Migliaia di migranti che assaltano il muro di Ceuta per cercare di mettere piede nell’enclave spagnola in territorio marocchino, mentre circa 40 persone sbarcano in mezzo ai bagnanti sulla spiaggia di Zahara de los Atunes, vicino a Cadice. Mentre si analizzano i dati sul dimezzamento degli arrivi a luglio e il -76% nei primi giorni di agosto sulla rotta del Mediterraneo, dalla Libia verso l’Italia, i tentativi dei migranti di arrivare nel Vecchio Continente si sono intensificati sulla vecchia e da anni raffreddata rotta spagnola. “Se da una parte i governi europei cercano di arginare il fenomeno migratorio – commenta Gian Carlo Blangiardo, docente di Demografia all’università Bicocca di Milano – anche dall’altra parte, quella dei trafficanti, si studia ogni modo per aggirare i blocchi. Le notizie che arrivano da Ceuta e dalle coste spagnole lo confermano. D’altra parte, quando si parla di migrazione vale sempre lo stesso esempio: se si prova a tappare con le mani l’acqua di un fiume, questa troverà nuovi spiragli per passare”.

Allargando lo sguardo ai dati 2017 diffusi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), si nota che fino al 16 luglio gli arrivi via mare sulle coste spagnole sono aumentati del 300%, passando dai 2.476 del 2016 ai 7.389 di quest’anno. Dati che, secondo i numeri dell’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr), continuano a crescere, visto che a oggi sarebbero 8.700 le persone sbarcate sulle coste iberiche. “La rotta libica ha fatto registrare un calo significativo solo dal mese di luglio – continua Blangiardo – ma la situazione per i trafficanti è diventata più complicata già da mesi. Se dovessi disegnare l’attuale situazione, direi che stiamo assistendo a una pausa di riflessione: le due parti si stanno studiando e ognuna cerca di trovare il modo di prevedere le mosse dell’avversario”.

I periodi di studio e sviluppo di nuove strategie prevedono anche sperimentazione di diverse soluzioni. La rotta spagnola, secondo il docente, è l’alternativa più realistica tra quelle conosciute fino a oggi: “Analizziamo tutte le possibilità e tutti i confini con l’Europa – dice – a ovest c’è, appunto, la rotta spagnola. A mio parere è l’alternativa alla Libia più praticabile per motivi geografici, anche se i migranti devono fare i conti con istituzioni solide come quelle marocchine, tutt’altra cosa rispetto al caos dello Stato libico. Difficile, credo, che proprio in prospettiva Spagna si riapra la rotta delle Canarie (in passato i migranti sbarcavano sulle piccole isole spagnole dell’Atlantico a bordo di piroghe o piccole imbarcazioni, partendo da Marocco, West Sahara, Mauritania, Senegal e Gambia, ndr): difficile, poco sicura e, soprattutto, senza la garanzia di poter mettere piede sulla parte continentale del Paese”.

Spostandosi verso est, poi, le possibilità sembrano diminuire ancora di più. “I governi di Tunisia ed Egitto mi sembrano decisi a contrastare il fenomeno, anche in virtù dei patti stretti con i Paesi europei – continua il demografo – e stessa cosa vale per la Turchia, con la quale abbiamo stilato un accordo” da 6 miliardi di euro fino al 2018. “Oggi, la rotta principale di queste ‘agenzie di viaggio’ illegali rimane ancora la Libia. È il motivo per cui da lì passano anche persone provenienti dal Bangladesh o dal Pakistan che così allungano non poco il tragitto verso l’Europa.

Altre ipotesi, come la rotta sudamericana fino agli Stati Uniti o un possibile incrocio Africa-America Latina-Spagna rimangono fantasiose, al momento: costano un sacco perché prevedono l’utilizzo di voli intercontinentali e, specialmente la prima, sono comunque rischiose. Ma i trafficanti sono in fase di studio: se si dovesse chiudere la rotta libica, troveranno un’altra strada”. E gli occhi sono tutti sulla Spagna.

Twitter: @GianniRosini