Denis Verdini è mister Wolf anche quando non fa niente e non se lo ricorda più nessuno. Dato per disperso ormai dalla notte del referendum costituzionale, torna dalla notte dei ricordi sottoforma di riforma elettorale. Ha i contorni e i meccanismi del sistema “simil-tedesco” che ora diventa la carta su cui punta il Partito Democratico nella discussione alla Camera: uno schema per metà maggioritario e per metà proporzionale, con una quota di preferenze e una quota di liste bloccate. Una piattaforma perfetta, all’apparenza, per mettere d’accordo Pd e Forza Italia: lo aveva pensato Verdini già a dicembre scorso, sognando di essere il profeta di un secondo patto del Nazareno. Ma dicembre era troppo presto: Renzi voleva sotterrarsi dopo la sconfitta, Berlusconi aveva troppa paura di precipitare alle urne. All’epoca Verdini aveva messo sul tavolo due o tre sistemi: uno di questi era appunto il “tedesco corretto”, quello che ora viene scelto come preferito dal Pd dopo un tiki-taka durato mesi.

Ma sul sistema alla tedesca il partito di maggioranza relativa si volta ed è solo. Anzi, è il contrario: per una volta le parti sono ribaltate perché è il Pd a dire no a una proposta, il “vizio” che di solito Matteo Renzi imputa ai Cinquestelle. Appena ieri M5s e Forza Italia avevano infatti indicato la strada più facile: prendere l’Italicum modificato dalla Consulta (quello che i Cinquestelle chiamano Legalicum) e applicarlo anche al Senato. Magari con qualche correzione: l’eliminazione dei capilista bloccati come chiedono i fuoriusciti bersaniani o l’abbassamento della soglia per ottenere il premio di maggioranza alla prima lista (si era detto dal 40 al 37 per cento), come chiede Luigi Di Maio. La soluzione più semplice per trovare un’intesa, ma anche quella che produrrebbe un Parlamento senza maggioranza perché è un sistema proporzionale, sia pure con un premio di maggioranza. Il sistema tedesco, per contro, non garantirebbe una maggioranza chiara e spingerebbe comunque ad “allargare le intese”.

Così il Pd mette sul tavolo tutto il suo orgoglio e, dopo essere riuscito finora a fare una proposta come tocca al partito di maggioranza, insiste su un sistema su cui tutti gli altri si sono già espressi in senso contrario. Eppure Renzi tenta l’impossibile: dare la colpa agli altri. “Continuano le grandi manovre parlamentari di chi chiede a parole una nuova legge elettorale – scrive – ma in pratica non la vuole e perde tempo”. Forse ha ragione Matteo Richetti quando dice che il Legalicum non ha i voti in Parlamento (anche se in commissione si è visto altro). Ma di sicuro il tedesco non lo vuole nessuno a parte il Pd: dicono no Sinistra Italiana, Mdp, Forza Italia, Cinquestelle e tutti i partiti-nanetti alleati di governo del Pd.

Sembra tattica più che strategia per fermare il dibattito, per far venire giù una frana sulla strada. Il sospetto della Lega Nord è che sia tutta una messinscena per tirare a campare. “E’ incredibile come tutti facciano finta di volere le elezioni con annunci propagandistici in tv – dice Massimiliano Fedriga, capogruppo del Carroccio – e poi, al momento opportuno, cerchino qualsiasi stratagemma per allungare i tempi e mettere il bavaglio ai cittadini. Inciuci, accordi segreti, strette di mano solamente per allontanare il più possibile il voto”.

Anche perché, visto che la discussione sulla legge elettorale finora è andata alla grande (zero risultati in 4 mesi di incontri alla Camera), ci si è messa anche Forza Italia che subito dopo aver sostenuto l’Italicum uscito dalla Corte Costituzionale si è spaccata su tutto, a partire dal quotidiano duello rusticano tra il capogruppo alla Camera Renato Brunetta (che diceva proporzionale) e il capogruppo al Senato Paolo Romani (che diceva maggioritario). Tenzone risolta da Silvio Berlusconi che, da vecchio sostenitore del bipolarismo e del “vincitore certo”, ha riunito la dirigenza di Forza Italia e ha deciso che il nuovo sistema elettorale dovrebbe avere due caratteristiche: essere proporzionale e non avere le preferenze. Tradotto: una specie di Porcellum 2.

Appare sull’orlo di una crisi di nervi il presidente della commissione Andrea Mazziotti, che farà da relatore della legge e che ha rinviato già tre volte la presentazione di un testo-base perché alcuni partiti (come Pd e Forza Italia) non riuscivano nemmeno a esprimere un’opinione, una qualsiasi. Mazziotti promette che il testo-base sarà presentato stasera, ma è abituato a promettere le cose che poi i partiti gli fanno saltare. Fissato per martedì, invece, il termine per la presentazione degli emendamenti e per il 16 il voto in commissione del testo-base. Confermato anche l’approdo in Aula del testo che dovrà uscire dalla commissione: sarà il 29 maggio, anche se anche questa volta non ci crede nessuno. Mazziotti fa gli scongiuri: “Nessuno ha chiesto di modificare la data del 29. Come sempre andiamo per gradi”. Dopo aver buttato oltre 4 mesi, i partiti dunque si ritrovano al punto di partenza perché ciascuno è su una posizione diversa. Quindi ora il presidente Mazziotti unisce le mani in preghiera: “L’unica cosa da fare ora è avviare la discussione con un testo base“.