No alla patrimoniale, assalto all’arma bianca contro le istituzioni dell’Unione Europea, perfino una nuova legge sulla legittima difesa e, perché no, un’alleanza con Silvio Berlusconi, se serve. Avviso agli spettatori di Sky: Matteo Renzi non è candidato alla guida del centrodestra. Era lì, al confronto tv, proprio perché è ancora candidato alla segreteria del Pd, principale partito di centrosinistra, fondato da comunisti e cristiano-sociali, ex sogno di Romano Prodi. Fondamentale per capire che non fossero le primarie del centrodestra da una parte il fatto che le primarie del centrodestra non esistono in natura e dall’altra che a un certo punto Renzi ha indicato Obama come figura ideale da stampare su un poster da tenere in camera. Perché per il resto la metamorfosi appare quasi completa. Prima, quando cioè le cose sembravano andare a vela distesa, dei suoi occhiolini a destra rimanevano solo le accuse “degli altri”, i vetero, i matusa, i nati vecchi. BersaniVendola, Speranza, la Cgil. Lo stesso Berlusconi che si lamentava di essere copiato: “Renzi porta avanti le nostre idee, sotto le insegne del Pd”. Ora, invece, sembra incarnare la profezia che si autoavvera.

Mentre in tv Andrea Orlando si spostava sempre più a sinistra (patrimoniale, povertà, Berlinguer), Matteo Renzi si allontanava dall’altra parte. Sulla patrimoniale, per esempio, è inorridito: sembrava di risentire un vecchio dibattito tv tra Bondi o Elio Vito e qualcuno dell’Ulivo, di una decina d’anni fa. Invece no. “Sono favorevole a una tassa patrimoniale – dice Orlando -La lotta alla povertà è una priorità assoluta. Ci sono 4-5 milioni di persone sotto la soglia di povertà, 100mila bambini sotto la soglia di nutrizione minima. E’ una vergogna. Quella fascia di persone, l’1% degli italiani, che ha una ricchezza pari all’insieme del debito pubblico del nostro Paese, può dare qualcosa in più di quello che sta dando oggi”. Renzi invece ha sgranato gli occhi come se fosse stato nominato il Babau: “La patrimoniale non è una soluzione, la soluzione è superare il fiscal compact, poi ci vuole uno shock con il patrimonio immobiliare e la gestione finanziaria”.

E quindi no, non va bene nemmeno la web-tax, per tassare le multinazionali che operano su Internet, che è il pallino di Boccia e quindi di Emiliano. Per Renzi no, si parla di tasse solo per dire che vanno abbassate e che, anzi, ha già provato ad abbassarle: “Gli 80 euro non sono un bonus ma un tentativo serio di dare una mano a chi non arriva a fine mese. Abbiamo dato 10 miliardi di euro a 10 milioni di italiani in 3 anni, la più grande opera di redistribuzione degli ultimi trent’anni”. Abbassarle, sì, ma a tutti tutti ed è quello che gli rinfaccia Orlando, come il bonus cultura – i 500 euro ai giovani – dato anche ai figli delle famiglie che non hanno problemi di denaro per comprarsi libri o farsi un abbonamento a teatro.

Anzi, ha ragione Berlusconi a denunciare il plagio perché a un certo punto – durante il confronto tv contro Emiliano e Orlando – è risuonata un’espressione che sembrava quasi familiare. “Serve una soluzione shock” dice Renzi, sul patrimonio immobiliare. Soluzione shock, proposta shock. Dov’è che si era già sentita? Gennaio 2013, Berlusconi fa partire la rimonta che porterà il centrodestra a sfiorare la vittoria alle Politiche. Per settimane l’ex presidente del Consiglio annuncia una “proposta shock” che però mantiene segreta. Infine, a venti giorni dal voto, il solito fuoco d’artificio: “Nel nostro primo Consiglio dei ministri delibereremo la restituzione dell’Imu. Le famiglie saranno rimborsate in contanti e per la prima volta sorrideranno ricevendo una lettera dal fisco”.

Eppure se buona parte della classe dirigente renziana vede nella star francese Macron il nuovo modello scintillante e fiammante di carro del vincitore su cui sgasare, l’ex segretario che ora chiede la rielezione ha un approccio muscolare con le istituzioni dell’Unione Europea, un atteggiamento da lotta greco-romana che il candidato all’Eliseo tuttoblu non si è mai sognato. Rivendica la scelta di aver tolto la bandiera dell’Europa dall’ufficio di Palazzo Chigi a 20 giorni dal referendum costituzionale: lui dice che era perché la Commissione europea chiedeva una correzione ai conti mentre “era il giorno del terremoto”, in realtà tenne sei tricolore per almeno una decina di giorni di seguito. Finito di dire questo assicura che “uscire dall’euro sarebbe una follia”. Finito di dire questo, però, sottolinea che “un’Ue che si affida alla burocrazia è morta”, tema che con un vocabolario di diverso livello rimbalza spesso sulla bocca di chi sventola il fazzoletto verde. Finito di dire questo, si riveste di blu e annuncia che terminerà la campagna delle primarie a Bruxelles perché “non si gioca in trasferta, è lì il futuro”. Ma finito di dire questo sbatte in faccia a Orlando che il fiscal compact, messo per volere dell’Europa, non va bene e quindi il pareggio di bilancio in Costituzione è stato un errore. Credere nell’Europa, come ha ribadito di nuovo nel pomeriggio con la sua newsletter, non significa accettare tutto quello che chiede l’Europa.

Se ancora ci fossero dubbi sul campo di gioco scelto da Renzi per giocarsela da qui al 2018, lo stupore vero ha il rumore di un colpo di pistola: “Sulla legittima difesa dobbiamo fare di più – dice Matteo, nel senso di Renzi – Spiace dirlo ma è così, punto. La parola sicurezza è di sinistra. Un primo passo è stato fatto ma fare di più non è cedere a una cultura securitaria bensì rispondere a un’esigenza dei cittadini. Va fatta una legge molto più seria di adesso”. E’ di sinistra: è una specie di magicabula che usa quando deve fare ingoiare qualcos’altro al popolo delle feste dell’Unità. Per ora ha sempre avuto successo. Tagliare le tasse è di sinistra. L’abolizione dell’articolo 18 è di sinistra. Oppure: la sinistra che non cambia si chiama destra.

Così lui la immagina così cambiata che non ce la fa a dire che una nuova grande coalizione con Silvio Berlusconi gli fa un po’ senso. “Escludi alleanze con Forza Italia nella malaugurata ipotesi che non si cambi la legge elettorale?” gli chiede Orlando. “Non posso escludere le larghe intese se c’è il proporzionale”. Nel caso, non avrà problemi per farsi capire.

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