Una settimana fa disse di essere l’ottantaseiesima vittima della strage di Bologna e oggi prima in aula a poi fuori ha spiegato il perché. “Per quanto riguarda Bologna non ho da pentirmi, non perché voglio giustificarmi, ma perché non è in nessuna maniera riconducibile a me o alle persone a me vicine la colpevolezza di questa cosa” ha detto Luigi Ciavardini, a margine del processo che vede l’ex Nar Gilberto Cavalllini imputato per concorso nella strage del 2 agosto. Pochi minuti prima, in aula, il presidente della Corte d’Assise Michele Leoni aveva chiesto a Ciavardini se si era pentito per il suo passato in generale, come hanno fatto altri ex terroristi tipo Cristiano Fioravanti e Walter Sordi e Ciavardini ha risposto “no”, spiegando poi davanti ai giornalisti che si ritiene “innocente”.

“Il mio pentimento è stato con i parenti delle vittime riguardo a un fatto specifico su cui ho ammesso la mia responsabilità – ha detto Ciavardini – e quella rimane una mia cosa personale che non può essere mostrata ad altri. Il mio è un pentimento interiore riguardo a determinati fatti e credo che il pentimento giudiziario che hanno avuto altre persone non possa essere paragonato a una tranquillità interiore che puoi avere se sei innocente”. Ciavardini ha sostenuto di essere stato informato dalla radio, mentre era in auto di ritorno da Padova, il 2 agosto 1980, dell’esplosione che provocò 85 morti e 200 feriti. Il gruppo, Ciavardini, Cavallini, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (gli ultimi tre condananti in via definitiva per la strage) quella mattina sarebbe andato in gitada Treviso a Padova. Proprio durante il ritorno “nacque la notizia che era successo qualcosa a Bologna”, ha detto Ciavardini. E, ha domandato l’avvocato di parte civile Nicola Brigida, quando lo sapeste? “In macchina mentre tornavamo, c’era la radio accesa”. Sempre quella mattina i Nar arrivarono a Padova “verso le 10” e lì si divisero. Cavallini sarebbe andato a risolvere una questione di armi e di numeri di matricola e si assentò, ha detto Ciavardini, circa un’ora e mezza. Ciavardini ha detto di non sapere con chi si incontrò Cavallini, escludendo (“Non mi risulta”) che la persona fosse Carlo Digilio, alias Zio Otto, considerato l’armiere di Ordine Nuovo. Lui, Mambro e Fioravanti rimasero ad un mercato e poi in piazza incontrarono nuovamente Cavallini.

Ai giudici Ciavardini tornando alle dichiarazioni della settimana scorsa sul fatto di considerarsi una vittima “non voleva essere un’offesa, né annullare l’importanza di questo processo”. Il senso delle sue espressioni, ha spiegato Ciavardini, era dire che “questo processo ha creato una condizione per cui nessun grado di giudizio ha permesso di analizzare le cose come stavano, almeno secondo la nostra difesa”. All’epoca, ha detto poco dopo, “ero giovane e abbastanza inesperto per la lotta armata, oggi credo sia giusto ammetterlo”, e fu “avventuroso quando dopo il 2 agosto mi sono permesso di uscire di casa, ma questa non può essere considerata prova di colpevolezza o di far parte di una banda che ha commesso uno dei reati più gravi di questa storia. Chi ha commesso quell’atto è una m…”, ha ribadito l’ex Nar.

Ciavardini è tornato sul concetto quando l’avvocato di parte civile Nicola Brigida gli ha domandato perché una persona “che si professa innocente di fronte a un crimine così mostruoso, non dice particolari molto importanti“, come rivelare il nome di ‘fiancheggiatori’ dell’epoca. “Dopo 38 anni – ha detto il testimone – dire le stesse cose e andare a cercare il nome delle persone che hanno aiutato… perché aprire un discorso che non ha senso? Ribadisco che per 38 anni abbiamo fatto il processo, in 25 anni di carcere la voglia di chiarire non è mai stata in dubbio. Anche dopo la sentenza siamo stati sempre presenti a qualsiasi forma di interrogatorio e richiesta. Ci ritroviamo a processo a oggi, non sono venuto per fare a un favore. La mia presenza vuole confermare che nessuno di noi si vuole nascondere”. “Processualmente – ha proseguito – potrei aver detto inesattezze, ma quando sei imputato provi a dare, a tua difesa, una logica ricostruzione dei fatti, dove le contraddizioni non sono così forti”, ha aggiunto, affermando che “è ben chiara la nostra estraneità“. Tra tanti “non ricordo”, Ciavardini, quando il giudice gli ha chiesto se in dichiarazioni fatte in passato aveva mentito, ha spiegato di aver detto “la logica verità di quell’epoca. Alcune cose possono essere state imprecise, qualcosa non lo ricordo”. “Ci hanno condannato per ipotesi e le prove portate contro di noi sono minori rispetto a quelle che hanno per altre strade”, ha detto poi ai giornalisti, durante una pausa. “È inutile che dica chi sia stato o chi penso possa essere stato, comunque non penso di saperlo e nemmeno mi permetto di farlo, ora non dite che sono reticente per questo perché sarebbe una cosa stupida”.

“Se fosse innocente troverebbe il modo di parlare di queste cose, dando tutte le spiegazioni del caso. Ma non avviene e questa è un’altra motivazione – commenta Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari delle vittime – Dà l’idea di un testimone reticente. Come è possibile che una strage di questo tipo se la ricordano solo le vittime e i parenti e nessuno se la ricordi? È possibile che non si ricordi di niente, di quando era legato a doppia mandata con altri condannati. Non hanno nulla da dire a discolpa. Questo è il punto”, ha aggiunto Bolognesi.  Dal punto di vista dell’associazione “siamo contenti perché lo nostre ricerche hanno portato rifare questo processo, a portare il quarto uomo all’interno di quella strage”. Per Bolognesi, “non è escluso” che al termine del procedimento su Cavallini e dell’inchiesta sui mandanti si possa scoprire “che c’erano più persone a Bologna” e che si possa andare “oltre gli esecutori materiali”.

Bolognesi ha poi commentato le frasi dette la scorsa udienza: “È una operazione cialtronesca, non è una cosa che ha un senso. Ci sono le sentenze che parlano in modo estremamente chiaro. Sono battute a sensazione. Pertanto non ha nessun risvolto. Più che altro la cosa significativa”, ha aggiunto, è che in un’occasione “che può essere di riscatto per certe persone, che potrebbero parlare e dire tutto quello che sanno, non dirlo vuol dire essere ancora legati al mondo del terrorismo, non aver rotto i rapporti con i propri sodali. Fatto estremamente grave che penso l’opinione pubblica deve sapere”. Di fronte al fatto che nella scorsa udienza Ciavardini non aveva voluto rispondere ad alcune domande, Bolognesi ha detto che “noi con la digitalizzazione dei documenti abbiamo avuto la possibilità di scandagliare tutte le risposte che il soggetto ha dato in vari altri processi. Se lui non affronterà di persona determinati argomenti noi depositeremo degli atti che comunque lo inchiodano con quello che ha detto in altri processi”. Secondo il presidente dell’associazione, dunque, Ciavardini, condannato in via definitiva per l’attentato con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, rischia ora “di essere inchiodato per reticenza e non aver detto la verità”. Alla fine dell’udienza scorsa, in effetti, i pm avevano fatto sapere che era loro intenzione chiedere i verbali della testimonianza dell’ex Nar, proprio per indagarlo per reticenza.