Lo spartiacque che è rimasto più impresso è il settembre 2008, quando Lehman Brothers portò i libri in tribunale. Ma l’avvio ufficiale della grande crisi finanziaria che avrebbe poi contagiato quella reale risale a un anno prima: agosto 2007, esattamente dieci anni fa. Secondo Adam Applegarth, ex numero uno di Northern Rock che l’anno dopo sarebbe stata travolta dalla crisi e nazionalizzata, quello fu “il giorno in cui il mondo cambiò”. Da allora, calcola il Financial Times, banche e intermediari statunitensi hanno pagato oltre 150 miliardi di dollari di multe per aver messo in piedi il sistema collassato quando la bolla immobiliare è scoppiata e le insolvenze dei mutuatari sono lievitate. Gli interventi di salvataggio hanno nel frattempo gonfiato i bilanci pubblici fino alla crisi dei debiti sovrani deflagrata tra 2010 e 2012 e di cui ancora si sentono gli effetti, pur mitigati dal quantitative easing della Bce.

Il 7 agosto 2007 la banca francese Bnp Paribas informò i clienti che avevano investito in tre suoi fondi (per un valore complessivo di 1,6 miliardi di euro) dell’impossibilità di rimborsarli: a causa della crisi dei mutui subprime non era più in grado di calcolare il valore degli attivi sottostanti. “Più tardi nella giornata anche un altro fondo europeo del valore di 750 milioni di euro è stato congelato e una banca olandese ha ritirato i collocamenti che aveva in programma dopo aver subito delle perdite a causa dei subprime”, scriveva l’agenzia Reuters. Il 9 agosto la Bce guidata da Jean Claude Trichet reagì con una iniezione di liquidità da 95 miliardi di euro nel sistema bancario: era l’intervento straordinario di maggiore portata dall’11 settembre 2001. Il 17 agosto si mosse a sorpresa anche la Fed di Ben Bernanke, tagliando il tasso di interesse principale dal 6,25 al 5,75%. “Condizioni di credito più restrittive e una accresciuta incertezza potrebbero ridurre la crescita economica”, si leggeva nel comunicato dell’organismo che muove le leve della politica monetaria statunitense. La Bbc commentò evidenziando che era dal’11 settembre 2001 – anche in questo caso – che la Fed non riduceva i tassi senza aspettare l’usuale riunione in programma ogni sei settimane.

Questi interventi straordinari, comunque, non sarebbero neanche lontanamente bastati. A settembre iniziò la corsa agli sportelli di Northern Rock, che era andata in crisi di liquidità e aveva chiesto supporto finanziario di emergenza alla Bank of England. Il 17 settembre, quando dai conti correnti erano già stati ritirati almeno 2 miliardi di sterline, il governo britannico annunciò che avrebbe garantito tutti i depositi. Nel febbraio 2008 la banca fu nazionalizzata. Intanto, a ottobre, la svizzera Ubs aveva annunciato perdite per 3,4 miliardi di euro legate ai subprime e il numero uno di Merryl Lynch Stanley O’Neal si era dimesso dopo che il gruppo aveva reso noto di aver registrato perdite per quasi 8 miliardi di dollari. Colpa anche in questo caso di investimenti ad alto rischio molto esposti ai mutui “facili”.

A dicembre il presidente Usa George W. Bush annunciò un piano per aiutare i proprietari immobiliari a fronteggiare i pignoramenti. Intanto le banche centrali continuavano ad immettere liquidità nel sistema, che continuava a inghiottirla senza però dare segni di stabilizzazione. Nel marzo 2008 la banca di investimento Bear Stearns fu acquisita da Jp Morgan Chase, con la regia del governo Usa, per evitarne il tracollo. Nel corso dell’estate il Tesoro statunitense dovette poi scendere in campo per salvare con soldi pubblici i big del credito Fannie Mae e Freddie Mac, di cui il mercato prevedeva il tracollo sotto il peso delle insolvenze sui 5mila miliardi di prestiti immobiliari che avevano in pancia.

L’11 settembre 2008 il Lehman Brothers annunciò che stava cercando acquirenti dopo avere registrato perdite per 4 miliardi di dollari. Nel fine settimana del 13 e 14 settembre un team di banchieri Fed si riunì per trovare una soluzione. La domenica arrivò l’annuncio che la banca avrebbe chiesto la bancarotta. Secondo Bernanke e l’ex segretario al Tesoro Henry Paulson, il volume di attivi “tossici” era tale da rendere impossibile un salvataggio. Lunedì 15 settembre Lehman presentò ufficialmente la richiesta di “bankruptcy protection”. Migliaia di dipendenti rimasero senza lavoro in una bancarotta da 639 miliari di dollari, la maggiore nella storia Usa. Nello stesso giorno Bank of America accettò di comprare Merril Lynch facendosi carico di un pacchetto di assistenza da 50 miliardi di dollari.

Nel frattempo gli interventi di sostegno al sistema finanziario iniziarono a gonfiare a dismisura deficit e debiti pubblici. Prima conseguenza: nel maggio 2010 Ue, Fmi e Bce dovettero varare un piano di salvataggio da 110 miliardi di dollari per la Grecia. L’anno dopo tutti i debiti sovrani dell’Eurozona entrarono in fibrillazione. Sei anni fa, il 5 agosto 2011, arrivò a Roma la famosa lettera dell’Eurotower con una serie di ‘raccomandazioni’ per il governo italiano su conti pubblici, riforma delle pensioni, contratti di lavoro, liberalizzazioni. Poi le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti. Le misure messe in atto per superare la crisi hanno così finito per mettere a dura prova i paesi più vulnerabili: dopo la Grecia è stato il turno di Irlanda e Portogallo, finiti commissariati. Poi la Spagna, che nel 2012 chiese il sostegno finanziario per le banche, e l’Italia. Che a partire dal prossimo anno, quando Francoforte inizierà a ridurre gli acquisti di bond pubblici e privati (quantitative easing), dovrà mostrare in che misura è in grado di reggere da sola gli urti dei mercati.