L’ultima chiamata di aiuto l’ha ricevuta sabato scorso, prima dell’ennesimo naufragio nel quale hanno perso la vita 180 migranti. Questa volta poco ha potuto. Ma nelle traversate della disperazione il numero di Padre Mussie Zerai è spesso l’ultima ancora di salvezza per molti migranti che solcano il Mediterraneo. Tanto da essere stato inciso nelle mura delle carceri libiche già ai tempi degli accordi bilaterali tra Roma e Tripoli, quelli firmati da Berlusconi e Gheddafi. E c’era chi veniva torturato o perdeva la vita nelle celle di detenzione libiche.

Da anni operatore umanitario per i rifugiati, il sacerdote eritreo è arrivato nel nostro Paese a 16 anni, a sua volta come rifugiato. Oggi ha fondato l’organizzazione umanitaria Agenzia Habeshia e da oltre dieci anni è coinvolto nel salvataggio di profughi in pericolo. “Se l’emergenza arriva dal mare, raccolgo le loro informazioni e la loro posizione per informare la guardia costiera italiana, maltese e Frontex. Altri mi chiamano dai centri di detenzione in NordAfrica e lì devo dialogare con le istituzioni presenti”, racconta ai microfoni de ilfattoquotidiano.it a margine della presentazione del libro ‘Padre Mosè. Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza‘, scritto insieme a Giuseppe Carrisi e edito da Giunti Editore’. “Cosa significa finire nelle carceri libiche? Un film dell’orrore”, incalza, a margine delle presentazione del volume a Roma, in un’iniziativa organizzata dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER) e dall’Ufficio Comunicazione Scalabriniani. “Sono persone che subiscono torture e abusi sessuali, ridotte in condizioni di schiavitù. Per questo, quando si parla di riaprire quei centri in Libia, significa partecipare all’organizzazione di quel film dell’orrore”. Quanto ai governi italiani, per il sacerdote non è stato fatto abbastanza: “Renzi premier e il ministro Alfano non sono andati nella direzione giusta. Qualcosa è stato fatto, con l’apertura dei corridoi umanitari con il Corno d’Africa. Ma per il resto, tra respingimenti di massa e chiusura di confini non va bene. Quando sento dire apriamo i Cie, facciamo accordi bilaterali con la Libia e non solo, significa diventare complici”.

Non lo convince quindi il piano sull’immigrazione che sarà presentato del neo ministro dell’Interno Marco Minniti, con la riapertura già evocata dei Cie (seppur il Viminale prevede strutture diverse rispetto al passato, che accolgano un numero ristretto di persone, ndr): “Quando ha annunciato la riapertura ho scritto a Minniti. Non è questa la soluzione, chi viene messo nei Cie non ha nemmeno i diritti che hanno i detenuti”. E avverte: “Se l’Italia teme la radicalizzazione dei musulmani nelle carceri, non riapra i Cie. Lì dentro sarebbe peggio”. Di fronte all’intolleranza diffusa e all’assuefazione alle morti in mare – già 200 dall’inizio del 2017 -, Padre Zerai è critico, convinto che ci sia anche un problema culturale e d’informazione: “L’Italia e il suo popolo si sono assuefatti alle morti dei rifugiati? Alle nuove generazioni non è stato raccontato il passato dell’Italia, né sono state spiegate le ragioni e le responsabilità che ci sono dietro gli esodi verso l’Italia stessa”. Zerai, lo ammette, è “incazzato“: “Molte soluzioni sarebbero semplici. Ma prevalgono interessi politici ed economici sulla pelle dei migranti”. Non basta, per Zerai, nemmeno quanto fatto dalla Chiesa: “Non bastano le parole e l’opera convinta di Papa Francesco. Nelle diocesi e nelle parrocchie i suoi appelli devono trasformarsi in realtà”