Per quasi trent’anni, fin dal 1989, aveva annotato meticolosamente le “mazzette” incassate da imprenditori in giro per l’Italia in un quadernetto. Una sorta di libro mastro dell’intrallazzo, denaro ricevuto per chiudere un occhio sulle verifiche dovute come ingegnere del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Adesso quel documento, diventato formidabile prova d’accusa, al punto da costringere Michele Candreva che lo aveva riempito di cifre e date a confessare tutto, ha giustificato anche il sequestro dei suoi beni. La guardia di finanza di Udine ha congelato quattro depositi bancari contenenti circa 400mila euro, sei unità immobiliari e una Mercedes. Si tratta di beni che valgono circa 2 milioni e mezzo di euro, una piccola fortuna non giustificata dagli stipendi che l’ingegnere incassava dallo Stato e che ora si avvia ad essere pignorata.

Al momento della cattura, avvenuta lo scorso novembre a Roma, erano stati trovati in casa di Candreva gioielli, contanti e buoni benzina per 65mila euro. Oltre all’agenda. Il sequestro dei beni è stato chiesto dal sostituto procuratore Marco Panzeri e concesso dal giudice per le indagini preliminari Matteo Carlisi che ha motivato il provvedimento riferendosi alle ammissioni dell’imputato, che al ministero coordinava il lavoro di due commissioni. Una si occupava di opere provvisionali, un’altra di impianti di sollevamento e ponteggi. Senza il benestare delle commissioni le pratiche presentate dalle aziende non potevano essere evase. Ed era questo il concetto, molto poco astratto, ma dai contenuti economici precisi, che veniva esposto agli imprenditori. I quali preferivano pagare, per non veder rallentare l’iter delle concessioni delle opere.

L’arresto di Candreva (da gennaio è ai domiciliari), che ha 57 anni ed è originario della provincia di Cosenza, era avvenuto per una bustarella di poco più di 5mila euro ricevuta da due tecnici della società per azioni Pilosio di Feletto Umberto, anche loro finiti agli arresti domiciliari. Era solo l’ultimo anello di una lunga catena, che ha indotto la Procura di Udine a interessare gli uffici giudiziari competenti in diverse regioni italiane, invitandole ad indagare su un numero consistente di episodi di corruzione.