Voleva fare il benzinaio. L’ottavo re di Roma sognava una pompa di diesel. Acqua e olio tutto a posto? Francesco Totti, il campione normale, l’uomo felice senza contratti multimilionari, il ragazzo abitudinario contento di risvegliarsi ogni giorno con vista cupolone. Mai se ne andrà da Trigoria. Roma tutta la vita. Porta Metronia, Casal Palocco, stadio Olimpico. Il trauma sarà farlo davvero smettere. Fargli appendere realmente le scarpe al chiodo. Se gli fosse mai interessato della Champions League, delle note dei Queen e dei coriandoli sparati come bombe sul campo, sarebbe già finito altrove. E da tempo. Real Madrid, Milan, le squadre inglesi che lo amavano tanto. Ma niente, Totti è realmente un pezzo di Roma. Uno di quegli archi trionfali dell’età imperiale ben piantati a terra. Gli inglesi si sono rubati il Partenone, ma non il Colosseo. Pigro, familiare, semplice. Raccordo anulare a vista. Totti non si è mai mosso da dov’è nato. Quando a tredici anni mamma Fiorella gli chiese cosa scegliere, perché la sua Lodigiani si era già accordata con la Lazio per la cessione e forse c’era già addosso anche il Milan, Francesco sgombrò il campo da ogni equivoco: “Alla Lazio mai, voglio la Roma”. Voleva stare comodo, senza strafare. Una bevuta con gli amici, il bar sotto casa, la discoteca con Cassano ma senza sbattimenti eccessivi. Prima di tutto giallorosso. Senza nemmeno aver raggiunto il diploma. Incarico simbolico a vita. Presidenza onoraria fino alla morte. Come Sandrino Mazzola nell’Inter dal 1960 al 1977, 417 presenze e 116 gol. Come Giacomino Bulgarelli dal 1959 al 1975 sempre e solo Bologna, 391 partite, 43 gol e uno scudetto, quello del ’64, cucito sul crescentone di Piazza Maggiore. Proprio come Totti che avrebbe dato un crociato per quel tuffo al cuore dello scudo giallorosso del 17 giugno 2001. Evento stampato nell’album dei ricordi, forse più del Mondiale con Lippi, senza sbirciare un secondo tra le vesti di Sabrina Ferilli e del suo finto striptease.

Perché poi c’è Ilary. La love story meno chiacchierata del pianeta gossip. La letterina, showgirl, conduttrice tv, donna divina che non brama potenti e scatti su Instagram. Tutta casa, figli e Francesco. Da subito. Con quegli occhietti a cuore, l’uno verso l’altro che sembrano usciti da un fumetto. Una melodia romantica di violino che sarebbe piaciuta alle nostre nonne. Matrimonio, figli a cadenza da manuale, borse della spesa in mano e sportello della Ferrari rimasto aperto, broncio e figli in braccio tra un ficus e un rampicante per l’attico. Ancora una volta l’equilibrio. Ammirevole, pacifico, compassato. Totti trova il suo baricentro sentimentale e psicologico senza scappare da sultani o ricchi cinesi. La quadratura del cerchio è quella Roma che va dall’esordio con Boskov nel ’93, passa dal paterno Carletto Mazzone, dall’odiato Carlos Bianchi all’amato Zeman, fino ai sogni di gloria Capello-Spalletti-Garcia. Totti non vuole altro. Totti non chiede altro. Totti rimane a casa sua. Anche quando interviene Ilary a dirne quattro a Spalletti, piccolo uomo, per lo strano utilizzo del marito in campo. I colori giallorossi bene supremo da difendere. Roba da umili supereroi. Il capitano non fa mai pesare sé stesso e il suo talento sulla squadra. Screzi coi mister, ma mai con i compagni. Più Maradona che Baggio in questo. C’è chi ricorda il rimprovero alla curva romanista. Fischiarono Antonioli per una mezza papera. Fu clamoroso. Totti mise il dito davanti alla bocca e invitò la Sud a stare in silenzio.

Congiuntivi e condizionali al vento, sintassi ballerina e una professoressa di italiano delle medie che ancora oggi lo adora, di fronte al Totti pubblico, stellare riproduzione di un semplice sé in un marketing avido di robot, nessuno si è mai permesso di odiarlo, di dargli del cialtrone, dello sgrammatico, dell’ignorante. Effetto Totti anche lì. Se ti guadagni rispetto a livello umano difficile che qualcuno s’incazzi quando la domanda è “Carpe diem?” e tu rispondi “Non so l’inglese”. La Totti Soccer School, associazione senza scopo di lucro, dove a calciare il pallone vanno tutti, anche i bimbi con handicap, non è un vezzo da accademici della letteratura. I quasi 500mila euro di royalties derivanti dai libercoli con le sue barzellette, Totti li regala all’Unicef, in uno di quei gesti immensi che meritano rispetto incondizionato. Allora non conta più l’invenzione “der cucchiaio”. Il palco di Sanremo dove Cheope diventa inspiegabilmente Sciopé. Il campione a chilometro zero, il ragazzo romanista che non abbandona mai la nave, anche quando sembra una tradotta di perdenti abbonato al secondo/terzo posto in campionato, diventa leggenda. L’epopea del mito che non cambia mai maglia. Nessun imbarazzo a caricare su Youtube i suoi gol più belli per poi confondersi in quell’anno se la casacca era bianconera o viola. Totti ha segnato sempre per la Roma. Ora, il bello, sarà davvero dirgli di smettere. Perché col pallone, colorato di giallo e di rosso, nonostante le dolci proteste di Ilary, ci dorme ancora.