Sullo sfondo ​chimico-​esotico dei finti Caraibi della Toscana scoppia la “guerra” dell’acqua. Da una parte c’è la Regione, che in val di Cecina, a sud di Livorno, vuole razionalizzare l’uso dell’acqua buona riservandolo ai cittadini. Dall’altra la multinazionale chimica Solvay “artefice”, attraverso lo scarico vicino al mare, delle famose Spiagge bianche simil-tropicali di Rosignano, che si oppone e apre una battaglia legale, davanti al Tribunale delle Acque. E la guerra giudiziaria diventa anche politica: il M5s punta il dito contro Solvay (“ragiona solo in chiave profitto”) e la accusa di “ricatto occupazionale“, poi va in pressing sulla Regione, chiedendo che faccia rispettare gli accordi. “Nessun ricatto occupazionale – controbattono però a ilfattoquotidiano​.it dall’azienda – ma è chiaro che la sostenibilità del sito passa anche attraverso una corretta diversificazione degli approvvigionamenti idrici”.

Ai Caraibi chimici anni di proteste ambientaliste
Il braccio di ferro tra Regione e Solvay si gioca tra i “tristi Tropici” della costa livornese e le due vicine cave di calcare e salgemma. In questo scenario, la storia dell’azienda si è sempre mossa sul filo teso tra benefici occupazionali e impatti ambientali. La multinazionale dà lavoro a 450 persone, più un migliaio nel resto dell’indotto. Ma non produce solo lavoro: l’Arpat ha certificato che la contaminazione da mercurio del mare, per un tratto di 10 chilometri è stata influenzata “in maniera determinante, dal contributo antropico dovuto alla presenza dello stabilimento Solvay”. E poi c’è il tema degli ingenti consumi di acqua. Oggi, si legge nel ricorso al Tribunale delle acque, il 90 per cento dell’acqua utilizzata dall’azienda proviene dal mare. Peccato però che le percentuali da sole non riescano a dare l’idea della situazione: quel 10 per cento di acqua dolce rimasto vale, secondo una delibera del 2014 della Regione Toscana, oltre 10 milioni di metri cubi all’anno. Più o meno l’acqua consumata ogni anno da 50mila famiglie.

La mossa della Regione
Al centro della contesa la falda di migliore qualità rimasta in vita nella bassa val di Cecina, in una zona che si chiama Gorili-Steccaia. Dopo anni di tentennamenti, la Regione ha scelto una linea più dura: con una delibera a gennaio ha disposto che l’acqua buona deve andare in via esclusiva e comunque prioritaria ai cittadini, in modo da chiudere i diversi pozzi contaminati oggi ancora in uso. L’intervento prioritario è la costruzione delle infrastrutture per portare l’acqua della falda nella rete idrica. In passato Solvay ha attinto ampiamente a questa sorgente sotterranea. Ora la Regione dice basta: le concessioni saranno “solo per finalità idropotabile” si legge nel provvedimento. “L’acqua potabile deve soddisfare in prima istanza i cittadini, poi agricoltura e imprese – dice l’assessora regionale all’Ambiente Federica Fratoni – E questo vale anche per la Solvay. Gli atti parlano chiaro e non possiamo che confermare quanto dichiarato dalla delibera”.

Sottinteso: Solvay si dovrà arrangiare contando sull’impianto Aretusa operativo dal 2006, che permette di reimmettere nel ciclo industriale acque in arrivo dai depuratori dei Comuni vicini, o sperando in deroghe a cui la Regione velatamente accenna. I primi soldi per queste opere arriveranno dal contributo Solvay di 4,65 milioni, originariamente destinato al progetto di un invaso per acqua potabile poi sfumato. All’orizzonte potrebbe però profilarsi il rischio di una beffa per i cittadini: l’altra metà degli investimenti totali necessari (al momento si parla di oltre 9 milioni di euro) potrebbe infatti andare a pesare sulle bollette se la Regione non riuscirà a trovare i fondi.

