Prima bersaniano, poi renziano, poi renziano ma critico, poi vicino a Pisapia, poi con un piede fuori dal Pd, ora di nuovo dentro, ma contro Renzi. “Questa storia che sono io che cambio idea, mentre il resto del mondo non cambia, è francamente incredibile“, spiega lui. Il viaggio del sindaco di Bologna Virginio Merola tra le correnti del Partito democratico prosegue. “Sono uno libero, non sono legato a correnti, e quindi dico quello che penso nella situazione data”. Nel senso che, come nel caso di Renzi, “la coerenza è legata ai fatti e i fatti sono andati purtroppo in un altra direzione”.

A suggellare l’ultima alleanza c’è una fotografia scattata il primo marzo tra i vicoli di Roma. Al centro il ministro della Giustizia Andrea Orlando, alla sua destra il parlamentare cuperliano Andrea De Maria, alla sua sinistra Merola, per l’appunto. Che ha deciso: appoggerà il guardasigilli nella corsa alle primarie per segretario Pd: “Ci convince la sua scelta di investire molto sul partito e il suo radicamento”, hanno scritto in una nota De Maria e Merola. E chissà che a Orlando l’appoggio non porti bene. In fondo, raramente Merola appoggia uno sconfitto. 

Una prova? Nel 2012, Merola appoggiava Pierluigi Bersani e l’ex ministro aveva vinto senza troppi patemi le primarie per la scelta del candidato premier, contro un Renzi ancora troppo outsider. Il sindaco di Bologna (eletto per la prima volta nel maggio 2011) era parte attiva tra i comitati bersaniani e a chi gli chiedeva che cosa pensasse dell’allora primo cittadino di Firenze rispondeva: “Non penso che Renzi debba andare a casa, anzi penso sia una personalità di rilievo nel partito, ma questo non è tempo per i giovani arrampicatori”.

Il resto è storia: Bersani vince le primarie, ma poi perde, o meglio “non vince”, le elezioni politiche. Merola il 26 febbraio 2013, con le urne chiuse da appena 24 ore, spende già parole di stima per Renzi: “Credo sia la nostra possibilità di rinnovamento e di questo bisogna prenderne atto”. Non è l’unico in Emilia Romagna a passare dalla parte di Renzi. Lo fanno, tra i tanti, gli ex bersaniani di ferro Stefano Bonaccini e Paolo Calvano: oggi rispettivamente alla guida della Regione e del Pd regionale. Poche settimane dopo, Merola spiegava al FattoTv: “Io ho combattuto Renzi. Penso però oggi, oggettivamente, che Renzi sia una nostra risorsa e una nostra possibilità, e non mi sento per questo un traditore, perché siamo nello stesso partito”. Neanche a dirlo: Renzi stravinse le primarie 2013.

Da lì sono stati tre anni di militanza renziana tiepida quelli di Merola. Sempre attento a tenere un basso profilo nel dibattito interno al Nazareno e a non bruciarsi con dichiarazioni d’amore spassionato per il capo. Forse perché ha sempre saputo che anche il renzismo, come ogni esperienza umana, non sarà eterno. Da quando poi nel 2014 il suo ex collega sindaco va a Palazzo Chigi, non mancano i momenti di attrito dovuti alle normali dinamiche tra amministrazioni e governo centrale. Ma la tensione sale nel 2015: ambienti vicinissimi a Renzi fanno trapelare che il segretario Pd non smania per una ricandidatura del sindaco uscente a Bologna. Merola, tenace contro tutto e tutti, alla fine la spunta e viene ricandidato dal partito bolognese senza passare per le primarie.

Si arriva al voto del giugno 2016. Merola al primo turno non va oltre un deludente 40%. Il giorno dopo, in una assemblea pubblica, rispondendo a una domanda del Fatto, il sindaco prende le distanze dal premier, scaricandogli anche una certa responsabilità su quel risultato: “Questo non è un referendum pro o contro Renzi e questa discussione ci ha fatto male”. Due settimane dopo Merola vince il ballottaggio (Bologna è una delle poche roccaforti Pd a tenere) e lancia un messaggio chiaro a Renzi, che da queste parti, per la campagna elettorale, si era fatto vedere poco o niente: “Sta facendo riforme coraggiose, ma senza occuparsi di un partito radicato tra i cittadini”.

Poi è arrivato il referendum del 4 dicembre e anche lì Merola, pur sostenendo il Sì, non si è troppo speso per una battaglia mai troppo sostenuta. Dopo il 4 dicembre e la caduta di Renzi il sindaco non ha lesinato sorprese. Prima, il 19 dicembre, ha ospitato a Bologna il summit della nascente “cosa” di Giuliano Pisapia, un movimento che dovrebbe nascere per unire il centrosinistra. Poi però, il 30 gennaio, in una intervista con il direttore del Corriere della sera, il sindaco sembra tornare verso Renzi: “Non c’è un candidato alternativo a Matteo Renzi, ma quello che devo dire all’ex premier lo dico perché in questo momento c’è bisogno di persone leali e non fedeli, altrimenti si va a sbattere”. Ma ora, ad appena un mese da quelle parole, il “candidato alternativo” sembra arrivato ed è quello ritratto col sindaco nella foto di mercoledì tra i vicoli di Roma: Andrea Orlando.

“In quel momento, nel 2014, Renzi interpretava una grande volontà di cambiamento”, spiega ora al Fatto Merola. “I tre anni di governo hanno avuto molti elementi critici sui quali ho detto esplicitamente la mia opinione. Sono mesi che anticipavo la possibilità di questa scissione, ciò che è cambiato è che si sono date risposte sbagliate a questa esigenza. Questa esigenza non mi pare che sia stata bene interpretata da Renzi”. Insomma il sindaco non vuole sentire parlare di incoerenza: “La coerenza è legata ai fatti e i fatti sono andati purtroppo in un altra direzione”.