Il senso della sentenza è racchiuso nella seconda riga del lunghissimo dispositivo firmato dalla presidente della decima sezione Rosanna Ianniello: “Riqualificati i reati di cui al capo primo ai sensi dell’articolo 416 Codice penale”. Ovvero il “mondo di mezzo” non è mafia, ma una associazione per delinquere semplice. Pericolosa, in grado di condizionare appalti e pubblica amministrazione, ramificata. Ma non equiparabile a Cosa nostra, alla ‘Ndrangheta, alla Camorra o alla Sacra corona unita. Pene pesanti, in ogni caso, 20 anni per Carminati e 19 per Buzzi, ai vertici della banda criminale, ma il tutto sotto il cappello di una qualsiasi banda criminale.

L’intero processo per due anni ha avuto questo perno fondamentale. Gli stessi imputati, in fondo, non hanno mai negato con convinzione quel giro vorticoso di mazzette e piaceri che hanno caratterizzato la capitale negli ultimi anni. La tesi della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone, era però chiara e netta: dietro il nome di Carminati e Buzzi c’è una mafia autoctona, basata sull’intimidazione, dove basta far intravedere l’ombra un po’ tetra del Samurai per aprire porte e far tacere le vittime. Con un contorno da circo degli orrori, dallo “spezzapollici” allo scudiero Brugia, lo spicciafaccende fedelissimo, con le riunioni in posti un po’ squallidi, come la pompa di benzina di Corso Francia. Le porte di Roma, ha sostenuto la Procura, si aprivano grazie a loro e per Salvatore Buzzi, il re delle coop, quell’alleanza era stata essenziale per contare e incassare appalti anche quando al Comune entrano i neri, la nuova giunta di Gianni Alemanno. Il concetto giuridico di Mafia capitale è stato, dunque, una sorta di rivoluzione copernicana, l’affermare che oggi le organizzazioni mafiose possono prendere forme diverse, non tradizionali e, soprattutto, non direttamente collegate con le cosche tradizionali del sud. A guidare Mafia Capitale era, per la Procura, Massimo Carminati, espressione del mondo criminale romano, a cavallo tra l’eversione nera e le bande di rapinatori, porta mai aperta di tanti segreti passati. Una lettura che in una città come Roma – pigra, abituata a tutto, in piena decadenza – avrebbe potuto segnare una svolta, un cambio di passo. Forse la rinascita. Alla fine un’occasione perduta.

Occorrerà attendere tre mesi per leggere le motivazioni della sentenza, ma non c’è dubbio che questa tesi è, almeno in primo grado, caduta. I magistrati hanno anche escluso l’aggravante mafiosa, quell’articolo 7 che sempre più spesso entra nei processi. Un grimaldello giuridico che ha consentito di riconoscere il metodo mafioso anche quando non si riusciva a dimostrare l’esistenza di una organizzazione stabile. Ed è evidente o che questa sentenza sia una sconfitta sonora per i magistrati romani, che arriva in un momento politico – e in parte giudiziario – molto delicato. Nel paese le pulsioni per una “normalizzazione” del caso Italia sono sempre più evidenti. Umanizzare la mafia – vedi il caso Riina e Dell’Utri – riducendola in fondo ad un reato come altri è una tentazione che appare sempre più chiara. E’ una sentenza che rispecchia in fondo un gap culturale – e non potrebbe essere altrimenti, visto che le leggi e le sentenze sono figlie dei tempi – che oggi non è in grado di capire, e dunque interpretare, fino in fondo cosa voglia dire Mafia alla fine della seconda repubblica, quando ancora non sappiamo come sarà la terza.

La sentenza ha riconosciuto l’esistenza di due distinte associazioni, ed è un dato significativo. Due mondi criminali che si sono incontrati, ma che alla fine per i giudici sono rimasti separati. In questo contesto il rapporto tra il mondo di sotto – quello di Carminati – e il mondo di sopra della politica e degli imprenditori è stato, leggendo il dispositivo della sentenza, alla pari: da una parte i corruttori, dall’altra i corrotti. Il senso della decisione è nella qualificazione giuridica di questo rapporto, che non si è basato – almeno per la decisione di primo grado – sull’intimidazione.

Un pregio ha avuto questo processo, più storico che giuridico. Ha mostrato lo spessore – ritenuto in ogni caso criminale dai magistrati – di Massimo Carminati, il fascista che ancora oggi giura di essere in guerra. La sua lunga deposizione racconta molto di quel mondo sommerso a cavallo tra l’eversione, le “batterie” armate della capitale e una pubblica amministrazione porosa, non in grado di resistere ai soldi, al potere. Se il casertano con i casalesi diventa Gomorra, Roma, la capitale infetta, appare una sorta di Salò pasoliniana rileggendo gli atti dei due anni di udienze di Mafia capitale. Non è mafia, dicono oggi i giudici. Ma di certo non è quella macchietta alla Totò e Peppino che gli imputati volevano far passare. Il ventre della capitale, in fondo, è ancora tutto da scoprire e raccontare.