I numeri non ci sono, ma i gruppi parlamentari di Montecitorio continuano a esistere, incassando fondi e contributi come se nulla fosse. Eppure il 50% dei gruppi alla Camera esiste solo grazie a deroghe al regolamento, secondo cui ogni schieramento deve essere composto da un minimo di 20 membri. La verità è che dei 12 esistenti, solo 6 sono in regola. Tra le cause divisioni e cambi di casacca che in questa legislatura hanno registrato un record, arrivando a quota 458. Così, soprattutto tra i gruppi della Camera, è accaduto di tutto. Eppure sul fronte contributi non è cambiato nulla. Perché quello che si incassava, si continua a incassare. Tutto legittimo, sia chiaro. Grazie a una toppa messa dall’ufficio di Presidenza. Una deroga che permette ai gruppi parlamentari di continuare a sopravvivere. I conti li ha fatti l’osservatorio civico Openpolis.

GLI EFFETTI DEI CAMBI DI GRUPPO – La XVII legislatura sarà ricordata per il suo elevato numero di cambi di gruppo. “Un valzer parlamentare continuo – spiega Openpolis – causato dall’esplosione delle principali liste elettorali delle ultime politiche e la conseguente creazione di nuovi schieramenti”. Si va dal terremoto che ha scosso il Popolo delle libertà alle vicende che hanno riguardato Scelta civica e, più di recente, il Partito democratico. “Gli ultimi movimenti a sinistra – ricorda l’osservatorio – hanno visto sia l’unione fra Possibile e Sinistra Italiana, che la nascita di Art.1 – Movimento democratico e progressista”. Una rivoluzione che ha avuto diverse conseguenze. Prima fra tutte la segmentazione della Camera dei deputati. Tant’è che dei 12 gruppi parlamentari presenti a Montecitorio, ad oggi solo quattro sono riconducibili in maniera chiara a liste elettorali che hanno partecipato alle ultime politiche: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Lega nord e Fratelli d’Italia. Nuovi schieramenti politici e, inoltre, con pochi membri, mentre l’articolo 14 del regolamento di Montecitorio stabilisce che ogni gruppo parlamentare debba avere un minimo di venti deputati.

I NUMERI CHE MANCANO – Ma chi sono i gruppi che rispettano questa regola? È presto detto: Partito democratico (238 membri), Movimento 5 stelle (91), Forza Italia (50), gruppo Misto (47), Art.1-Mdp (40) e Alternativa popolare (26). “Gli altri gruppi parlamentari – spiega l’osservatorio – hanno tutti meno di 20 membri”. Non raggiungono la soglia Lega Nord (ferma a 19 membri), Si-Sel-Pos (17), Civici e innovatori (16), Scelta civica-Ala-Maie (16), Democrazia solidale-Centro democratico (14) e Fratelli d’Italia (11). Da notare che tre di questi gruppi sono l’unione di diverse componenti.

LA SCAPPATOIA – A permettere a questi gruppi di sopravvivere è il comma 2 dell’articolo 14 del regolamento di Montecitorio. “L’ufficio di presidenza – si legge – può autorizzare la costituzione di un gruppo con meno di venti iscritti purché questo rappresenti un partito organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati, le quali abbiano ottenuto almeno un quoziente in un collegio ed una cifra elettorale nazionale di almeno 300 mila voti di lista validi”. Una situazione diversa quella del Senato dove, intanto, la quota minima è di 10 senatori e dove solo Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto era sotto la soglia per la recente uscita della senatrice Anna Cinzia Bonfrisco. Già, perché in questo caso, proprio pochi giorni fa il presidente del Senato ne ha disposto lo scioglimento “per il venir meno dei requisiti di consistenza numerica previsti”. Openpolis ha confrontato i numeri anche con la scorsa legislatura: alla Camera c’erano otto gruppi, tutti con più di 20 membri, mentre al Senato erano nove, anche in questo caso tutti con più di dieci membri. Dunque, quello dei gruppi che sopravvivono solo grazie a una deroga è un fenomeno a cui si assiste soprattutto nell’ultima legislatura, quella del record dei cambi di casacca, arrivati a 458: 262 alla Camera e 196 al Senato. Ad oggi un parlamentare su tre ha cambiato casacca almeno una volta dalle politiche del 2013.

I CONTRIBUTI NON SI TOCCANO – Eppure il ‘salvataggio’ consente ai gruppi parlamentari di incassare i contributi che servono a pagare spese correnti e personale, come funzionari, esperti giuridici e di comunicazione. E con la riduzione dei soldi diretti ai partiti, i gruppi sono diventati attori politici più rilevanti rispetto al passato, tant’è che incassano per le loro funzioni istituzionali circa 50 milioni di euro all’anno. Basti pensare che nel 2014 i partiti hanno ricevuto 35 milioni con i rimborsi elettorali, contro i 49 incassati nello stesso anno dai gruppi parlamentari di Camera (30 milioni) e Senato (19). Nello stesso anno i gruppi parlamentari e dei consigli regionali hanno ricevuto complessivamente oltre 80 milioni di euro, incrementando la loro quota, tanto da ricevere oggi il 64% dei rimborsi e contributi destinati alla politica.