Nessuna responsabilità penale, ma una grande responsabilità politica. Così il gip Paola De Nicola ha messo la parola fine al filone romano dell’inchiesta Tirreno Power, firmando il decreto di archiviazione – come richiesto dal pm – per 33 indagati accusati di abuso d’ufficio, quasi tutti amministratori liguri, a partire dall’ex presidente Pd Claudio Burlando. Al centro dell’indagine, gli esposti di diverse associazioni contro la centrale termoelettrica a carbone Tirreno Power di Vado Ligure, in provincia di Savona, che accusavano l’impianto che vede tra gli azionisti Sorgenia (gruppo De Benedetti) di aver provocato un disastro ambientale, e le amministrazioni locali di averglielo consentito.

“Sotto il profilo penale risulta difficilmente sostenibile che gli indagati abbiano agito con l’intenzione di favorire Tirreno Power”, scrive il gip, ma quello che emerge è, almeno “in una chiave di lettura ‘nobile’”, la “chiara scelta politica degli organi istituzionali a favore dell’occupazione in contrapposizione alla tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente”. O peggio, “in chiave più realistica” la spiegazione della vicenda va ricercata  “nell’incuria, nell’incapacità, nell’indolenza, nell’arroganza e nell’assenza di una dimensione istituzionale del ruolo di controllo e vigilanza spettante alle pubbliche istituzioni”. Nessun reato, comunque. In particolare il giudice rileva, “per quasi vent’anni” la “totale incapacità, neghittosità, inidoneità e superficialità da parte degli organismi della Regione Liguria di ottemperare ai propri obblighi di vigilanza e di controllo sulle prescrizioni” in tema ambientale. Il tribunale di Roma ha comunque trasmesso il provvedimento al ministro dell’Ambiente e all’attuale presidente della Regione Liguria “per quanto eventualmente di competenza”.

Scrive il gip che già dal 2002 la centrale a carbone non è in linea con le prescrizioni a tutela della salute dei cittadini. Le istituzioni competenti “lo sanno bene” ma rilasciano documenti che mettono le cose formalmente a posto. Così l’azienda può continuare a “mettere a repentaglio la salute pubblica, per come comprovato dalle consulenze tecniche del pubblico ministero di Savona”. Da una parte, la scelta politica di preservare il lavoro a dispetto dell’ambiente solleva gli indagati da responsabilità penali, dall’altra ha fatto in modo che avessero “la meglio gli interessi economici di una classe imprenditoriale che ne ha consapevolmente approfittato, non trovandosi mai di fronte qualcuno che le imponesse la prevalenza dell’interesse collettivo”.

Sentito dal Secolo XIX, Burlando ha replicato anche alle considerazioni extra penali del gip di Roma: “Ho letto i giudizi sulla classe politica ligure contenuti nel decreto di archiviazione, e non sono affatto veri. Noi non abbiamo anteposto la vicenda occupazionale alla salute. Ho sempre detto che se non si riusciva a compenetrare questi diritti, bisognava fermarsi”.