Case abusive vendesi”. Avrà pensato a un cartello così il sindaco di Licata, Angelo Balsamo quando ha tirato fuori dal cilindro la sua idea: mettere all’asta le costruzioni abusive acquisite dal comune nel corso degli anni. Con un diritto di prelazione riservato agli ex proprietari,  gli autori degli abusi. Sul territorio, 38mila abitanti sul litorale agrigentino, le costruzioni irregolari sono 180. Il sindaco di centrodestra, eletto a giugno 2013 con un cartello di liste civiche, vuole metterne in vendita 47. Si dice convinto di agire “in nome della legalità”, ma Legambiente ha scritto una diffida all’amministrazione comunale: “E’ pura follia,  un gradito regalo alle ecomafie”.

 L’ipotesi è approdata in consiglio comunale il 20 novembre scorso. L’assemblea – complice il clamore suscitato – ha deciso di prendere tempo, in attesa di un parere legale dagli uffici della Regione Sicilia. Tecnicamente si tratta di dichiarare le abitazioni di pubblica utilità, in modo da scongiurare la demolizione e avviare le procedure per la vendita. “Una interpretazione illegittima delle norme:  il Comune può ovviare alla demolizione degli immobili solo in casi circoscritti e per uso pubblico, trasformandoli ad esempio in scuole, uffici o residenze sanitarie” commenta Rossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente. “E’ un’aggressione mediatica” replica il sindaco Balsamo. “I signori di Legambiente non conoscono le carte. Stiamo cercando di superare l’immobilismo di tanti anni sul tema dell’abusivismo. Abbiamo due alternative: demolire o mantenere. Le demolizioni hanno un costo enorme” sostiene il primo cittadino. Ecco quindi l’idea di “mantenere”, consentendo ai vecchi proprietari di riprendersi i loro mattoni. Con un paio di giustificazioni: le costruzioni non sono “idonee”  a un uso pubblico e i soldi incassati servono per investire nella cura del territorio.  

 Secondo il sindaco non bisogna scandalizzarsi. Nell’operazione – sottolinea – non rientrano immobili sorti in aree con vincoli di inedificabilità, “case in riva al mare o ecomostri”.  Ma soltanto piccoli abusi “in gran parte all’interno del centro urbano ormai entrati nel modo di vedere la città”. Un esempio: “In una strada dove l’altezza media è tre piani, un signore che aveva due piani ne ha fatto un altro. Se io lo demolisco quale interesse pubblico tutelo? A zio Calogero a Zia Carmelo (tizio o caio in versione licatese, ndr) il diritto di mantenere l’integrità della casa glielo devo garantire o no?”.  C’è di più: alcuni di questi immobili – ora proprietà pubbliche – sono attualmente occupati dagli ex proprietari. Argomento che il sindaco volge a suo favore: “Nel momento in cui metto all’asta i beni, chi ci andrà ad abitare pagherà le tasse, i rifiuti e l’Imu che attualmente non paga. E’ un segnale di legalità”. 

 L’abusivismo a Licata non è un tema nuovo. Nel 2002 era fra le priorità dell’allora prefetto di Agrigento Ciro Lo Mastro che si impegnò a ripristinare legalità e decoro sulla fascia costiera, avviando le demolizioni.  Dopo aver abbattuto quattro case, le ruspe si fermarono improvvisamente. Dove? Davanti alla villa di un consigliere comunale del Ccd – in quegli anni il partito di Pierferdinando Casini – e a quella di Giuseppe Falsone, il capo di Cosa nostra agrigentina arrestato nel 2010 a Marsiglia. La repressione si ferma lì, il prefetto Lo Mastro viene trasferito.

 La “questione edilizia” ora torna d’attualità. “La proposta del sindaco è molto inquietante. Non solo non si combatte l’abusivismo, ma lo si alimenta realizzando di fatto una sanatoria” dice Domenico Fontana, presidente di Legambiente Sicilia. A Licata, l’immaginario cartello “vendesi” è pronto. Per andare avanti si aspettano passaggi burocratici fra uffici regionali e consiglio comunale. Il sindaco è convinto di essere nel giusto. Gli ambientalisti non ci stanno: la loro diffida è arrivata, per conoscenza, sulla scrivania del procuratore della Repubblica di Agrigento.

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