La manovrina “salva” Agcom ma bastona Poste Italiane. Nel testo in discussione, il governo ha inserito una misura che riempie le casse dell’autorità di vigilanza guidata da Angelo Cardani. Pesando sui conti del gruppo pubblico, di cui Tesoro e Cassa depositi e prestiti dopo la quotazione hanno ancora quasi il 65%. L’articolo 65 del testo in discussione prevede infatti che “a decorrere dall’anno 2017, alle spese di funzionamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in relazione ai compiti di autorità nazionale di regolamentazione del settore postale si provveda esclusivamente secondo le modalità di cui ai commi 65 e 66, secondo periodo, dell’articolo 1 della legge n. 266 del 2005, facendo riferimento ai ricavi maturati dagli operatori nel settore postale”.

Che cosa significa esattamente? In pratica, a partire da quest’anno, Agcom potrà chiedere agli operatori di servizi postali un contributo fino al 2 per mille del loro fatturato. L’ammontare preciso sarà stabilito dalla stessa autorità. Ma per avere un’idea della dimensione della questione, basti pensare che i servizi postali, finanziati ogni anno dallo Stato per 262 milioni, rappresentano per Poste un giro d’affari 2016 da 2,2 miliardi. Se per ipotesi, approvato l’emendamento, l’Agcom decidesse di applicare la massima aliquota, il gruppo guidato da Matteo Del Fante dovrebbe versare nelle casse dell’autorità circa 4,4 milioni di euro. Questa cifra dovrebbe garantire sonni tranquilli ai cittadini sul fronte della qualità dei servizi postali, comparto su cui Agcom vigila già da tempo e per il quale ha anche tentato di recuperare, invano, i contributi 2012, 2013 e 2014 da tutte le aziende del settore postale. Per quegli anni il contributo, sulla carta, era determinato nella misura dello 0,68 per mille. Ma Poste, appunto, non ha mai pagato.

Il denaro che d’ora in poi gli operatori dei servizi postali verseranno all’autorità servirà per finanziare la struttura di controllo Agcom sul settore postale, un comparto in passato nell’occhio del ciclone per via dei trucchi nel sistema interno di controlli. Si tratta inoltre di una boccata d’ossigeno che serve a sostenere i costi di un’autorità che, oltre ad avere ancora una struttura pesante nonostante la spending rewiev, è stata anche bacchettata in passato dal Consiglio di Stato perché chiede troppi soldi alle aziende di telecomunicazioni. Ma il denaro è necessario per finanziare la costosa macchina Agcom: basti pensare che, come testimonia il bilancio previsionale 2016, l’autorità spende 1,5 milioni per il solo organo collegiale di vertice. A questa cifra si sommano poi quasi 49 milioni l’anno di spesa per i dipendenti.

L’altra faccia della medaglia è che Poste è una società quotata e l’intera faccenda dei nuovi contributi da pagare ad Agcom farà di certo storcere il naso agli azionisti. Con il rischio concreto che poi, a medio termine, il costo dell’operazione di finanziamento dell’Agcom in manovrina venga scaricato sui contribuenti attraverso rialzi nei prezzi di lettere e raccomandate.