Inizia l’inno nazionale prima della partita di football. Sugli spalti, a veder giocare i Colts, c’è anche  il vicepresidente Usa Mike Pence, che però della partita non ha visto nemmeno il fischio d’inizio. Ha deciso di andarsene perché i giocatori, anziché rimanere in piedi, si sono inginocchiati e sono rimasti zitti, in segno di protesta nei confronti dell’amministrazione Trump e delle discriminazioni razziali. Una forma di protesta silenziosa che viene spesso attuata in questi ultimi tempi contro la discriminazione razziale. E il vicepresidente Pence, con moglie al seguito, ha abbandonato lo stadio.

Il numero uno della Casa Bianca, che poche settimane fa aveva invitato i club sportivi a cacciare dalla squadra chi si rifiuta di cantare l’inno americano, ha subito rivendicato la paternità del gesto di Pence. “Ho chiesto io al vicepresidente Pence di lasciare lo stadio se i giocatori si fossero inginocchiati, mancando di rispetto al nostro Paese. Sono orgoglioso di lui e della Second Lady Karen”, ha scritto il presidente Usa su Twitter.

Poco dopo è arrivata anche la dichiarazione del diretto interessato: “Ho lasciato la partita dei Colts perché il presidente Trump e io non daremo dignità a nessun evento che manca di rispetto ai nostri soldati, alla nostra bandiera o al nostro inno nazionale“, si legge in una nota del vicepresidente. “Adesso più che mai dovremo raccoglierci attorno alla nostra bandiera e a tutto ciò che ci unisce. Se da una parte ognuno ha diritto alle proprie opinioni, non credo sia chiedere troppo ai giocatori della Nfl (la lega nazionale di football, ndr) di rispettare la bandiera e il nostro inno nazionale”. La Nfl non ha voluto commentare la vicenda.

La protesta del mondo dello sport cominciò nell’estate 2016 con il quarterback Colin Kaepernick, che si sedette durante l’inno nazionale per manifestare il proprio dissenso nei confronti delle violenze della polizia contro gli afroamericani. In seguito fu imitato da altri giocatori di football, che hanno allargato il gesto di dissenso alle politiche di Trump considerate discriminatorie. L’ultimo episodio risale allo scorso 24 settembre, quando tutti i campioni dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens hanno protestato prima della partita. La ribellione ha poi contagiato anche il mondo del basket: Trump aveva invitato alla Casa Bianca i Golden State Warriors, vincitori del titolo Nba 2017, ma alcuni giocatori, tra cui la stella della pallacanestro Stephen Curry, hanno annunciato che non avrebbero partecipato all’incontro.