 milioni di dollari, con un’aliquota che sale all’1% per quelli da oltre 10 milioni. “In tutto il mondo osserviamo la crescente consapevolezza che le disparità di reddito e di ricchezza sta aumentando e che i nostri sistemi fiscali non sono più adatti per questa nuova realtà”, afferma David Gamage, professore di legge all’università dell’Indiana che ha contribuito a mettere a punto alcune proposte di legge per una tassa sui grandi patrimoni.

Anche in Sud Africa e in Germania iniziano a levarsi voci a sostegno di questa ipotesi. Il quotidiano liberale berlinese Der Tagesspiegel è sceso in campo sostenendo apertamente questa soluzione. La Germania, essendo il paese europeo con il più alto numero di super ricchi, sarebbe quello dove il prelievo avrebbe l’impatto più forte. Nel 2019 la sinistra del partito socialdemocratico tedesco ha sostenuto l’opportunità di introdurre un prelievo diquesto genere. Die Linke ha presentato una proposta per una patrimoniale una tantum contro lapandemia da pagare nell’arco di 20 anni. Angela Merkel ha respinto entrambe le possibilità.

E in Italia? Un gruppo di parlamentari di Pd e Leu hanno proposto un emendamento alla legge di bilancio che proponeva un prelievo progressivo sulle ricchezze superiori ai 500mila euro con aliquota iniziale dello 0,2%. Contemporaneamente sarebbero state abolite l’Imu sulla seconda casa e i bolli su conti bancari e dossier titoli. Un guadagno per persone con ricchezze fino a un milione di euro e possessori di una seconda casa. Il Parlamento ha rigettato la proposta, la maggioranza non ha neppure accettato di valutarla nell’ambito di un più ampio ripensamento del sistema fiscale italiano. A favore di una qualche forma di prelievo patrimoniale si è speso anche l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, che pure durante la sua permanenza a palazzo Chigi aveva varato una serie di mini patrimoniali, dall’Imu ai bolli su dossier titoli e depositi bancari. In un suo intervento del 17 gennaio sul Corriere della Sera Monti invitava il governo a ripensare il sistema fiscale “anche senza pregiudizi in alcuna direzione, ai temi che solo in Italia sono considerati tabù, temi che tutti i partiti, pavidi, non osano neppure pronunciare: imposta ordinaria sul patrimonio, imposta di successione, imposizione sugli immobili e aggiornamento del catasto”.

Un ripensamento che sarebbe invece più che opportuno secondo l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco che, intervistato dal Fattoquotidiano.it, ha ricordato come oggi il prelievo gravi troppo sui redditi da lavoro e troppo poco su quelli da capitale. Aumentare le imposte per i ricchi non significa infatti aumentare le tasse in generale. Il maggior gettito che proviene dai più abbienti servirebbe anzi proprio al ridurre quello che pagano i meno fortunati.

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