A sei mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca l’impatto delle politiche economiche di Donald Trump non si è ancora percepito. I ritardi nell’implementazione delle misure promesse stanno però dissipando il capitale di fiducia che aveva portato l’elezione del tycoon alla Casa Bianca, in primis la riforma fiscale, che tuttavia secondo le stime degli analisti vedrà favorire quasi esclusivamente i ceti più abbienti. Nonostante i recenti rialzi dei tassi da parte della Fed, le prospettive non appaiono così rosee come vorrebbe Washington, la cui risposta alle incertezze della popolazione e ai dubbi degli osservatori internazionali è stata esclusivamente lessicale.

“L’amministrazione Trump ha un obiettivo predominante ed è quello di rendere l’America di nuovo grande. Ma cosa significa? Significa che stiamo promuovendo la MAGAnomics – cioè una solida crescita economica del 3 per cento”. La svolta linguistica della Casa Bianca, che decide di superare la cosiddetta Trumponomics, arriva in un editoriale di metà luglio del Wall Street Journal a firma di Mick Mulvaney, capo dell’Ufficio per la gestione e il bilancio, organo consultivo utilizzato dal Presidente degli Stati Uniti in materia di bilancio federale. Il termine MAGAnomics naturalmente deriva dall’acronimo dello slogan utilizzato da Donald Trump nel corso della sua campagna elettorale, Make America Great Again. Un mero rebranding o un cambiamento di rotta nelle strategie di Washington? Le parole di Mulvaney conducono verso la prima ipotesi, ribadendo il mantra del Presidente sulla necessità e la possibilità per gli Stati Uniti di sfoderare una crescita decisamente più sostenuta di quella degli ultimi anni.

Trump più volte ha dichiarato di non vedere ostacoli nel portare la crescita al 3, al 4, al 5% e anche oltre. Ma al momento i numeri non sono dalla sua parte, complice una partenza ad handicap: l’economia Usa era cresciuta dell’1,6% nel 2016, la peggiore performance dal 2011, e il primo trimestre del 2017 è stato chiuso con un deludente 1,4 per cento. Il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha previsto per i prossimi due anni “una crescita moderata” per il Paese a stelle e strisce, dopo il secondo incremento dei tassi nel 2017 deciso a metà giugno. La forchetta del Fed fund è passata tra l’1 e l’1,25%, dopo il rialzo allo 0,75-1% dello scorso marzo, portando i tassi di interesse negli Stati Uniti sopra l’1% per la prima volta dal 2008. Tuttavia la Fed di New York e quella di Atlanta hanno pochi giorni fa tagliato le stime di crescita del pil per il secondo trimestre, portandole rispettivamente all’1,9 e al 2,4%, ben lontano dagli auspici della nuova amministrazione Usa. I dati ufficiali saranno diffusi il prossimo 28 luglio.

Chissà se il rebranding servirà a dare una nuova verginità alle misure economiche allo studio della Casa Bianca, viste le numerose perplessità registrate nelle ultime settimane da parte degli osservatori internazionali. A maggio l’Economist, dopo aver intervistato Trump sull’agenda economica, aveva pubblicato un duro articolo dal titolo “Perché la Trumponomics non potrà rendere l’America di nuovo grande”, bollando la piattaforma economica del tycoon come una non-dottrina. A fine giugno, al termine di una missione del Fondo Monetario Internazionale, la direttrice Christine Lagarde aveva dichiarato: “Il modello economico Usa non sta funzionando”, tagliando le stime di crescite per il 2017 e il 2018 rispetto a quelle fornite lo scorso aprile. Il Fmi a fine luglio ha portato le sue previsioni di crescita al 2,1% sia per l’anno in corso che per il prossimo, un ritmo più blando del +2,3% e +2,5% diffuso solo due mesi prima sulla base degli attesi tagli alle tasse e alla spesa pubblica. Tuttavia, dal momento che la definizione di queste misure sembra essere ancora lontana, l’istituto guidato dalla Lagarde ha deciso di non considerare più queste voci nelle proprie previsioni. La stessa Yellen ha definito pochi giorni fa una “fonte di incertezza” per l’economia i possibili cambiamenti nella politica di bilancio e in altri settori introdotti dall’amministrazione Usa.

I media americani sottolineano una curiosa costante nelle dichiarazioni di Trump, che annuncia la chiusura in “due settimane” di ogni iniziativa presentata. Una tempistica mai rispettata, compresa la definizione della riforma fiscale ormai in ritardo di tre mesi, che il Fmi ritiene necessaria per rendere il sistema “più semplice e con aliquote più basse”. La riforma prevede esenzione totale fino a 24mila dollari, tre scaglioni anziché gli attuali sette, con aliquote del 10, 25 e 35%, corporate tax, ovvero l’imposta alle imprese, dal 35 al 15%, e adeguamento a questa aliquota anche per le forme societarie che prevedevano fino a ora un’imposta su base personale, come sole proprietorships, S corporations e partnerships.

Una recente analisi del Tax Policy Center, think tank indipendente basato a Washington, stima che l’implementazione della riforma porterà nelle casse dello zio Sam 7.800 miliardi di dollari in meno nei prossimi 10 anni, e a beneficiarne saranno soprattutto i più facoltosi. La famiglia media americana con un reddito di 25.000 dollari all’anno vedrà un taglio di 40 dollari, mentre lo 0,1% più ricco della popolazione, con oltre 3,4 milioni di reddito all’anno, si troverà nelle tasche quasi 940.000 dollari in più. Se si considerano solo i tagli alle tasse, il 60,9% dei guadagni andrà all’1% più ricco della popolazione americana. Trump ritiene che questa riforma si ripaghi da sola, andando a finanziare investimenti e crescita, ma pur comprendendo questo effetto, che il think tank stima in soli 4.300 miliardi in dieci anni, i benefici complessivi della riforma saranno ancor di più a favore dei ceti abbienti: il 76,3% dei benefici andranno all’1% più ricco della popolazione, e addirittura il 94,8 al 5% più ricco.

I sondaggi pre-elettorali avevano indicato Trump come più credibile sul piano economico rispetto alla sua rivale Hillary Cinton, e questo è stato senz’altro un punto a favore della vittoria di Make America Great Again. Le aspettative dunque erano alte e a latere della sua elezione gli indici di fiducia sulle prospettive dell’economia avevano subito un balzo notevole. Ma questo capitale non è stato sfruttato e il settimanale U.S. Economic Confidence Index misurato dall’istituto di ricerca Gallup ha toccato lo zero all’inizio di luglio, il punto più basso dal 13 novembre scorso.

Questi dati si accompagnano a una generale riduzione delle spese degli americani, in un contesto di mercato pur caratterizzato da un’inflazione sotto controllo e un mercato del lavoro apparentemente solido. Il tasso di disoccupazione ha toccato a maggio i valori minimi degli ultimi 16 anni, al 4,3 per cento. Ma un report della Shift Commission, un think tank in partnership tra Bloomberg e New America, offre un’interpretazione complessiva di questi dati, di natura demografica. Nel 2024 il 25% della forza lavoro americana avrà oltre 55 anni, più del doppio che nel 1994. E molti di questi lavoratori non saranno nelle condizioni di abbandonare l’attività, dal momento che il 30% degli over 55 non ha risparmi per affrontare la pensione e il 26% possiede meno di 50.000 dollari. Roy Bahat, head of Bloomberg Beta e co-chair della Shift Commission, ha dichiarato: “C’è uno scollamento tra le statistiche economiche e la realtà dei fatti che le persone stanno vivendo”.

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