Chi è l’autore dei versi “In morte di un’amica”? Il componimento anonimo fu inviato alla famiglia di Lidia Macchi, la studentessa di Varese massacrata con 29 coltellate nel gennaio 1987 il giorno dei funerali e conteneva particolari che poteva conoscere solo il killer. Per la Procura di Varese l’autore è Stefano Binda l’uomo da oggi sotto processo per l’omicidio della ragazza e arrestato nel gennaio 2016, quasi 30 anni dopo il delitto. Ma oggi alla prima udienza del processo l’avvocato Patrizia Esposito ha spiegato che una persona, di cui al momento non è stata resa nota l’identità, ha contattato un avvocato una settimana fa ammettendo di aver scritto il componimento. Questa nuova testimonianza, secondo la difesa “scagiona” Binda, che si è sempre dichiarato innocente. Per questo gli avvocati Esposito e Sergio Martelli chiedono che venga ascoltato in aula come testimone il legale (non presente nella lista testi) che è stato contattato dal presunto autore del componimento e lo scorso 4 aprile ha inviato una lettera alla difesa, alla Corte d’Assise e alla Procura di Varese.

Il componimento, contenente riferimenti che secondo gli inquirenti solo l’assassino poteva conoscere, era stato attribuito a Binda sulla base del racconto di una testimone che quasi trent’anni dopo il delitto aveva riconosciuto la sua scrittura e di esami calligrafici disposti dal sostituto pg di Milano Carmen Manfredda (ora in pensione e sostituita dal sostituto pg Gemma Gualdi per rappresentare l’accusa nel processo a Varese), che nel 2013 aveva avocato le indagini sfociate nell’arresto dell’uomo, ex compagno di liceo della vittima. Risultati che contrastano con gli esami dei consulenti della difesa, secondo i quali non è possibile ricondurre la grafia a Binda. “Il nostro assistito era commosso – ha spiegato l’avvocato Esposito – quando lo abbiamo incontrato in carcere per informarlo di questa importante testimonianza che lo scagiona”. Sulla richiesta di ascoltare come testimone l’avvocato contattato dal presunto autore della lettera dovranno esprimersi i giudici della Corte d’Assise di Varese.

Nella perquisizione in casa, i poliziotti trovarono anche un’agenda dell’87. Mancavano le pagine dei giorni della scomparsa e del ritrovamento di Lidia, ma c’era un foglio su cui Binda aveva scritto: “Stefano è un barbaro assassino”. Durante le indagini è stata anche disposta la riesumazione del cadavere nella speranza di poter isolare il Dna del colpevole.

“Dopo trent’anni di sofferenza finalmente si apre il processo sulla morte di mia figlia, spero che emerga la verità” ha detto Paola Bettoni, la madre della vittima. La donna, assistita dall’avvocato Daniele Pizzi, si era costituita parte civile nel corso dell’udienza preliminare. “Non voglio un colpevole a tutti i costi – ha affermato – ma voglio che si faccia chiarezza dopo tanti anni”.