Il ricorso dell’azienda: “Atto illegittimo”
Il passo della Regione non è affatto piaciuto all’azienda, che ha presentato ricorso al Tribunale delle acque. È il secondo nel giro di tre anni: il primo, sullo stesso tema, era stato respinto a fine 2016. I provvedimenti regionali – si legge nel ricorso – vengono ritenuti “illegittimi e gravemente lesivi degli interessi” dell’azienda perché le stime sull’acqua disponibile nella falda e sulla capacità dell’impianto Aretusa si basano su “errori tecnico-valutativi”. Per Solvay, che ha commissionato studi specialistici sull’area, l’acqua disponibile nella falda “ammonta a circa 7,8 milioni di metri cubi l’anno e non a 3 milioni di metri cubi, come invece assunto”. L’azienda “da un lato, finanzia gli interventi di tutela della risorsa idrica in Val di Cecina ma nel contempo si vede vietare in maniera drastica e ingiustificata qualsiasi possibilità di rinnovo delle attuali proprie concessioni”.

Solvay sostiene che “limitare la capacità produttiva dello stabilimento significherebbe compromettere definitivamente la sua capacità di essere economicamente sostenibile” e questo “si ripercuoterebbe a cascata su tutte le altre infrastrutture del sito”. Interpellata da ilFatto.it l’azienda precisa: “Solvay non mette assolutamente in discussione la necessità di privilegiare l’uso idropotabile, ma sottolinea come non vi sia alcuna conflittualità tra i quantitativi previsti e necessari per tale uso e quelli destinati a fini industriali”.

I Comuni stanno con la Regione
Da una parte i Cinquestelle sostengono che Solvay “ragiona solo in chiave di profitto” e considera l’impugnazione della delibera “un atto di sfida”. Secondo i grillini “da sempre l’uso da parte di Solvay dell’acqua potabile della Val di Cecina non rispetta gli accordi finora intrapresi”. Il consigliere regionale Giacomo Giannarelli in un’interrogazione chiede che la Regione “abbandoni la strategia dello struzzo e esiga il rispetto degli accordi”. Dall’altra tutte le comunità della zona sono con la Regione. Il sindaco Pd di Rosignano Alessandro Franchi – che è anche presidente della Provincia – condivide la delibera approvata a Firenze perché è “di equilibrio“. “Come enti locali – aggiunge – dobbiamo salvaguardare l’ambiente e la risorsa idrica, ma anche la presenza industriale di una realtà che tra diretti e indiretti occupa circa 1500 persone”. Meno diplomatico il sindaco di Cecina Samuele Lippi, sempre Pd: “Basta con l’arroganza – dichiara al Tirreno – Solvay rispetti gli accordi presi. Riduca i prelievi dalle falde di acque buona. L’azienda farebbe meglio a utilizzare a pieno l’acqua industriale messa a disposizione dal progetto Aretusa“. Stessa posizione del sindaco di Volterra, Marco Buselli, dove si trova un’area estrattiva Solvay: “Nel corso di più incontri abbiamo evidenziato i problemi legati alla sostenibilità dell’azione di Solvay. Sarebbero inoltre opportune compensazioni di carattere economico per i danni relativi all’estrazione del salgemma”.

“Ricatto occupazionale”, “No, ma serve sostenibilità del sito”
Il braccio di ferro è ancora più delicato per il fatto che Rosignano vive di Solvay. E infatti parlano di “ricatto occupazionale” il M5s e il Comitato salute pubblica Val di Cecina. “La ricerca della legalità in Toscana diventa spesso un optional quando le aziende usano il ricatto occupazionale: con Solvay questo atteggiamento ha portato i danni sotto gli occhi di tutti”. Il comitato interpreta l’impugnazione della delibera come il “frutto della sete di profitto della multinazionale che da più di cent’anni spreme la Val di Cecina. La legge dice chiaramente che l’acqua dei pozzi deve essere prima di tutto destinata ai cittadini, ma per anni non è stata fatta rispettare”. L’azienda però rispedisce al mittente le accuse: “Solvay – replica al Fatto.it – non ha mai posto un ricatto occupazionale. Certo è che la sostenibilità del sito passa anche attraverso una corretta diversificazione degli approvvigionamenti idrici”.