Per Javier Schunk, docente di Cooperazione internazionale con una pluriennale esperienza da cooperante sul campo, c’è un malinteso di fondo: “È come se si pretendesse di giudicare un intero film guardando solo l’ultimo fotogramma. Si chiede che le ong risolvano un problema che non spetta a loro affrontare: se si pensa che debbano riparare i danni arrecati dalle politiche internazionali, non si è capito il ruolo della cooperazione”. Infatti “non si può chiedere di risolvere problemi macro con le poche risorse – lo 0,33% del pil a livello mondiale, di cui solo il 7-8% va alle ong – e le armi spuntate che ha”. Al contrario, “sono le macroforze, la politica internazionale e nazionale che dovrebbero risolvere i problemi e raddrizzare i paesi. Dovrebbero essere i governi i primi interessati a fermare i flussi? Ma spesso questi Paesi sono governati da dittatori o presidenti a cui ciò non interessa”. Schunk contesta quindi il presupposto stesso che le ong siano in grado di promuovere lo sviluppo: “Non è il loro ruolo, e se lo pensano hanno sbagliato tutto. Non sono però inutili, anzi. Possono dare segnali, sperimentare un futuro diverso, come un ricercatore di laboratorio che scopre la molecola, ma non è lui che poi realizza il farmaco che salva le vite. Altrimenti il Fmi e la Banca Mondiale a cosa servono? I presidenti dei paesi a cosa servono?”. Anche per questo, secondo Schunk, “se i cooperanti invece di andare in giro per il mondo stessero nella stanza dei bottoni, sarebbero più efficaci. Oggi conta di più un dirigente di ong nella stanza dei bottoni che migliaia di progetti”.