Le scissioni nei partiti dividono anche le migliori famiglie. E’ il caso di Romano Prodi, che una settimana fa ha lanciato un appello in nome dell’unità del Partito democratico e ha telefonato ad alcuni scissionisti, primo fra tutti Pierluigi Bersani, per convincerli a restare. Per l’ex premier la rottura è un grande dispiacere, perché il Pd è il frutto anche del suo Ulivo. E infatti i suoi fedelissimi, Arturo Parisi e Franco Monaco, sono rimasti dentro. Cosa che non ha fatto sua nipote, Silvia Prodi: figlia di suo fratello Quintilio (i Prodi sono in tutto nove fratelli), consigliera regionale in Emilia Romagna, sposata con due figli, la nipote del Professore ha lasciato il Pd per aderire al nuovo partito di Bersani, Speranza e Rossi: i Democratici e Progressisti. Per capire la sua scelta è dal governatore toscano che bisogna partire. “Da oltre un anno mi sono avvicinata alle posizioni di Rossi e alle sue critiche al vertice del partito. Andarsene è stata una decisione difficile, ma è solo la fine di un percorso. Per quanto mi riguarda, non è una scelta fatta dall’oggi al domani”, spiega Silvia Prodi.

Suo zio Romano ci è rimasto male?
E’ da qualche settimana che non ci sentiamo, non ci siamo confrontati sul tema. Ho letto del suo appello all’unità e lo rispetto, non mi aspettavo nulla di diverso, fa parte del suo metodo inclusivo. Le sue parole, però, erano rivolte non solo a Bersani, ma anche all’attuale vertice del Pd, che non mi sembra le abbia tenute in considerazione. Comunque sono sicura che lui rispetta la mia decisione.

La divergenza con suo zio Romano parte addirittura dal referendum: Prodi annunciò il suo Sì, lei ha fatto campagna per il No.
In quell’occasione sono rimasta lievemente sorpresa, ma nulla di più. Comunque, davvero, con mio zio c’è grande rispetto reciproco e autonomia nelle scelte. Non ci consultiamo prima di prendere le nostre decisioni. Io ho fatto campagna per il No perché era una riforma scritta male e i danni, col combinato disposto dell’Italicum, sarebbero stati disastrosi.

Lei Renzi proprio non lo può vedere…
Cominciamo col dire che nel 2013 ho votato un Pd con un certo programma e alleanze e poi mi sono ritrovata un diverso programma e alleati diversi, penso a Verdini. C’è stata una deriva leaderistica applicata poi con un modo di governare a colpi di fiducia. Il problema è che Renzi non riconosce il valore della discussione, ha una scarsa propensione alla democraticità della rappresentanza. Inoltre ha una deriva narcisistica che lo fa essere tutto marketing e immagine, ma quella non è politica.

Renzi è arrogante?
Non voglio banalizzare, io parlo di politica. Se dici che Marchionne è meglio dei sindacati, per me si crea un problema. Oppure guardiamo come ha gestito la partita bancaria. E se dopo il referendum sai solo dire che “gli italiani non mi hanno capito abbastanza”, cosa devo pensare? Non c’è alcuna capacità non solo di critica, ma anche di analisi dei processi politici e sociali. Nel partito da tempo c’è un malessere profondo. Un segretario che nel momento drammatico della scissione se ne va in California a me non sta bene.

Meglio Bersani.
L’ex segretario pone problemi reali che Renzi non vede. La famosa mucca nel corridoio – ovvero un governo di sinistra che insegue politiche neo liberiste e perde un pezzo importante del suo popolo – era lì, la vedevano tutti. Tranne Renzi.

Potevate giocarvela al congresso.
Non ce n’è stata data l’occasione. Un congresso ha bisogno di un percorso di largo respiro, di tempi lunghi, una candidatura va costruita settimana dopo settimana, incontrando persone sul territorio. Le primarie stile X Factor non funzionano.

Emiliano ha lanciato un appello anche agli elettori fuori dal Pd: votate per me per fermare Renzi.
Io alle primarie del Pd non andrò a votare, non mi sembra corretto. Comunque rispetto tutti quelli della minoranza che sono rimasti nel partito: anche per loro è stata una scelta sofferta.

La gente penserà che avete fatto la scissione solo per le date del congresso. Non pensa che finirete per essere l’ennesimo partitino a sinistra?
La contendibilità o meno di un partito è un fatto politico rilevante, era una delle differenze, ad esempio, tra noi e Forza Italia. Credo che le persone abbiano l’intelligenza per capire che i motivi della nostra uscita dal Pd siano validi. Siamo anche consapevoli dei rischi che ci prendiamo: se avessimo dovuto agire secondo calcoli, saremmo ancora nel Pd.