“Che sia la volta buona. Incrocio le dita”. Risponde dal terminal parlamentare che lo tiene prigioniero da più di due anni, come un Tom Hanks perso nel palazzo. Eccolo Giuseppe Vacciano, l’unico senatore della storia che non riesce a dimettersi. Non sono bastati 765 giorni per vedersi accogliere quella richiesta che in due anni l’aula ha respinto tre volte. Roba da Guinness dei primati, da petizione per la grazia. Da appello al Dalai Lama. E ora ci risiamo e la posta in gioco è più alta: Vacciano, suo malgrado, rischia di diventare un forzato del vitalizio. “Dio non voglia, liberatemi”, dice. “Sono venuto qui per combattere quel privilegio. Non vorrei ritrovarmi, al compimento del 65esimo anno d’età, a dover restituire con bollettini postali quelle somme che oggi maturo contro la mia volontà, avendovi rinunciato vent’anni prima”.

Mercoledì è calendarizzata una nuova puntata della farsa. A Palazzo Madama è previsto il quarto voto sulla stessa richiesta di dimissioni presentata da Vacciano il 22 dicembre 2014, quando lasciò i 5 Stelle per motivi di dissenso legati alla nascita del “direttorio”. Da allora nel Gruppo Misto, l’inascoltato Vacciano rischia oggi di finire nel fritto misto dei 608 parlamentari al primo mandato sui quali pende l’accusa di voler rimandare il voto oltre il fatidico 24 settembre 2017, data utile per maturare l’agognato vitalizio. Lui, che in questi due anni, quasi tutti i mesi, ha scritto al presidente del Senato Grasso (e a tutti i capigruppo) per sollecitarli a “liberarlo” e consentirgli così di tornare al suo impiego alla Banca d’Italia. Niente da fare: il voto è segreto, non c’è vincolo di mandato, e quel senatore può dimostrare che a rinunciare alla poltrona non si muore fulminati. Resti lì al suo posto, ostaggio dell’attaccamento altrui. Così è andata anche l’ultima volta, a dicembre. E ora? Si accettano scommesse.

Nel frattempo Vacciano ha continuato a lavorare: 193esimo per produttività, 86% di presenze, 247 tra emendamenti, proposte di legge, interrogazioni da primo firmatario. Arriva a casa tardi la sera, con la moglie che lo rimprovera. “Lo sai che sono un prigioniero politico”, scherza lui che è rimasto grillino nell’anima. Pur sedendo al centro dell’emiciclo, alla destra dei Cinque Stelle, ha continuato a comportarsi come uno di loro. Ha anche continuato ad applicare il loro codice su indennità,  rimborsi, scontrini etc etc. Non potendo più accedere alla piattaforma dei grillini “Ti rendi conto” pubblica su Fb competenze, rendiconti, estratti mensili e bonifici di restituzione. “Ogni mese ho versato 3mila euro al fondo per le microimprese, salvo 8mila euro ai comuni del terremoto. Avevo preso un impegno con gli elettori, non con Grillo e Casaleggio”.