Rumori sordi di percosse, lamenti, poi gli insulti e le minacce. “Ho il coltello in mano, posso tagliarti quando voglio”, “E va be’, muori!”, “Sei proprio un maiale, mamma mia che schifo”. Era l’inferno quotidiano in cui erano costretti a vivere gli ospiti di Villa Alba, una casa famiglia privata alle porte di Parma, trasformata in una sorta di lager in cui i ricoverati, anziani autosufficienti o con lievi disabilità ma bisognosi di cure e assistenza, venivano picchiati e umiliati, privati della loro libertà, costretti a letto e sedati per non dare fastidio.

Sono questi gli elementi emersi dall’indagine coordinata dal pm Fabrizio Pensa e condotta dagli uomini della squadra mobile di Parma, che dalle intercettazioni ambientali hanno ricostruito un quadro agghiacciante, che ha portato all’arresto della titolare della struttura, Maria Teresa Neri, operatrice sanitaria di 31 anni, e delle sue collaboratrici e famigliari, la madre di 58 anni, C. E., e la sorella 35enne, C.N. Il gip Alessandro Conti ha disposto per tutte e tre i domiciliari con l’accusa di maltrattamenti aggravati nei confronti degli anziani che avevano in custodia e cura. Alcuni degli episodi contestati sarebbero avvenuti di fronte a dei minori, figli delle indagate. Le due collaboratrici inoltre sono accusate di furto aggravato perché con la scusa di un corso di formazione presso l’ospedale Maggiore di Parma, avrebbero rubato materiale medico sanitario come guanti, garze, siringhe e anche medicinali, per poi utilizzarli nella loro struttura.

Otto le persone, anziani ultraottantenni e anche novantenni, che dall’apertura della struttura, a gennaio 2014, sarebbero state vittime delle continue vessazioni e prevaricazioni messe in atto dalla titolare e dalle sue collaboratrici. La titolare sarebbe addirittura arrivate a richiedere con ritardo un intervento sanitario dell’ospedale per una paziente che da alcuni giorni non rispondeva alle sollecitazioni esterne e non si nutriva, per paura di perdere una “cliente” e quindi il guadagno dei suoi 1800 euro di retta mensile. Dalle registrazioni degli inquirenti si sente infatti l’operatrice ammettere al telefono con il suo compagno del rischio: “In ospedale non la posso mandare, se no ci tolgono anche lei”.

A denunciare quello che accadeva all’interno della casa famiglia è stata una ex ospite, che ad aprile 2015 ha raccontato in questura quello che aveva visto e in parte subito a Villa Alba nel periodo in cui era stata ricoverata, al punto da rifiutarsi di farvi ritorno. La donna ha riportato di episodi continui di violenze nei suoi confronti e soprattutto verso la sua compagna di stanza, riferendo di “schiaffoni”, tirate di capelli e minacce gratuite. Tanto che l’anziana ha confessato di non essersi lamentata durante la degenza per paura di ricevere lo stesso trattamento della sua vicina di letto. Secondo la sua testimonianza e da quanto riscontrato nel corso delle indagini scattate immediatamente dopo la denuncia, le persone ricoverate nella casa famiglia avevano rapporti ridotti al minimo fra loro ed erano private di ogni libertà: dovevano espletare i loro bisogni fisiologici soltanto in orari stabiliti dalla titolare e dagli operatori, e inoltre venivano lasciati nei letti con le sponde, anche se non necessarie per il loro stato, in modo che non potessero alzarsi e fosse più facile tenerli sotto controllo. “C’è qualcuno per favore che mi venga a liberare? Non sono mica una ladra…” si lamenta una degente nelle registrazioni ambientali. Per lo stesso motivo secondo gli inquirenti ai pazienti venivano somministrati farmaci o psicofarmaci in dosi superiori a quelle prescritte o in orari diversi a quelli stabiliti dal medico curante, in modo che fossero sedati e quindi più mansueti.

A tutti questi accorgimenti per “alleggerire il lavoro” a scapito della salute degli anziani, si aggiungeva la violenza fisica, verbale e psicologica, come ha spiegato il dirigente della squadra Mobile Cosimo Romano: “Chi non obbediva agli ordini impartiti dall’alto, veniva minacciato o percosso”. A una paziente addirittura era stato detto che la sorella era morta, anche se non era vero, auspicando che facesse la sua stessa fine. “Stai morendo? Secondo me sì” si sente nelle intercettazioni ambientali. E ancora: “Vai… vai al cimitero. È morta veh… Adesso muori anche te”.

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