“È successo tutto in modo imprevedibile. Non volevo uccidere. Stavo tornando con la mia macchina dal campo di calcio del Cupello. A un certo punto ho visto il ragazzo in bicicletta. Veniva in senso opposto, ci siamo guardati. Avvocato, aveva quel solito sguardo di sfida. Allora ho fatto inversione di marcia. Lui si era fermato al bar. Ho parcheggiato e sono sceso. Non per ucciderlo ma solo per parlargli. Avevo infatti lasciato la pistola in macchina. Appena uscito dal bar, mentre stava tornando a riprendere la bici, mi sono avvicinato a lui. Quando mi ha visto ha fatto il provocatore, come sempre… Non ci ho visto più. Sono tornato in macchina ho preso la pistola e l’ho ucciso”.

Fabio Di Lello, il 34enne che mercoledì a Vasto (Chieti) ha freddato con tre colpi Italo D’Elisa il 22enne che aveva investito e ucciso la moglie sette mesi fa, ha raccontato la sua versione dei fatti ai suoi avvocati come riportano Corriere e Repubblica. Una scena che è stata ripresa dalle telecamere di sicurezza. Una versione che l’uomo ripeterà davanti al giudice per le indagini preliminari di Chieti nell’interrogatorio di garanzia. Nel giorno in cui centinaia di persone partecipano nella chiesa del Sabato Santo i funerali di Italo D’Elisa.

La Procura di Chieti contesta invece a Di Lello la premeditazione. L’arma, regolarmente detenuta e acquistata a settembre, dopo l’omicidio è stata lasciata sulla tomba di Roberta Smargiassi. Il fornaio, ex calciatore dilettante, pare fosse in cura psichiatrica e sotto effetto di psicofarmaci e avesse donato i suoi beni alla famiglia.

Il padre del 22enne, che era indagato per l’omicidio colposo della donna e sarebbe dovuto comparire davanti al giudice per l’udienza preliminare il 21 febbraio, dice che il figlio era distrutto da quanto accaduto: “Hanno ucciso un morto“. E poi “io francamente non me lo vedo Italo a sfidare l’altro, non era sbruffone”. Forse a contribuire a un clima pesante, in cui veniva chiesta giustizia per un incidente, anche la ricostruzione della difesa di D’Elisa che, pochi giorni prima di Natale, aveva sostenuto che la donna avesse “il casco slacciato e la sua morte non era stata una responsabilità esclusiva del comportamento di Italo.

In quei giorni c’era stato anche un dibattito tra le famiglie tanto che in un comunicato comparso a dicembre sul portale zonalocale, il legale di D’Elisa, l’avvocato Pompeo Del Re, aveva dovuto puntualizzare infatti che il suo assistito non era “un pirata della strada” in quanto “subito dopo il sinistro, pur essendo anch’egli ferito e gravemente scosso, non ha omesso soccorso, ma ha immediatamente allertato le autorità competenti e chiesto l’intervento del personale medico-sanitario”. Inoltre, affermava che gli esami “medici e ospedalieri avevano accertato “che il medesimo non guidava in stato di ebbrezza, né con coscienza alterata dall’uso di sostanze stupefacenti”, concludendo “come la dinamica del sinistro evidenzi una serie di fatalità non imputabili all’indagato”. Lo stesso portale aveva ospitato la replica della famiglia di Roberta Smargiassi.

C’è poi stato prima e dopo il ruolo dei social in cui amici e parenti di Roberta chiedevano giustizia. A un certo punto, secondo la ricostruzione del Corriere, su WhatsApp circolava il video dell’incidente. Infine dopo la morte del 22enne sono addirittura nati gruppi Facebook. “Italo D’Elisa – La giusta fine” in cui il 22enne viene chiamato verme e assassino, in un altro gruppo chiuso si onorava il “gladiatore” Fabio e contro la vittima: Marcisci all’inferno, cos’è non acceleri più?”. E poi: “Grande Fabio, hai fatto poco, io lo avrei ammazzato e stritolato sotto le ruote”.