Phase out del carbone? Forse. L’obiettivo di abbandono della fonte fossile più inquinante è confermato per l’Italia al 2025 nel testo definitivo del Piano Nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), pubblicato dal ministero dello Sviluppo e predisposto con i ministeri dei Trasporti e dell’Ambiente. Proprio dagli ambientalisti sono piovute le critiche: l’obiettivo al 2025 non è inderogabile, ma subordinato alla realizzazione di una serie di impianti e infrastrutture.

La versione finale del Pniec tiene conto delle osservazioni fatte da Bruxelles sulla bozza varata un anno fa dal Mise e delle novità incluse nel decreto legge sul Clima, nonché di quanto previsto in tema di investimenti con la sottoscrizione del Green New Deal, già recepito dalla legge di bilancio 2020. Secondo quanto si legge nel corposo documento (300 pagine) l’Italia ha programmato “la graduale cessazione della produzione elettrica con carbone entro il 2025, con un primo significativo step al 2023, compensata, oltre che dalla forte crescita dell’energia rinnovabile, da un piano di interventi infrastrutturali (in generazione flessibile, reti e sistemi di accumulo) da effettuare nei prossimi anni. La realizzazione in parallelo dei due processi è indispensabile per far sì che si arrivi al risultato in condizioni di sicurezza del sistema energetico”. La generazione termoelettrica da carbone in Italia è inferiore a quella di altri Paesi europei ma rimane superiore ai 30 TWh/anno e ai livelli dei primi anni 2000, riporta il documento. Tuttavia il Pniec ribadisce che “la dimensione della decarbonizzazione” deve andare “di pari passo con la dimensione della sicurezza e dell’economicità delle forniture”.

Il Piano conferma la necessità di accelerare la crescita delle energie rinnovabili (Fer), nell’ambito degli interventi complessivi (accumuli, reti, generazione flessibile, altre opere di rete) da realizzare entro il 2030. Il Pniec indica che le installazioni eoliche e fotovoltaiche dovranno crescere a un ritmo pari ad almeno cinque volte quello attuale per arrivare a coprire il 30% dei consumi energetici entro il 2030 e a rappresentare il 55,4% della generazione elettrica contro il 34% di oggi. Tuttavia, il Piano ritiene anche necessarie alcune modifiche infrastrutturali per eliminare del tutto il ricorso al carbone e che vanno avviate nel periodo 2020-2025. Tra queste c’è la “nuova capacità a gas per circa 3 GW, di cui circa il 50% sostanzialmente connesso al phase out, coerentemente con la pianificazione e la regolamentazione (paesaggistica e ambientale) regionale, e nuovi sistemi di accumulo per 3 GW nelle aree centro – sud, sud e Sicilia”; il rinforzo della rete di trasmissione nel Polo di Brindisi (dove è in corso il passaggio dalla produzione di energia elettrica da carbone a quello della produzione con gas metano); la nuova dorsale adriatica per almeno 1 GW di capacità di trasporto di gas; e infine, in correlazione con il phase out dal carbone in Sardegna, è in corso di valutazione “una nuova interconnessione elettrica Sardegna – Sicilia – Continente, insieme a nuova capacità di generazione a gas o capacità di accumulo per 400 MW localizzata nell’isola”.

Insomma, l’Italia punta forte sul gas, che resterà la fonte primaria. Nella transizione energetica, la nuova capacità di generazione dal gas (con conseguente aumento temporaneo dei consumi di gas), dice il Pniec, contribuirà nei prossimi anni alla copertura del fabbisogno. In particolare, tenuto conto del phase out delle centrali a carbone, gli impianti a gas “assicureranno la necessaria flessibilità al sistema, compensando l’incremento rilevante di produzione rinnovabile non programmabile e assicurando il mantenimento dei livelli di sicurezza, adeguatezza, resilienza e qualità del servizio”. In definitiva, il phase out dal carbone programmato entro il 2025 avverrà “nei limiti e sempreché siano per tempo realizzati gli impianti sostitutivi e le necessarie infrastrutture, e una significativa accelerazione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica”. Il phase out dal carbone “potrà essere implementato attraverso, tra l’altro, la realizzazione di unità termoelettriche addizionali alimentate a gas; non sono al momento previsti sviluppi infrastrutturali a gas dall’estero ma solo un temporaneo incremento dei consumi di gas”. Le valutazioni delle modifiche infrastrutturali eventualmente necessarie si baseranno sul confronto in appositi tavoli settoriali (per zone di mercato elettrico, per singolo sito e specifico per la Sardegna) con gli operatori, le autonomie locali, Terna, le parti sociali e le associazioni ambientaliste e di categoria.

Infatti il 31 gennaio si è svolto al Mise il tavolo di confronto sull’uscita dal carbone per la produzione di energia elettrica in Sardegna. Nell’incontro si è discusso delle modalità con le quali la regione potrà raggiungere l’obiettivo dell’uscita dal carbone entro il 2025. La sottosegretaria Alessandra Todde ha dichiarato che “il Pniec ribadisce che il metano è fonte energetica di transizione per le aree produttive sarde. Il governo sta sostenendo concretamente la ripresa industriale della Sardegna, che deve basarsi su una transizione sostenibile in termini ambientali, sociali ed occupazionali e su un costo dell’energia equo sia per gli imprenditori che per tutti i cittadini sardi”.

Di qui la pioggia di critiche degli ambientalisti. Le proposte sulla Sardegna, ha commentato il Wwf, significano che nella regione non sarà affatto arginata l’espansione del gas. Anzi, si continua a puntare fortemente su nuove infrastrutture gas che non solo riguardano il Tap, già in fase di completamento, ma anche l’EastMed, che porta in Italia il gas di Israele e Cipro attraverso la Grecia. Secondo Giovanni Battista Zorzoli, presidente del Coordinamento Free, l’uscita dal carbone viene condizionata a una serie infrastrutture, quali il cavo HVDC per la trasmissione di energia Sardegna-Sicilia-Sud, “che sono difficilmente completabili entro il 2025, mettendo così una seria ipoteca sull’abbandono del combustibile fossile più climalterante”; intanto si chiede di creare nuove centrali termoelettriche a gas. Queste, ha evidenziato Angelo Bonelli, coordinatore dell’esecutivo nazionale dei Verdi, rischiano di ritardare la messa in opera di infrastrutture per le rinnovabili. Sono “assenti misure concrete per investimenti nelle energie rinnovabili, il motore di nuove attività industriali, o per riconvertire settori colpiti dalla transizione energetica”, ha affermato il coordinatore dell’esecutivo nazionale dei Verdi. Inoltre, l’Italia conferma gli obiettivi di energie rinnovabili al 30% ma l’Ue punta sul 32%, ha continuato Bonelli. E “per la riduzione del gas serra al 2030, l’Italia prevede come obiettivo il 37% mentre la commissaria Von der Leyen ha parlato di target al 55% con raggiungimento di neutralità climatica nel 2050”.

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha assicurato che “nel momento in cui cambierà la declinazione europea e ci darà un target più alto, cosa ormai evidente, noi rigenereremo il Pniec e alzeremo l’ambizione. Oggi però ragioniamo su quello che abbiamo. Siamo quindi in evoluzione”. Ma per Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace, si propone in pratica un piano già vecchio limitandosi a dire che c’è la disponibilità ad aggiornarlo. “Questa è l’ennesima volta che l’Italia perde l’occasione per esprimere una leadership nella lotta al cambiamento climatico”; si tratta di “un testo semplicemente insufficiente a contrastare l’emergenza climatica in cui viviamo”.

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