“Libertà”, “Voteremo”, “via le forze di occupazione”. Sono gli slogan che hanno accompagnato la notte di proteste e tensioni nel centro di Barcellona. Dopo il blitz della Guardia Civil spagnola che il 20 settembre ha arrestato 14 alti funzionari catalani impegnati nell’organizzazione del referendum per l’indipendenza, oltre 40mila persone si sono riunite davanti alla sede del ministero dell’Economia catalano per manifestare a favore dell‘autonomia. Il governo centrale di Madrid ha dichiarato “illegale” la consultazione popolare del primo ottobre decisa dalla Catalogna e la Corte Costituzionale spagnola l’ha sospesa. Ma il presidente Carles Puigdemont, che in mattinata ha pagato gli stipendi di settembre dei funzionari catalani prima che scattasse il blocco effettivo dei suoi conti deciso da Madrid, a sorpresa ha annunciato l’avvio del sito elettorale che indica a ogni cittadino dove e come potrà votare fra 10 giorni. “Il prossimo primo ottobre si svolgerà il referendum di autodeterminazione che abbiamo convocato, e si potrà fare perché avevamo previsto piani di emergenza per garantirne lo svolgimento”, ha detto Puigdemont in un messaggio video.

Mosse che prendono in contropiede le dichiarazioni del premier spagnolo Mariano Rajoy, che mercoledì notte aveva dato per smantellato il referendum – “ora è una chimera” – e invitato Puigdemont alla resa per evitare “mali maggiori”. Intanto sale anche la tensione tra Barcellona e la Ue: Amadeu Altafaj, rappresentante della diplomazia catalana a Bruxelles, ha detto che “non è accettabile” che la Commissione non si occupi della crisi definendola “questione interna spagnola”.

Gli agenti della polizia spagnola sono rimasti “assediati” dai manifestanti fino alle 3 del mattino all’interno del palazzo dell’Economia catalano in Rambla de Catalunya. “Stasera ve ne andate senza macchine”, hanno gridato i dimostranti mettendo fuori uso i loro veicoli, bucando ruote e ricoprendo i vetri di adesivi. Solo grazie all’intervento dei Mossos d’Esquadra, i militari hanno potuto lasciare l’edificio. Quando è uscito il primo gruppo di agenti della Guardia civil, i Mossos hanno disperso i manifestanti con una carica in cui è stata ferita una persona. Poi la situazione si è tranquillizzata e non sono state necessarie altre cariche: l’ultimo gruppo della Guardia civil ha lasciato l’edificio intorno alle 7.15 di questa mattina. Il governo spagnolo ha noleggiato alcune navi al largo della costa catalana per far alloggiare i rinforzi della Guardia Civil e polizia nazionale inviati sul posto. Ma anche le navi da crociera – una a Barcellona e una a Tarragona – sono diventate oggetto di protesta. Il porto di Palamos, nel nord della Catalogna, ha negato l’autorizzazione di attracco a una terza nave, che è stata dirottata sulla capitale catalana. Mentre il sindacato degli scaricatori del porto di Barcellona ha reso noto che boicotterà le imbarcazioni noleggiate. Anche gli scaricatori di Tarragona hanno annunciato che non porteranno rifornimenti alla nave della polizia spagnola.

Nessun cenno di distensione, dunque. Anzi, l’Assemblea Nazionale Catalana, la principale organizzazione della società civile indipendentista, ha convocato per la mattina di oggi una concentrazione permanente davanti al palazzo di Giustizia, dove si trovano tuttora 10 dei 14 arrestati di ieri, dopo che 4 sono stati rimessi in libertà. Per la Catalogna si è superata la linea del non ritorno “mettendo in discussione diritti e valori democratici”. A dirlo è Raul Romeva, responsabile catalano degli Esteri che ironizza: “Di cosa ci accusano? Reato di tentata democrazia?”. Secondo il vice governatore della Catalogna, Oriol Junqueras, gli interventi di polizia delle ultime ore, in cui sono stati sequestrati milioni di schede destinate al referendum del 1° ottobre e altro materiale elettorale, “hanno alterato le condizioni del gioco”. Barcellona non arretra e conferma la convocazione del referendum. Nonostante la linea dura messa in atto da Madrid, “si sta facendo tutto il possibile” per permettere che la la consultazione si svolga”, ha assicurato Junqueras – segnando una altro punto nell’escalation sempre più tesa tra governo centrale e catalano. Il referendum sarà la “più grande mozione di censura” al premier spagnolo Mariano Rajoy, ha affermato alla tv catalana tv3.

Dall’Europa, intanto, non trapelano che voci informali senza nessuna posizione ufficiale. “Crediamo nella democrazia”, hanno riferito fonti Ue sul tema trattato come questione di politica interna. Tanto che la situazione in Spagna non risulta essere nell’agenda dei prossimi incontri dei 28 a Tallinn e Bruxelles, almeno formalmente. Si seguono le vicende catalane con “preoccupazione” ma “per ora nessuna speculazione su una reazione”.