Per la polizia era un volto più che familiare. Anzi, peggio: era un pericolo da anni, almeno sedici. Aveva tentato di ammazzare due agenti nel 2001, era saltato addosso a una guardia in carcere. Per i nuovi attentati nel centro di Parigi si profila ancora lo stesso copione. Karim Cheurfi, l’uomo che ha ucciso l’agente di polizia Xavier Jugelé sugli Champs-Élysées – freddato, ha fatto sapere il procuratore François Molins, con due colpi di kalashnikov alla testa- è una figura conosciuta dalle forze di sicurezza. Ma “non era schedato con la lettera S”, che indica gli individui radicalizzati a rischio di passare alle azione, ha spiegato il procuratore di Parigi, François Molins, smentendo le informazioni diffuse ieri sui media. Nei suoi anni di “detenzione, non aveva mai dato segni di radicalizzazione”. A gennaio e febbraio Cheurfi “si era recato in Algeria nonostante dovesse presentarsi regolarmente alla polizia”, ha detto ancora il procuratore.

Due mesi fa l’uomo, 39 anni, parigino delle banlieue, era stato di nuovo arrestato dalla polizia per aver minacciato le forze dell’ordine. Ma fu rilasciato, per mancanza di prove, raccontano due funzionari francesi all’Associated Press. Il fermo, avvenuto il 23 febbraio, fu dovuto al fatto che gli agenti si resero conto che l’uomo non aveva rispettato i domiciliari e l’obbligo di cure psichiatriche, decisi dal tribunale in relazione al suo precedente arresto. Il giudice responsabile dell’applicazione delle pene non ritenne però che ci fossero motivi sufficienti perché Cheurfi tornasse in carcere.

Le indagini francesi peraltro svelano la grottesca propensione alla propaganda dell’Isis, che attraverso la sua agenzia Amaq, aveva rivendicato l’attentato chiamando il suo terrorista Abu Yussuf, le Belge, cioè Abu Yussuf il belga. Una persona che però non ha mai preso parte all’attentato dell’Arco di Trionfo. In realtà l’uomo abbattuto sugli Champs-Élysées – dopo aver ucciso un agente – è proprio Karim Cheurfi, francese, nato in un paese delle banlieue a est della capitale francese, Livry-Gargan. Tre suoi familiari sono stati fermati dalle forze di sicurezza francesi e interrogati. Alcune abitazioni sono state perquisite. In quella della madre di Karim, a Chelle, è stata perquisita e sono stati trovati quelli che vengono definiti “elementi della radicalizzazione”: tra questi un libretto salafita. Nella sua auto, l’Audi abbandonata un istante prima dell’attacco, sono state ritrovate diverse armi: un fucile a pompa e delle armi bianche, tra cui un coltello da cucina. E ora viene fuori che aveva provato anche a ottenere una licenza di caccia.

E il belga, quindi? C’è una ricostruzione – ormai smontata nel corso delle ore – che è stata fatta da un giornalista belga, rimbalzata su twitter e rafforzata poi dalla rivendicazione dell’Isis. Parla di alcune comunicazioni delle forze di sicurezza di Bruxelles ai colleghi francesi: fate attenzione a un individuo partito per la Francia in treno – era il tenore del messaggio – è armato e pericoloso. Ma il “Belga” si è presentato spontaneamente al commissariato di polizia di Anversa. E per la Procura federale belga “non c’è al momento nessun legame” tra l’attacco a Parigi e il Belgio: ha un alibi e nega ogni coinvolgimento nei fatti di Parigi. E’ noto per casi gravi di traffico di stupefacenti ma non ha legami con il terrorismo né è noto per essere radicalizzato.

Il risultato, comunque, è che la Francia si sveglia ancora una volta dopo essere stata colpita al cuore. Questa volta l’attacco terroristico avviene in uno dei centri più frequentati di Parigi, ancora una volta un simbolo: gli Champs-Élysées, a breve distanza dall’Arco di Trionfo, davanti allo store di Marks&Spencer. L’Isis rivendica, anche se non è ancora certo su chi sia l’autore dell’attacco: da definire se sia un francese o un belga, in ogni caso un europeo quindi, di nuovo. Il sangue, questa volta, è di un poliziotto che stava pattugliando la zona. L’attentatore ha cercato deliberatamente agenti di polizia: è sceso da un’auto, un’Audi 80, e ha fatto fuoco con un’arma automatica, un kalashnikov, molti colpi in pochi secondi. Un agente è caduto a terra senza vita, un altro è rimasto ferito in modo grave ma ce la farà grazie al giubbotto antiproiettile, mentre una passante – una tedesca che vive da tempo in Francia – è rimasto ferita in modo lieve a un piede. E l’altro simbolo riguarda il momento in cui è stato portato l’attacco. Mentre si sparava sugli Champs-Élysées, infatti, i candidati alle elezioni presidenziali di domenica prossima si stavano alternando davanti alle telecamere di France2 per gli ultimi appelli tv in vista del primo turno. Oggi i candidati più forti (Fillon, Macron e Le Pen) hanno sospeso i propri comizi, ma l’ombra dell’attentato – il quinto di una certa gravità dal giorno della strage di Charlie Hebdo – si allunga ora sul voto, perché la paura potrebbe influire sui comportamenti degli elettori. Il presidente della Repubblica François Hollande presiede il Consiglio di Difesa, mentre il premier Bernard Cazeneuve ha sottolineato che la lotta al terrorismo – ancora una volta – è di livello europeo e “solo uniti” si può vincere. Il governo promette la solita prova di forza post-attentato per garantire le elezioni: “Oltre 50mila agenti e gendarmi saranno mobilitati per garantire la serenità dello svolgimento delle operazioni elettorali” dice il premier. “Il governo è pienamente mobilitato – conclude – nulla deve interferire con questo momento democratico fondamentale per il nostro Paese”. Toni del tutto diversi da quelli di Marine Le Pen, al momento la favorita al primo turno delle elezioni per l’Eliseo, che arriva a dire che “altri attacchi sono possibili entro domenica”. Ha sospeso i comizi, ma la sua campagna elettorale non è finita.