Temperatura massima più alta della media e piogge inferiori anche del 50% rispetto agli ultimi decenni. Se si aggiunge il fatto che non si prevedono precipitazioni importanti per le prossime settimane, si ottiene il mix esplosivo che ha spinto il governatore della Toscana Enrico Rossi a dichiarare lo stato di emergenza regionale siccità e chiedere, come già fatto dall’Emilia Romagna, quello nazionale. Intanto gli allarmi si moltiplicano da tutta Italia, anche se l’emergenza era annunciata e prevedibile già da mesi: a marzo 2017, infatti, nel ferrarese il fiume Po era già in secca come l’anno precedente ad agosto e la Protezione civile lombarda aveva emesso un allarme incendi. Così, mentre gli amministratori cercano di correre ai ripari dopo aver ignorato gli avvertimenti dei mesi scorsi, il 17 giugno 2017 si celebra la Giornata mondiale contro la desertificazione, fenomeno che in Italia potrebbe colpire un quinto del Paese.

In Toscana già in inverno i primi segnali I dati toscani danno il polso della situazione, che da emergenza, come ripete da giorni l’Associazione dei consorzi di bonifica e irrigazione Anbi, potrebbe trasformarsi in catastrofe. Secondo le ultime rilevazioni, infatti, a maggio 2017 la temperatura massima è stata di addirittura un grado sopra alla media del periodo 1971-2000, a cui si è aggiunta una diminuzione della portata dei fiumi osservata già a partire dallo scorso aprile e un calo delle piogge fino al 50%. Un’emergenza in buona parte prevedibile, visto che tra gennaio e aprile 2017 le precipitazioni sono state tra le più basse anche rispetto allo stesso periodo di altri anni colpiti da gravi siccità: 2003, 2007 e 2012. Di fronte a campi sempre più assetati, l’inizio della stagione turistica e i rubinetti quasi a secco, si è quindi fatta scattare l’emergenza regionale, nella speranza che arrivi anche quella nazionale. Nel suo decreto, spiegano dalla Regione, il presidente Rossi chiede anche a una task force di presentare “un piano straordinario di interventi per mitigare gli effetti della carenza idrica che è già misurabile nei nostri fiumi e nelle nostre riserve idriche”. Ma gli esperti hanno un mese di tempo e a metà luglio la situazione potrebbe essersi ancora aggravata se non si corre prima ai ripari.

In Sardegna turni per l’acqua Il problema non riguarda solo la Toscana: in tutto il Nord Italia, così come in Campania e Calabria, la disponibilità d’acqua è dimezzata rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’Emilia Romagna si ritrova addirittura con meno di 5 milioni di metri cubi d’acqua utilizzabile contro i 18 del 2016. Non va meglio per i laghi, tutti con livelli bassissimi rispetto alla media del periodo: 77 contro 106 centimetri per il lago di Garda, 87 contro 101 per quello di Como. E i “conflitti per l’acqua tra i territori”, paventati dall’Anbi, in Sardegna sono già realtà: in Gallura, per poter bastare a tutti e rispondere anche alla domanda di acqua potabile delle località balneari, le risorse idriche sono razionalizzate tra gli agricoltori con turni divisi per zona.

In Veneto stop alle piscine private Oggi in Italia, spiegano dal Wwf, “circa un quinto del territorio viene ritenuto a rischio desertificazione: quasi il 21% del territorio del quale almeno il 41% si trova nelle regioni dell’Italia meridionale, come Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia, ma sono coinvolte anche aree in altre regioni come l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo”. E se la prospettiva delineata dagli esperti di cambiamenti climatici è una costante riduzione delle precipitazioni complessive, la strada da percorrere appare quella di rendere più efficienti i consumi d’acqua: ad Asolo, nel trevigiano, per esempio, il sindaco ha vietato la costruzione di nuove piscine private.