C’è stata un’organizzazione criminale che in Sicilia, tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, sferrò un violento attacco a Cosa nostra: la stidda, un gruppo finora poco raccontato, che ancora oggi emerge di tanto in tanto dalle cronache ma che in passato si è macchiato di delitti eccellenti, come l’assassinio di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino”, ucciso nell’agrigentino del 1990 e oggi protagonista di un processo di beatificazione. In “Cani senza padrone – La stidda, storia vera di una guerra di mafia” (Melampo editore, 339 pagine, 16 euro, prefazione di Attilio Bolzoni) il giornalista Carmelo Sardo, vicecaporedattore del Tg5, racconta un mondo di “picciotti senza regole e senza padroni” che “si misero in testa di arricchirsi con le rapine e con le estorsioni”; ma presto “vennero coin­volti nelle faide tra vecchi e nuovi boss di Cosa nostra e si trasformarono in spietati e infallibili killer, in una furiosa guerra di mafia”. Una guerra che li portò a seminare il terrore nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Trapani con decine di omicidi e di stragi. Per lavorare a questa storia della stidda, Carmelo Sardo ha letto migliaia di pagine di verbali, di interrogatori, di sentenze, ha raccolto le testimonianze di esperti, magistrati e politici. E soprattutto ha incontrato e intervistato i membri dell’organizzazione criminale, stiddari condannati all’ergastolo ed ex picciotti ora “pentiti”. Nel brano che segue, tratto dal libro, a parlare è Giuseppe Croce Benvenuto, uno dei killer di Livatino, oggi collaboratore di giustizia. 

«Glielo giuro, io non sapevo neppure chi fosse. Non l’avevo mai sentito nominare prima di quel giorno…»

Scandisce bene le parole, fa una pausa tra una frase e l’altra come ad aspettare che io dica qualcosa. Siamo seduti l’uno di fronte all’altro davanti a una scrivania. Sta già parlando da tre ore Giuseppe Croce Benvenuto quando finalmente arriva al momento cruciale, al delitto del giudice Rosario Livatino. Gli chiedo di raccontarmi tutto quello che ricorda, e di raccontarmelo senza trascurare alcun dettaglio, neanche quelli apparentemente insignificanti.

«Un giorno, credo fosse ai primi di agosto del 1990, venne a trovarmi Gianmarco Avarello e mi propose di ammazzare un giudice. Ricordo che si scaldò parecchio e continuava a ripetermi “è uno che rompe troppo la minchia, ha capito tutto e ci sta facendo la guerra, se non lo fermiamo questo ci rovina… ci vuole togliere tutto, ci vuole sequestrare tutti i soldi che ci siamo fatti in questi anni…”.

Ricordo bene che mi disse che questo giudice era vicino a Cosa nostra, che aveva un intimo rapporto con il boss Di Caro che abitava nel suo stesso palazzo, e che quando applicava le misure di prevenzione privilegiava gli interessi di Cosa nostra e caricava contro di noi (il movente di quel delitto, come affiora dalle sentenze, va ricercato nel fatto che agli stiddari di Palma di Montechiaro venne lasciato credere, per convincerli, che Livatino favorisse il boss di Cosa nostra Giuseppe Di Caro, e perseguisse invece la loro organizzazione con l’applicazione di pesanti misure di prevenzione e pesanti condanne, ndr). Mi disse pure che se Di Caro era stato rimesso in libertà era merito proprio di Livatino, il quale, al contrario, aveva fatto condannare a una pena pesante lo zio di Gianmarco, Antonino Gallea, credo per favoreggiamento, nonostante a suo carico non ci fossero prove. Io non ero convinto di fare questa cosa. Non mi aveva ancora detto come si chiamava questo giudice. Gliel’ho dovuto chiedere. Non avevo mai sentito quel nome. Gli ho detto delle mie perplessità, gli ho detto: “Giamma’, vedi che ci mettiamo tutto lo Stato contro se ammazziamo un giudice… che poi a noi non ha ancora fatto niente…”.

Lui insisteva e insisteva con la storia che ci voleva mettere in galera e buttare le chiavi. “Ma come fai a sapere tutte queste cose?”, gli chiesi io. E lui: “ma noi abbiamo agganci dovunque… i miei zii, Bruno e Antonio (Gallea, nda) hanno saputo tutto. Fidati Peppù… e poi, non farti ricordare tutte le volte che mi hai chiesto un favore tu! Io non mi sono mai rifiutato e non ho mai voluto sapere chi era questo, chi era quello: ammazzavamo e basta. Ti ricordi a Palma per la festa dei morti? Abbiamo rischiato grosso per ammazzare a Rosario Allegro. Mio zio stava per essere ucciso da quel carabiniere…”.

Mi diceva tutte queste cose, che erano la verità, e alla fine mi convinse. Ero proprio un ignorantone. E allora gli dissi: “vabbè, ammazziamo a questo giudice scassa minchia”, e lui sorrise e mi allungò la mano. Io lo fissai a lungo, c’era qualcosa che non mi convinceva. Lui subito riattaccò: “lo sapevo che avresti capito, Peppù. Sarà una minchiata ammazzarlo. Quello non c’ha manco la scorta, non gira neanche armato. Lo becchiamo io e te da soli, con la moto, come sempre. Io guido e tu spari, o se vuoi, sparo io, poi vedremo. Ti farò sapere tutto al più presto”. Ma poi successe che qualche giorno dopo venne a trovarmi di nuovo per propormi un piano diverso. Mi disse: “ci ho pensato a lungo e secondo me questa è l’occasione per lanciare a tutti un segnale forte. Se l’ammazziamo io e te, con la moto, uno, due colpi e via, magari passiamo per due scassa pagliara. Pensa se invece facciamo una cosa come Dio comanda. Un commando di quelli giusti. Ci portiamo pure i kalashnikov e così gli facciamo vedere a tutti chi siamo”».

«Io pensavo che fosse la cocaina a farlo straparlare così, del resto era uno che si faceva in continuazione. Provai a farlo ragionare: “vedi Giammà, un conto è ammazzare un mala carne qualsiasi, cosa diversa è ammazzare un giudice. Se lo facciamo io e te da soli, magari pensano come dici tu a due scassa pagliara e non ci vengono a rompere la minchia. Se invece schieriamo un commando si scatena l’inferno e tempo di niente li abbiamo tutti addosso”. Ma lui sorrise e scosse la testa: “ho pensato a tutto, Peppù. Ragiona ora tu con me. Se noi usiamo i mitra, queste armi potenti, e facciamo una cosa da cinema, blocchiamo il traffico, con i kalashnikov spariamo come alla guerra… gli sbirri non penseranno mai a noi, non ci faranno mai capaci di una cosa del genere, penseranno che sono stati quelli di Cosa nostra… non sarà difficile far cadere i sospetti su di loro. A noi interessa che gli sbirri capiscano questo. Il segnale non lo dobbiamo dare allo Stato, ma ai chiatti, a questi vecchi rincoglioniti dobbiamo farli cacare sotto, solo così capiranno chi siamo e chi deve comandare”. […]».