“Ci siamo andati con i piedi di piombo, mettendoci tanto amore. Perché, per affrontare questi problemi serve la testa, ma anche il cuore”. Enrica è la madre di Adriano, un ragazzo di 29 anni affetto da tetraparesi spastica dalla nascita. Quando è giunto il momento, si è rivolta a un’assistente sessuale per disabili, una figura presente in altri Paesi europei, in Svizzera ad esempio, ma non riconosciuta in Italia, nonostante negli anni siano state presentate due proposte di legge (una nazionale che langue in Senato dal 2014 e un’altra, regionale, in Lombardia). Per tentare di dare una risposta a quello che è oggi un diritto negato – l’assistenza sessuale alle persone disabili – il 31 agosto, a Bologna, ha avuto inizio il primo corso italiano per la formazione di “Oeas”, ovvero operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità delle persone con disabilità: quattro giorni di lezioni frontali (31 agosto – 1 settembre, 30 settembre-1 ottobre) cui seguirà un tirocinio di 60 ore, frequentate da 17 persone, uomini e donne tra i 25 e i 45 anni, di diverso orientamento sessuale e background (c’è chi lavora in amministrazione, chi nel sociale, chi fa la fotografa), interessati ad “aiutare i disabili a risolvere alcune problematiche legate alla sessualità”, spiega Fabrizio Quattrini, presidente dell’Istituto italiano di sessuologia scientifica e uno dei docenti del corso insieme a Maximiliano Ulivieri, fondatore del comitato Love Giver, al medico Rocco Calabrò, a Judith Aregger, assistente sessuale e formatrice in Svizzera, e all’avvocato Lorenzo Simonetti. “Alla fine del corso, i partecipanti si iscriveranno a un albo privato, quello dei “love giver” – spiega Quattrini, che ha selezionato i futuri “assistenti sessuali” d’Italia sottoponendoli a una serie di test e esami – “potranno svolgere la propria attività privatamente, nei propri studi o a domicilio”.

In assenza di un quadro legislativo di riferimento, tuttavia, il rischio è l’associazione, indebita, dell’attività di assistenza sessuale alla prostituzione: “Un accostamento che non ha motivo di esistere – dice Ulivieri – Se lo scopo della prostituta è quello di fidelizzare il cliente, il compito dell’assistente sessuale è, al contrario, quello di aiutare gli altri ad apprendere la propria sessualità ed essere indipendenti”. E precisa: “Gli operatori non corrono alcun rischio, l’unico a poter accusato di favoreggiamento della prostituzione sono io, dal momento che svolgo un ruolo di mediazione tra gli operatori e le famiglie che ne fanno richiesta: finora ho ricevuto ben 2147 richieste da parte di padri e madri di figli con disabilità psichiche e affettive”. Tra gli aspiranti operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità accorsi a Bologna c’è chi, come Lisa, ha scelto di intraprendere questo percorso contro la legge dopo un evento – un incidente mancato – che le ha segnato la vita, e chi, come Giacomo, animatore musicale e padre di un bambino disabile, operando da in ambito socio assistenziale, si è reso conto di un vuoto da colmare: “Finalmente c’è la possibilità di dare una risposta congrua a quello che è un bisogno naturale e che come tale va riconosciuto anche per le persone con disabilità. Con questo corso spero di poter accompagnare in maniera adeguata mio figlio e chi si trova nella sua condizione. Rispetto al passato, culturalmente, qualcosa si muove. Spero si arrivi al riconoscimento della figura dell’assistente sessuale anche in Italia. Sono molto fiducioso”.