A nove giorni dall’apertura del processo di appello per l’omicidio di Elena Ceste il pg di Torino Laura Deodato ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado per il marito della donna Michele Buoninconti: 30 anni di carcere inflitti all’uomo, che si è sempre dichiarato innocente, il 4 novembre 2015 con il rito abbreviato. Il delitto, secondo la sentenza ora al vaglio della Corte d’assise d’appello, fu commesso il 24 gennaio 2014: Buoninconti non sopportava che la donna cercasse di evadere dalla routine familiare sottraendosi al “ruolo di madre e moglie sottomessa che le aveva imposto”. Il corpo fu ritrovato il 18 ottobre successivo in avanzato di decomposizione.

Proprio per questo motivo la difesa insiste sulla causa della morte ipotizzando anche il suicidio: “La questione centrale non sono i gossip, gli elementi di contorno e di colore, ma la causa della morte di Elena Ceste – dice l’avvocato Giuseppe Marazzita, che insieme al collega Enrico Scolari difende Buoninconti, commenta la richiesta dell’accusa di confermare la condanna a trent’anni inferta in primo grado al marito della donna, il vigile del fuoco Michele Buoninconti – Sulle cause del decesso il pm ha dedicato poco tempo – continua Marazzita a margine dell’udienza di questa mattina in Corte d’Assise d’Appello – Con gli elementi che abbiamo prodotto siamo fiduciosi di riuscire a dimostrare che Elena Ceste non è stata uccisa. Manca la prova dell’omicidio. D’altronde alla causa del soffocamento si è arrivati per esclusione e le cartilagini del collo non sono state recuperate. Ma ci sono perizie psichiatriche che mostrano come la donna fosse in condizioni tali da porre in essere comportamenti autolesionisti“.

“I difensori di Buoninconti devono provare che Elena Ceste abbia avuto una crisi psicotica. C’è una perizia postuma da cui emerge che non c’è nulla, nella sua storia clinica, che faccia pensare a questo. Così come le dichiarazioni del medico curante” dice l’avvocato Deborah Abate Zaro, legale della famiglia Ceste insieme al collega Carlo Tabbia, parte civile nel processo d’appello per la morte di Elena Ceste. “Elena stava prendendo coscienza di sé stessa, stava forse valutando scelte di vita diverse da quelle del marito”, ha aggiunto il legale al termine dell’udienza di oggi. “Buoninconti – ha sostenuto – ha sempre avuto un comportamento manipolatore e vessatorio nei confronti delle persone intorno a lui, della moglie e dei figli. Lo dimostrano anche le ultime lettere che ha scritto ai suoi ragazzi dal carcere e che gli psicologi non hanno voluto che ricevessero, perché dal contenuto destabilizzante”. Il riferimento è alle lettere, prodotte durante la scorsa udienza dai legali della famiglia Ceste, scritte da Buoninconti ai figli tra maggio e agosto 2016. “In questi scritti si riflettono aspetti della personalità dell’imputato”.

Nei giorni scorsi la difesa ha prodotto anche una serie di lettere scritte dall’imputato ai figli. Buoninconti scriveva di una famiglia felice, unita. Scriveva di incontrare la moglie tutte le sere: in sogno, naturalmente, perché la donna, scomparsa il 24 gennaio 2014 e ritrovata senza vita otto mesi dopo in un rio a 800 metri da casa, è stata uccisa proprio da lui secondo i giudici di primo grado di Asti. I giudici di appello nei giorni scorsi avevano respinto tutte le richieste della difesa di rinnovazione del dibattimento: né perizie scientifiche sugli abiti, né sulle celle telefoniche, né sulle cause della morte. La sentenza di primo grado afferma che Buoninconti uccise Elena, colpevole soltanto di volersi sottrarre “al ruolo di madre e di moglie sottomessa”, agendo con “freddezza straordinaria“. Gli avvocati si spingono più in là. Non solo l’imputato è innocente. “Qui – dicono – non c’è nessun omicidio da punire. Lo possiamo ricavare dagli accertamenti di carattere psicologico, che sono già in possesso della Corte. Noi non pensiamo a un suicidio. Il fatto è che Elena Ceste era in condizioni tali che si può ragionevolmente ipotizzare una fuga dissociativa o una perdita di controllo di sé” che ha provocato un tragico incidente.